Una luce folgorante irrompe e squarcia le tenebre

Mt 17, 1-19 – II domenica di Quaresima A 
Commento per lavoratori cristiani

 

Nel cammino della Quaresima, una luce folgorante irrompe e squarcia le tenebre. Nel cammino della vita, il bagliore della gloria di Dio fa irruzione fra le maglie della rassegnazione e della paura.

A volte l’esperienza della trasfigurazione, che ci racconta Matteo con un tono più solenne degli altri evangelisti, viene percepita dai cristiani quasi come una parentesi nel percorso tragico della vita. ‘In questa valle di lacrime’ Gesù viene e per un momento conduce i suoi ‘su un alto monte’ (17,1) per sottrarli al peso dell’esistenza buia e dolorosa… Da lì, però, luogo di riposo e di sollievo, ci sarà poi da tornare mestamente all’ordinario tram tram, raccomandandosi per di più l’un l’altro, su comando del Maestro, di non dire niente a nessuno di quanto è accaduto lassù. Ma si potrebbe trattenere una gioia infinita? Raramente i malati, i lebbrosi, i peccatori guariti davano ascolto all’invito di Gesù al silenzio. Gli apostoli, invece, tacciono. Il fatto è che, forse, lassù sul Tabor – che per Matteo sembra decisamente il Sinai – qualcosa di più profondo è avvenuto e nessuna parentesi è stata aperta e chiusa sulla vita ordinaria.

L’evento della trasfigurazione non è una luce passeggera né una momentanea consolazione, quasi che Gesù volesse dire ai suoi: ‘coraggio, resistete nelle fatiche e nelle sofferenze di oggi, perché domani passerà tutto e ci sarà la gloria!’. Questa prospettiva rischia di spostare la gioia della vita cristiana in un aldilà consolatorio, ma anche alienante. Non è possibile essere felici oggi? Non è possibile intravedere la gloria di Dio anche adesso, nella frammentazione della vita ordinaria? La beatitudine è solo per un domani dopo la morte, o ha a che vedere con la vita qui sulla terra?

La risposta del vangelo è chiara e poderosa: la gloria di Dio brilla fin da adesso nel bel mezzo delle vicende dell’umanità, perché la Sua gloria splende sulla croce!

Lo si intuisce leggendo in controluce l’evento della trasfigurazione e l’agonia del Getsemani. I testi manifestano tanta affinità. Entrambi i racconti presentano Gesù che si ritira in un luogo all’aperto, poco accessibile agli sguardi curiosi degli estranei. In entrambe le situazioni, sono suoi compagni di cammino Pietro, Giacomo e Giovanni; e in entrambi i casi, essi appaiono più come spauriti spettatori di un mistero che li sorpassa, che reali protagonisti di un evento salvifico che li coinvolge. Essi sono figura della nostra fragile e sprovveduta umanità, debolissima di fronte alla tentazione del maligno e del sonno soporifero del peccato.

E soprattutto, in entrambi i passaggi pasquali Gesù si ritrova solo: è Lui la presenza decisiva, il protagonista, il centro di quanto accade… perché Lui è il cuore del mondo, l’Alfa e l’Omega, Colui dal quale e per il quale ‘furono fatte tutte le cose’ (Col 1,16). Per Matteo, Gesù è soprattutto il nuovo Mosè, la nuova legge dell’Alleanza, che si realizza non attraverso le tavole di pietra del Sinai, ma nell’offerta della propria vita sul monte della croce. Per Matteo, il Sinai e il Tabor si confondono con il Monte delle Beatitudini e il Calvario: lassù, Gesù è Dio e come tale dona in se stesso la nuova legge dell’amore. Per questo la voce del Padre risuona chiara e rinnova il primo comandamento che il popolo di Israele ha imparato a far suo nelle peripezie del deserto: ‘Ascoltatelo… Ascolta, Israele’ (cfr Dt 6,4). Gesù è Colui che va ascoltato, è Colui che dona la Parola di vita, è Colui che rende carne e storia la Parola. Gesù è Dio, un Dio di amore, un Dio di beatitudine, un Dio che non va più temuto.

