LA PAROLA CHE VIENE

Lc 3, 1-6 – II domenica di Avvento C

Commento per lavoratori cristiani

 

La Parola di Dio viene nella storia! La Parola di Dio continua a plasmare la creazione! La Parola di Dio orienta il cammino dell’umanità!

Questo unico grande mistero viene annunciato oggi a coloro che si pongono in ascolto di ‘una voce che grida nel deserto’. È il deserto del cuore dell’uomo e delle relazioni tra le persone, deserto di ieri e di oggi. È il deserto che anela vita, acqua, speranza. In questo deserto un uomo dà voce al grido silenzioso di ogni uomo. Giovanni è l’anima nostra più profonda, assetata e arida, che grida verso l’alto, e alimenta l’attesa.

Impressiona la concretezza del tempo descritto. I potenti della storia di allora sono specchio dei potenti di oggi; i libri ricordano gli imperi e i regni della terra, che ieri come ora pretendono di dominare e comandare. Anche la religione ufficiale afferma il suo diritto al potere nei nomi di coloro che manderanno in croce la Parola fatta carne. Nella storia si succedono persone e nomi, regni e domini. Passano, lasciando scie di violenza e di sofferenza.

Ma la Parola rimane, perché non si stanca di venire. La fedeltà della Parola è l’insistenza a voler entrare nella storia, per orientarla verso una logica nuova, per indicare la direzione giusta.

Anche il creato, fatto dalle dite amorevoli del Creatore, ha bisogno di continuo rimodellamento. La terra tutta e la natura sono il grande tempio dove si svolge la storia. La casa comune, che rischia di divenire cumulo di macerie, grida con l’uomo il suo gemito, la sua ansia di liberazione.

E la Parola viene, e rimane. Non perché si stabilisce quale irremovibile conferma di un progetto precostituito, ma perché continua a plasmare, a trasformare, a ricreare. La bellezza del creato è il suo cammino per i sentieri dell’amore. La fedeltà della Parola è il movimento lungo le vie dell’armonia da tornare a cercare, a costruire, ad abitare con passione.

E nella storia, nella creazione, cammina l’uomo, camminiamo noi. Il nostro cuore si specchia nella sofferenza delle creature, ed è trepidante ed ansimante dentro le alterne e dolorose vicende dei popoli. Oggi la Parola ci invita ad alzare, con la voce, anche lo sguardo. Ci converte verso coloro che soffrono, verso l’umanità schiacciata dagli egoismi, verso il fratello da vedere, riconoscere e amare.

È peccato terribile di ieri e di oggi lo sguardo accecato dai propri interessi, il petto gonfio dei propri titoli e delle proprie rivendicazioni, la voce spenta quando si tratta di consolare chi soffre. È peccato che esige conversione e perdono la sottile catena di sospetto che si insinua nelle valli oscure del nostro animo, e l’orgoglio menefreghista che si inerpica sui monti del nostro egocentrismo.

La Parola, fedele, mai doma, instancabile, viene ancora. E chiede ospitalità nei nostri cuori. Chiede il permesso del lavoro artigianale e delicato, paziente e doloroso di disinnescare le bombe sepolte sotto le nostre paure e di raddrizzare i tortuosi pensieri ispirati alla vendetta.

La Parola di Dio venne e viene, per farsi grido fra i popoli: grido di comunione, grido di giustizia e di misericordia, grido di pace. Quello che noi non sappiamo più nemmeno chiedere, perché forse abbiamo esaurito voce e fiato, la Parola ce lo restituisce come intimo e coraggioso inno alla speranza.

Grida, uomo nel deserto, grida dal più profondo di te stesso: la salvezza di Dio è vicina! E tu la vedrai!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DARE TUTTO, SOTTO LO SGUARDO DI GESÚ

Mc 12, 38-44 – XXXII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Gesù ci propone come modello di discepola una povera vedova, che depone timidamente due spiccioli nel tesoro del tempio. Perché?

