L'ODORE DI PECORA E QUELLO DI PESCE

Accanto al sacerdote-pastore forse anche i diaconi (e i laici) oggi dovrebbero ripensare la propria missione a partire da un'altra immagine evangelica

«Siate pastori con l'odore delle pecore»

Da subito queste parole di papa Francesco mi hanno interpellato in maniera particolare ed hanno dato nuovo slancio alla mia ricerca di uomo: figlio, sposo e padre.

Nel mio cassetto disordinato di intuizioni, domande e riflessioni, avviate e mai concluse, ultimamente riaffiorano le due figure evangeliche del pastore e del pescatore che sento toccare corde profonde del mio percorso di vita ed interpellarmi profondamente nel mio cammino di battezzato - e come tale sacerdote, re e profeta - ma anche di sposo e come tale segno unico e particolare del Dio trinitario che solo l'amore coniugale porta nel mondo.

Le immagini che Gesù ha usato per parlare dei discepoli chiamati ad evangelizzare sono, guarda caso, due mestieri all'aria aperta: il pastore e il pescatore. Due mestieri che implicano un rapporto intenso con la natura (ovviamente più facile ai tempi di Gesù ma soprattutto che esprimono due sensibilità profondamente diverse, due modi di fare e quindi di essere diametralmente opposti.

«Il primo legato all'amministrazione, alla gestione delle risorse, alla conservazione di un ovile e di quello che in esso si raccoglie, quindi sicuro, più o meno stabile nelle sue dinamiche. Il secondo sull'onda (è il caso di dire) del momento, in balia della probabilità di una pesca che potrebbe anche non essere affatto abbondante, o magari potrebbe rivelarsi diversa da quello che si pensava, con i tempi lunghi dell'attesa, con la pazienza di chi passa tutta la notte a lavorare e magari non prende nulla (cfr.Vangelo di Luca 5,5). La promessa che Gesù fa ai primi discepoli è di farli diventare pescatori di uomini (Mc 1,17). L'assicurazione data a Pietro dopo la pesca inizialmente fallita e poi prodigiosa è ancora la stessa: "Da ora in poi sarai pescatore di uomini" (Lc 5,10). Chissà perché però nella storia della Chiesa ciò che ha prevalso è la tematica relativa al primo mestiere. Si parla infatti di pastore, di pastorale, ecc... Ma non si parla mai di pescatori, di "pescatorale", ecc.. Forse perché è più facile, forse per il fascino di amministrare, di contare le pecore, di sbarrare la porta del recinto e di decidere chi deve entrarvi, forse perché preferiamo la sicurezza degli ovili che la sfida di mari imprevedibili; fatto è che nella storia della Chiesa ci sono stati molti pastori, ma pochissimi pescatori...» (Pastori o pescatori, scritto da Angelo Mazzone ottobre 2009)

Ritengo forse che per tutti i battezzati (laici e non) sia arrivato il tempo (kairos) di sfidare se stessi e la chiesa a misurarsi su questo progetto per non rischiare di invecchiare entro i recinti ormai cadenti anch'essi di una Chiesa che nei secoli è stata forse più introversa e autoreferenziale che aperta al mare e al vento dello Spirito.

Le indicazioni, fatte proprie dai diretti successori degli apostoli, sono chiaramente rivolte ad ogni battezzato nella comune dimensione sacerdotale e profetica; ma la domanda oggi aperta più che mai nella Chiesa è come integrare le vocazioni laiche e religiose, diverse ma uguali nel volerci pienamente realizzati e gioiosi operai del stessa vigna. 

 


L'immagine, riportata qui sopra, che campeggia nell'ingresso della Casa Madre della Pia Società San Gaetano di Vicenza - congregazione missionaria nata nel dopoguerra che per prima ha ordinato religiosi diaconi dopo il Concilio Vaticano II - raffigura due pescatori. Nell'intuizione del fondatore, don Ottorino Zanon (1915-1972), questa era la complementarietà voluta e praticata tra religiosi sacerdoti e diaconi nella congregazione missionaria. Il sacerdote che sulla battigia - simbolo della Chiesa - regge la rete, mentre il diacono dal mare - simbolo del mondo - sospinge i pesci verso di essa. Per don Ottorino, l'identità propria del ministero ordinato si esplicitava nelle due figure di ministri, il presbitero e il diacono appunto, profondamente uniti dall'unica grazia sacramentale, ma allo stesso tempo chiamati a un servizio specifico dentro la comunità cristiana. In un contesto teologicamente ancora acerbo per chiarificare le sue intuizioni, egli tradusse in una scelta di radicalità spirituale (i voti religiosi) e di totale dedicazione alla missione nel mondo la necessità di una riforma del ministero ordinato che lo spingesse fuori dalle secche di una pastorale di conservazione. Egli scelse san Gaetano come patrono della nascente Famiglia religiosa proprio per la sua inquietudine di riforma del clero, che Gaetano incarnò in una opzione radicale per la povertà evangelica nel ‘500 italiano. 