Questa rivelazione – perché di rivelazione si tratta: nessuna mente umana avrebbe mai potuto immaginare e ‘crearsi’ un dio così – scaraventa a terra ogni visione della divinità lontana e giudicante. Soprattutto, penetra nella ferialità. Un Dio così, infatti, non è più da temere perché in tutto e per tutto condivide la nostra debolezza e la nostra fragilità, ed abita esattamente gli ambiti silenziosi e nascosti della vita quotidiana. É un Dio che preferisce la brezza leggera di Elia e la freschezza di una nube, al rumore dei tuoni e allo spavento della tempesta sinaitica. Questo Dio può trasfigurare le ombre della nostra affannata ferialità perché con la sua ombra misericordiosa abbraccia e custodisce l’umanità del Figlio amato, e in Lui ogni nostra misera umanità.

Pensiamo alla routine della nostra esistenza: per chi ha la grazia di avere un lavoro, è un va e vieni abitudinario e spesso stressante; per chi patisce le tragiche conseguenze della crisi dell’impiego, è l’ansia e la paura di non avere un mezzo con cui conquistarsi il sostentamento per sé e per i propri cari. Ecco, l’ombra della nube di Dio si posa su queste situazioni, e la luce del sole di Gesù vuole brillare proprio fra le nostre vesti sudate o ostentate, quasi a voler apparire belli fuori perché dentro si attraversa il terrore del non senso. Gesù si trasfigura lì, dove i volti sono spesso sfigurati dalle ingiustizie e dalle discriminazioni, ma anche dalle angosce della competitività e dell’arrivismo. I volti tirati e tristi possono incrociare lo sguardo luminoso di Gesù; i muscoli doloranti e tesi possono sentire il tocco dolce e confortante di Dio; le orecchie ricolme di parole aggressive possono riposarsi nel comandamento premuroso e caldo del Padre: ‘Questi è il Figlio mio, l’amato… In Lui, anche tu mi sei figlio amato… In Lui, anche di te mi compiaccio…Ascoltatelo’.

E quando gli apostoli, intimoriti e turbati, alzano gli occhi, ‘non videro nessuno, se non Gesù solo’ (7,8). Gesù rimane solo. Annuncio, dicevamo, del Getsemani. Gesù condivide la solitudine, e in essa porta con sé la sua gloria, la sua luce. Gesù custodisce dentro di sé la luminosità del suo essere Dio. La sua gloria divina riempie la sua umanità. O meglio: la sua umanità si perde nella gloria divina, che è l’infinita misericordia dei suoi atteggiamenti e del suo agire. Come la goccia d’acqua che si perde mescolandosi nel vino nuovo del calice eucaristico.

E poiché la solitudine è l’esperienza dolorosa e drammatica di ogni uomo, nel momento in cui crollano tutti gli idoli e le false illusioni su cui si prova ad appoggiare la propria esistenza, ecco che anche lì Gesù, e in Lui la gloria di Dio, rimane fedele e presente. Anche nella nostra solitudine brilla la gloria di Dio. Anche nella sofferenza della croce, nell’abbandono, nel distacco è vivo il Signore. La croce è la gloria che si manifesta, nella croce si realizza l’incontro tra il Tabor e il Getsemani. Lì l’amore estremo di Dio culmina e dà compimento alla promessa: ‘Io sono con te, tu non sarai mai più solo’.

La via per sperimentare questo misterioso incontro tra la gloria e la croce è quella di… fare compagnia alla solitudine di Gesù. Di sceglierlo come l’unico, di togliere di mezzo ogni altra realtà che ne oscuri la luce. La tenda dell’Alleanza e la legge di Mosè, ora, vengono dopo Gesù. La profezia di Elia e la rigorosità della pratica religiosa, ora, hanno senso solo in Gesù. Le ombre e le paure della vita generate dal peccato, ora, vengono squarciate definitivamente e quotidianamente dagli occhi rivolti verso Gesù.

La trasfigurazione non è l’esperienza isolata di un gruppo di privilegiati, che peraltro sembrano portare con sé più sconcerto che pace. Essa è piuttosto la realtà di conversione che si sperimenta ogni giorno, quando si decide di riporre umilmente la propria fiducia in Gesù, presenza viva dell’amore di Dio nella nostra storia di dolore e di speranza, di lacrime e di sorrisi, di buio e di luce.

Padre Luca Garbinetto
Pia Società San Gaetano

Ultima modifica il Martedì, 15 Aprile 2014 09:39

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