Mi sembra che siano in ballo due questioni fondamentali, per identificare chi sia il discepolo. La prima è la questione dell’offerta: che cosa sono disposto a dare? Il secondo è l’assunto della visibilità: da chi e perché desidero essere visto?

Prima di tutto, il dare. O meglio il darsi. Gesù propone la vedova ai suoi come modello, confrontandola con la schiera di fedeli ossequiosi che passano davanti al tesoro e fanno scivolare dentro monete più o meno grosse di discreto valore. Lei, invece, lascia appena due spiccioli. Ma è tutto ciò che ha. Questa è la novità, questa è la realtà che commuove lo stesso Gesù. O meglio: la vedova deposita tutto ciò che è, perché senza monete non può nemmeno mangiare, e quindi non può esistere più.

Il discepolo, dunque, è colui che da tutto di sé, che dona tutto se stesso a Dio. Dio è Colui che abitava il tempio e veniva onorato dalle offerte nel tesoro; è Colui che – oggi lo sappiamo – vive in ogni fratello che incontriamo. Il discepolo è colui che dona tutto per il bene del fratello bisognoso. Anche nella sua povertà, il discepolo ha comunque se stesso da mettere a disposizione di Dio e dell’altro.

C’è però il secondo elemento: la visibilità. Gesù vede la vedova perché egli si mette, di proposito, a osservare ciò che accade nel tempio. Se non si fosse seduto lì, paziente scrutatore della vita, non avrebbe colto l’importante dettaglio. E dopo avere visto la donna e il suo gesto, Gesù chiama i suoi e svela a loro il miracolo: non chiama la donna, che forse non avrà mai saputo di essere stata elogiata dal Figlio di Dio, se non nel loro incontro definitivo in Paradiso.

La donna, dunque, rimane nel più totale anonimato, agli occhi degli uomini. La donna resta così come sempre aveva dovuto vivere: invisibile, nascosta. Poco prima, invece, Gesù se l’era presa duramente con gli scribi non tanto perché donavano poco, bensì perché si mettevano in mostra. Gesù sembra più irritato dall’esibizionismo che dall’avarizia. O forse si tratta di cogliere come la ricerca esagerata di visibilità agli occhi del mondo, strumentalizzando anche le leggi religiose, non sia in fondo un atto di profonda avarizia e di intima superbia.

Se, infatti, come molti degli scribi, faccio le cose per essere visto – e sottolineo: per -, vuol dire che ho bisogno di essere visto per sapere che esisto, che sono qualcuno, che conto qualcosa. Non c’è niente di strano in questo, se almeno ne avessi coscienza. Il guaio è che se cerco direttamente questa visibilità, significa che non mi sento visto abbastanza, e che se non appaio sufficientemente presentabile agli occhi degli altri, sotto sotto ho paura di non esistere, di morire. Ecco allora che il naturale bisogno di contare per qualcuno prende il sopravvento, mi domina: insomma, non lo consegno a Gesù, lo trattengo per me. La paura di perdermi, di morire, mi fa stringere forte a me l’ansia di essere visto e notato, pensando che così aumenti la mia vita.

E invece la vita si consuma inaridendosi. Perché si spegne appena gli occhi che mi guardano si distolgono da me. E questo è inevitabile, rischiando di immergermi in un circolo vizioso di sempre maggiore esibizionismo, per avere di nuovo la sensazione superficiale di esistere.

L’alternativa è il nascondimento, in cui do tutto davvero: anche il mio bisogno di essere importante e notato da qualcuno. La vedova rimane nascosta.  E in lei anche noi possiamo percepire che lì, in realtà, siamo già guardati, che la nostra vita consegnata è sotto lo sguardo attento e premuroso di qualcuno: Gesù.