La novità di don Ottorino - che percepiva profeticamente la separazione tra la fede e la vita come la radice della crisi nel mondo - è stata quella di innestare questa stessa ansia di cambiamento all'interno della pastorale ordinaria. Chiese così ai suoi religiosi di vivere come comunità di fratelli, preti e diaconi, prendendo a cuore la cura pastorale delle parrocchie in diocesi povere o scarse di clero. In esse, soprattutto al diacono spetta il compito di navigare nei mari aperti della società complessa e spesso lontana dagli schemi ecclesiali, per aprire varchi di dialogo, di incontro, di annuncio negli ambienti di vita ordinari: la famiglia, il lavoro, il tempo libero, la cittadinanza... (come non pensare agli esiti del Convegno Ecclesiale di Verona 2005?). 

Ai diaconi, insomma, nel continuo confronto e sostegno reciproco a fianco dei confratelli presbiteri, la specifica missione di animare e formare le ‘compagnie di pescatori' tra i laici, chiamati a una comune testimonianza e missione evangelizzatrice nel mondo.

Così, nell'assemblea degli "Amici di don Ottorino" dal titolo "Uniti nella famiglia", svoltasi ad Assisi alla fine di aprile, che raccoglieva laici legati alla congregazione e religiosi, è stata con forza riportata all'attenzione della congregazione l'esigenza di riscoprire, religiosi e laici insieme, il ruolo delle famiglie nella congregazione e nella Chiesa. Gli spunti emersi sono stimolanti: si percepisce come l'identità specifica e la vocazione dei consacrati e dei ministri ordinati si manifestino essenzialmente nell'ambito di relazioni sempre più aperte e mature con i laici.

Certamente le parole di papa Francesco riaprono piste poco frequentate sul ministero del presbitero, prima di tutto relazionando il suo ministero a quello del diacono; ma a me piacerebbe che qualcosa in più possa e debba essere pensato e scoperto sulla dimensione diaconale non solo dei religiosi e degli sposi, ma anche - forse - della coppia.

Insomma... come laico battezzato e sposo essere associati quali pecore da pascere o pesci da pescare non mi pare uno stato ed una prospettiva propriamente "stimolante"! Ed è evidente che molto deve essere colto, da me per primo, sul significato profondo che si cela dietro queste due immagini simboliche.

Nel tentativo di portare il mio contributo alla riflessione, che spero possa continuare anche da queste pagine, provo a tratteggiare brevissimamente, con "occhi di famiglia", le suggestioni suscitate dalle figure del pastore e pescatore.
Sento presenti le forze divergenti richiamate dalle due immagini evangeliche: da un lato la dimensione domestica della casa-ovile, della porta aperta (a volte) ma che a sera viene chiusa dove raccogliere, amministrare e custodire (a volte, forse, "congelare") la comunità; dall'altro quella ondivaga, imprevedibile, paziente, incerta ma fiduciosa di chi vive su una barca, raccogliendo frutti non seminati.

Intuisco la dimensione più materna: del prendersi cura, del servizio, che nella relazione crea un vincolo di affetto reciproco e responsabilità nei confronti delle sue pecore (le conosce per nome, le protegge, le aiuta nel caso si perdano, ecc). Nel pescatore invece è maggiormente evidente quella paterna di apertura al mondo (missionaria) più centrata nel fare dove i ruoli sono complementari e dove la fiducia e la co-responsabilità sono alla base delle relazioni.

Su questa linea mi pare emergano anche dinamiche centripete della prima figura e più marcatamente centrifughe del pescatore, che storicamente forse hanno decretato il successo del modello pastorale.

Avverto la dimensione più solitaria e sbilanciata-asimmetrica nella relazione pastore-pecora, dove entrano in gioco la gratuità, la tenerezza ed il cuore; complementare a quella, l'immagine della pesca - evangelicamente, una pesca con le reti - rievoca maggiormente l'esperienza di gruppo e comunitaria, aperta ad un confronto, a mio avviso, meno sbilanciato tra pesce e pescatore, dove intravedo la sfida, la "seduzione", la forza e l'intelligenza maggiormente coinvolti. Inseparabile dalla fiduciosa complicità nella relazione e dal rischio del fallimento e dell'imprevisto che possono essere superati solo insieme. Una figura, quella del pescatore, che sento attuale e mi pare calzare a pennello sulla mia vita di famiglia tra le onde del mondo, in compagnia di altre famiglie.


Mi piace sognare che ci possano essere spazi vecchi e nuovi da colmare nella Chiesa. In questa direzione, avverto come particolarmente stimolante, per concretizzare quanto detto, l'idea di diaconie, cioè di ambiti, settori o zone pastorali collegate alle parrocchie e alle diocesi, animate insieme da coppie, famiglie e religiosi, che possano essere cuori pulsanti di relazioni vivificanti tra le persone e con il Cristo in questo mare del 2000, proprio là tra le onde, dove la vita della gente si sbatte ogni giorno: lavoro, scuola, condomini, ecc.. Il tema mi pare meritevole di ulteriori approfondimenti, che auspico poter condividere insieme

Mettere in comune e raccontarsi le esperienze ed i tentativi in questo senso (come ad esempio la comunità di famiglie di Villapizzone dove famiglie e gesuiti da trent'anni sono sulla stessa barca accompagnandosi reciprocamente ) potrebbe essere già un primo passo per sentire odore di pesce e brezza nuova dal mare.

di Francesco Fabrini | vinonuovo.it 23 settembre 2013

Ultima modifica il Mercoledì, 29 Ottobre 2014 19:09

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