Non si tratta, allora, di disprezzare la ricerca di uno sguardo, di occhi da incrociare. Si tratta piuttosto di lasciar rasserenare il cuore dalla certezza che Qualcuno ha già posato il suo sguardo su di me, con quell’amore gratuito che mi da vita vera e mi fa esistere. E questi occhi sono fedeli, rimangono e liberano la mia lacerante paura di morire, assicurandomi la vita eterna.

Sarà così assolutamente secondario se, agli occhi del mondo, mi toccherà comparire in prima fila o dovrò accontentarmi di restare appartato. La trepidazione di non esserci per nessuno sarà scardinata dai momenti in cui anch’io resterò seduto di fronte al mio Tesoro, quel Gesù che non si alza se non per venire ad abbracciare la mia povertà. E la cui voce diventerà l’unica necessità, per sapere se il mio posto per testimoniare il Vangelo della vita deve essere dietro le quinte o sopra il candelabro.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DESIDERIO, INCONTRO, SEQUELA

Mc 10, 46-52 – XXX domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

A Gerico avviene un incontro tra figli. Il figlio di Timeo incontra il figlio di Davide, che è anche figlio di Giuseppe. E il figlio di Giuseppe, venuto dal nord, dalla Galilea, restituisce a Bar-timeo (figlio di Timeo in ebraico) la dignità di figlio di Davide. Bartimeo, come Gesù, appartiene a un popolo, al popolo eletto. L’aveva scordato, mendicante di attenzioni e di pane, e ne era rimasto escluso: imprigionato dalle norme e dalla folla, dalle paure che diventano catene.

È anche incontro tra un figlio dell’uomo e il Figlio di Dio. E in questo incontro Gesù, che si è fatto Figlio dell’Uomo, dona a Bartimeo la consapevolezza di essere chiamato a divenire figlio di Dio anche lui. È una storia di fratellanza, dunque, smarrita e ritrovata. È una storia di vocazione: nell’incontro, Gesù restituisce a Bartimeo la bellezza di scoprire se stesso e di decidere di vivere da protagonista la propria vita con Lui.

Sembrano delinearsi tre tappe di un itinerario vocazionale: il desiderio, l’incontro, la sequela.

Bartimeo, al passaggio di Gesù, sente sgorgare da dentro un desiderio che era rimasto forse nascosto, seppellito, ammutolito dall’oscurità e dalla Legge da tanto tempo. È probabilmente e semplicemente il desiderio di vivere, di appartenere, di esistere ed essere riconosciuto da qualcuno. Esce in maniera scomposta, come capita spesso a noi, ai nostri giovani, a ogni persona. Esce come un grido esagitato, fuori luogo, che turba. La folla cerca di farlo ritornare al proprio posto, spento nel silenzio delle proprie viscere buie e abbandonate. Qualche volta rischiamo anche noi, inesperti pedagoghi, di tacciare il grido del desiderio, perché lo percepiamo esagerato, scomposto, inadeguato, fuori dalle righe. Urge, invece, aiutarci e aiutare a far tornare a galla, nel tram-tram quotidiano, il trepidante bisogno di alterità, di trascendenza, che significa relazione autentica. Il figlio dell’uomo non può vivere solo, né tanto meno escluso. Ha bisogno dell’altro, e quindi di Dio. Per questo cerca un altro Figlio a cui rivolgersi! E grida…

Gesù si ferma. Avviene l’incontro, la chiamata. Anche la chiamata passa attraverso la folla, la stessa folla irritata e spaventata dalla difficile gestione del desiderio. È la Chiesa, povera, affannata, ammassata attorno al Maestro, di cui poco capisce, ma che qualche volta sa accompagnare nella sua appassionata tenerezza per l’ultimo. Avviene l’incontro, tra il Figlio di Davide e il figlio di Timeo, tra Gesù e ognuno di noi, che ci riconosciamo figli della nostra storia, fragile e irripetibile allo stesso tempo. L’incontro toglie dall’anonimato definitivamente. Siamo preziosi agli occhi di Gesù: la nostra voce, pur sconclusionata e stonata nel coro del mondo, è cara al Figlio di Dio. È Lui che, cercato, ci cerca. È Lui che, desiderato, ci attrae a sé. E Bartimeo butta via le sue difese e le sue resistenze antiche, quel mantello che gli concedeva di sentirsi a posto anche nella sua passività, perché decide di lasciarsi incontrare. Dall’incontro con Gesù scocca la scintilla della fede e dell’amore che salva.

E infine, terzo e necessario passo che nasce da questa relazione nuova, ecco la decisione di partire, di mettersi in cammino, di seguire le tracce del Figlio di Dio per vivere non soltanto da fratello, ma anche da amico. Gesù apre gli occhi oscurati dal peccato, che ha tante manifestazioni e conseguenze personali e sociali. Gesù ridona la vista sulla propria identità profonda. Gesù restituisce la consapevolezza che la luminosità dell’esistenza dipende più dalla nostra voglia di camminare che dai cliché applicati a noi dagli altri. Siamo liberi, perché Gesù ci rende liberi nella cura della nostra relazione con Lui. E libertà significa legame, ora imprescindibile, irrevocabile: la sequela realizza, passo dopo passo, quella brama di trascendenza che ha urlato nella povertà tutta la passione del figlio. E la folla? Rimane lì, silenziosa; siamo noi, la Chiesa, lasciati liberi di dare la nostra risposta.

Desiderio, incontro, sequela. Ecco l’itinerario della nostra vocazione, come della vocazione di Bartimeo. Che nel lasciarsi coinvolgere in questa spirale di liberazione, scopre la luce di sapersi Bar- Abbà: Figlio del Padre, come Gesù.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DOMENICA XXX – B

Il mendicante cieco di nome Bartimeo, rannicchiato nel suo mantello all'uscita della città di Gerico sulla strada che va verso Gerusalemme, è uno che sembra stare lì proprio per aspettare Gesù.

Uniti Notizie 32/2015

LA PAROLA CHE DA' DIGNITA'

Mc 7, 31-37 – XXIII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Si dice che ‘non c’è peggior sordo di quel che non vuol sentire’. Aggiungiamo anche che non c’è peggior muto di chi non vuol parlare. Le limitazioni fisiche, nella logica della Bibbia, sono segno esteriore di un allontanamento da Dio, di una condizione di peccato o di impurità. La Parola vuole evidenziare come il difetto o la fragilità appaiano quali impedimento all’esercizio della libertà.

In questo senso, anche oggi è vero che coloro che non possono udire, parlare, vedere, camminare sono limitati nella loro libertà. Ma sembra ancor più vero che questi limiti spesso ce li poniamo da noi stessi. Si potrebbe pensare alla vasta gamma di malattie psicosomatiche, che abbondano nel nostro mondo frenetico e troppo preoccupato di una salute frutto di pillole e massaggi. Ma più profondamente ci si rende conto che l’individualismo dominante, la competizione fondata sul timore del giudizio altrui, l’ansia di prestazione, il senso diffuso di solitudine generano di fatto personalità incapaci di comunicare e di relazionarsi serenamente.

Di fatto, ascoltare e parlare sono gli strumenti basilari per una comunicazione efficace. La parola è tratto originale dell’uomo, che lo innesta nel mistero originario di Dio. Dio ha creato pronunciando una Parola efficace, che si è fatta evento, storia. E nella storia continua a disseminare parole di vita, che si realizzano quando trovano orecchi e cuori disponibili ad ascoltarla, e mani pronte per porla in opera.

L’uomo di oggi è isolato e chiuso, rattrappito nel tentativo di sopravvivere senza aprire le orecchie all’altro, senza porgere una parola di contatto autentica, diretta, a voce alta. L’uomo di oggi urla il frastuono che impedisce di capire veramente, perché sovrasta la capacità di ascolto. L’uomo di oggi tace terrorizzato dal rischio di incontrare e percepire la sfida della diversità.

Siamo avvolti in una realtà sempre più asettica e meno capace di farci gustare l’impatto dei sensi, del corpo vivo e protagonista dell’esistenza. Dietro una maschera di esaltazione della carne, siamo vittime di una frantumazione della persona che ritorna ad antiche modalità dualiste.

Invece Gesù infrange nuovamente il confine tra corpo e anima, perché desidera restituire ad ognuno di noi il gusto di una comunicazione che sia di comunione. Sorprende l’intimità estrema ricercata di Gesù, e là dove sono i suoni a non farsi percepire, nella vita di un sordomuto, egli cerca il contatto fisico, il rapporto immediato, l’esperienza dei sensi, perché non si restituisce mai a una persona la dignità se non la si aiuta a riscoprirsi tutta intera se stessa.

Così Gesù tira fuori dall’ombra e dalla massa il povero, lo mette in disparte per stare con lui: è il gesto salvifico del Dio che santifica, consacra, cioè ‘mette da parte’ per sé. Gesù comincia con un segno che afferma decisamente la ‘proprietà’ dell’uomo: ‘tu sei mio’, sembra voler dire, restituendo così l’unico spazio vero per l’esercizio della libertà, cioè la relazione con il Signore della propria vita. E allo stesso tempo, in questo inno all’appartenenza che salva, Gesù apre un itinerario, svela un inizio, sollecita a una risposta. Che è personale, che non massifica, che manifesta lo specifico di ogni volto.

Ecco dunque che Gesù tocca, purificando l’impuro e assumendo su di sé lo scandalo dell’esclusione. Chi tocca un menomato condivide la sorte del suo peccato. Gesù non teme, assume il peso, si fa carico di questo assordante silenzio che invoca una presenza nuova. Gesù tocca con le dita e con la saliva, gesti sconcertanti, quasi di invadenza. Desidera un rapporto che sia penetrante, perché da dentro si sciolgono le corde vocali della lode e della riconoscenza. Non è un miracolo contro natura, ciò che Egli vuole compiere, ma un mistero di comunione intima.

Esso è possibile soltanto con la forza del Padre che abita il Cielo e con la potenza dello Spirito, che esce come un alito di vento dal sospiro del Figlio. Si anticipa la Pentecoste della Croce. La Trinità tutta si impegna a restituire dignità all’uomo, e chiede domicilio dentro di lui.

È solo ora, quando si rinnova la consapevolezza della presenza di tutta la Trinità, che la Parola diventa efficace. ‘Effatà’ è il grido battesimale di Gesù, e la salvezza si compie. L’uomo viene restituito alla bellezza della relazione, alla verità della parola condivisa, all’ascolto che rende liberi e alla risposta che responsabilizza. ‘Effatà’ significa che il sepolcro è di nuovo aperto, per sempre. E così ogni volta che lasciamo pronunciare questo grido di salvezza nella nostra vita, la Pasqua torna a realizzare la sua novità, la sua missione. Il battesimo si consolida e si radica nella nostra esperienza ordinaria.

Chissà quante volte abbiamo bisogno di sentire pronunciare per noi questa parola di speranza, di vita, di futuro. Chissà quante volte ci viene chiesto di pronunciarla per gli altri, con fiducia, con consapevolezza. Siamo dimora della Trinità, e la Sua voce può risuonare nel silenzio del mondo soltanto attraverso la nostra disponibilità ad essere trasmettitori credibili, con la nostra vita, della Sua verità.

Come tacere tanta bellezza? Le folle non ci riescono, i discepoli non possono. E disobbediscono persino alla sollecitazione del maestro. Quando ci si lascia stupire dal miracolo della comunione, della Parola che salva, soltanto una può essere la reazione: un comune sussulto di meraviglia, desideroso di coinvolgere altri in questa sorprendente novità.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

E SE…INVECE….?

Secondo il Vangelo del Figlio prodigo

 

1. Se Caino invece di uccidere suo fratello per invidia, felice, perché il Signore aveva preferito il dono del fratello più debole e fragile di lui, l’avesse invitato a prendere una pizza insieme, lodando Dio per la sua bontà…?

2. Se il servo dell’unico talento, invece di accusare il padrone come esoso, piangendo, avesse ammesso la sua negligenza, offrendosi a servire gli altri servi più generosi di lui, incurante dei sorrisini dei più bravi, premiati e promossi, pieni di beni, ma senza affetto e misericordia…? Da che parte sarebbe il Paradiso?

3. Se i lavoratori delle prime ore del mattino, invece di lamentarsi avessero organizzato una festa di ballo con gli ultimi, invitando anche il padrone della vigna, riconoscenti per la sua magnanimità…

4. Se nel pranzo di festa per i poveri di strada, quello trovato senza veste nuziale, forse perché, data la confusione, voleva anche lui approfittare di mangiare qualcosa, senza neanche conoscere il motivo della festa, invece di tradire il proprio interesse di profittatore, avesse riconosciuto la magnanimità del re, gli si fosse prostrato davanti chiedendo con umiltà quello che gli altri avevano ricevuto senza domandare…cosa sarebbe successo?

E se gli invitati con quelle goffe vesti nuziali, portate sopra i loro stracci cenciosi, invece di accoglierlo, avessero fatto osservazione al re per la sua misericordia, qualora lo avesse portato vicino a sé, ultimo diventato primo, in una festa tutta donata, e avesse riservato attenzioni particolari, proprio a lui, intruso dell’ultima ora… e non paghi, una volta terminata la festa, l’avessero aspettato fuori e riempito di  botte pieni di invidia e di gelosia?  Da che parte sarebbe il Paradiso?

….    ….   ….   ….   ….  

E se invece una volta buttato fuori, passati i primi momenti di ribellione, sentendosi perduto, si fosse fermato, nell’ombra, sotto il portico della casa e, come Lazzaro, avesse ascoltato i canti e le danze delle nozze con nostalgia, rammaricandosi di non essersi presentato come si deve? E quel cane che gli si avvicinò, dapprima sospettoso e poi amichevole tanto da lasciarsi accarezzare? Strano davvero… 

Si dice che gli venne da piangere e col pianto sfogò le sue contrastanti emozioni, donandogli una calma interiore che conciliò il sonno. Col cane accovacciato accanto si addormentò senza darsi conto che la festa con l’alba era finita. Nessuno si era accorto di lui. Fu svegliato da una mano che gli aveva dato una scrollatina alle spalle. Il re il persona lo stava svegliando. Quando si rese conto che era proprio lui, impacciatissimo tentò di scusarsi… ma il re lo precedette domandandogli:

-       Che cosa fai qui? Lo disse non come rimprovero ma con dolcezza…

-       Avevo fame, e poi quando mi hai cacciato fuori, mi sono disperato e non potendone più  mi sono seduto spalle al muro per sentire la gioia della festa.

-       Vorresti stare qui con me a tenere in ordine la fattoria?

Il pover’uomo non sapeva cosa dire… Il re prese il suo imbarazzo per un assenso gli indicò gli strumenti di lavoro e se ne andò…

Riavutosi dalla meraviglia, il poveraccio tentò di fare qualcosa…Non abituato al lavoro, faceva del suo meglio…

Ma la sua meraviglia arrivò al colmo quando sul mezzogiorno fu invitato a pranzare con il re… e così ogni giorno e ogni sera… col tempo si abituò a questa fortuna…una fortuna costante che lo rendeva sereno e familiare del re.

Degli altri non si seppe più nulla… Mangiato e bevuto per bene, ritennero le nozze come un sogno da raccontare nella loro miseria, a differenza dell’altro che viveva della fortuna di essere trattato come un figlio.

Che sia questa la grazia?

E se passando gli anni, invecchiando, avesse cominciato ad uscire e ubriacarsi… e alla sera cominciare a tornare tardi…Cosa farebbe il re? Avrebbe chiamato suo  figlio e avrebbero trattato la questione. Il re, certo, sarebbe stato del parere di allontanarlo. Ma rimase felice  che invece il figlio  gli avesse fatto notare che se lo avessero abbandonato sarebbe morto di stenti e pensando a quello che già il padre fece per lui, si sarebbe impegnato di andare a riportarlo a casa ogni qualvolta si fosse attardato troppo.

 Ogni mattino seguente il servo piangeva per l’errore fatto, chiedeva perfino di essere legato o rinchiuso. Ma non lo fecero mai… Il figlio affrontava ogni sera l’ambiente delle cantine della città, tra i sorrisi ironici degli altri poveracci, che sembravano dirgli: - bell’affare hai fatto prendendoti in casa quello straccio di uomo…lo dicevamo noi…!?- E continuò ad accompagnarlo a casa. A chi gli chiedeva quante volte l'avrebbe fatto, fino a sette volte? Rispondeva fino a settanta volte sette!

Alla fine lo assistette accanto al suo pagliericcio nell’ultimo respiro della sua vita…

E la casa sembrò più vuota per tutti…

Anche un povero disgraziato può riempire di vero paradiso una vita.

5. Nel pranzo con il fariseo il paradiso era tutto dalla parte della peccatrice, come dalla parte  dell’adultera, come dalla parte del ladrone crocefisso con il Signore.

6. Se Giuda invece di disperarsi fosse corso da Maria, e avesse pianto tutta la vita; come si dice, abbia fatto Pietro, tanto da avere due piccole fosse sul viso provocate dalle copiose lacrime versate per avere tradito il Signore…

7.E se Gesù invece che morire come vittima fosse sceso dalla croce e avesse incenerito i suoi nemici...?  Come cristiani come mai abbiamo scelto molto spesso questa via?

Come mai ci siamo armati, giudichiamo, emarginiamo, non accogliamo…

E la cananea che aveva più fede degli osservanti ebrei, il centurione pagano che aveva dimostrato più fede di tutto Israele, il pubblicano che diventa figlio di Abramo più degli altri, la peccatrice che ama di più dei farisei, che giudicavano lei e Gesù, il ladrone che va subito in Paradiso…? Che fine faranno? Hanno la sola speranza della morte e della risurrezione di Gesù…e non è poco…per fortuna…

don Matteo Pinton

 Ecco il link per chi volesse vedere le celebrazioni in TV o in streaming (via Internet):

clicca su Atto di affidamento a Maria di sabato 4 luglio, ore 15,00

 

La trasmissione sarà solo in streaming per vedere clicca su “Telechiara-Vicenza

Oppure vai su www.telechiara.it  ed entra nella sezione LIVE 

 

 

S. Messa di domenica 28 giugno, ore 10

 

Sarà trasmessa in diretta su Telechiara e su TVA Vicenza

Per il collegamento in streamingclicca su “Telechiara-Vicenza

Oppure vai su www.telechiara.it  ed entra nella sezione LIVE 

 

Parametri per la ricezione satellitare di TVA-Vicenza

 

Satellite: Hot Bird 13D/Posizione orbitale: 13° Est/Transponder: 158/Frequenza di ricezione: 11662 MHz/Polarizzazione di ricezione: Verticale/SR: 27500 Ms/s  \FEC: ¾/Mod: 8PSK/Service name: TVA Vicenza/Service id: 16988/Pmt Pid: 1995/Pid V:  1993/Pid  A: 1994

 

PER CHI VUOLE VENIRE A VICENZA

 

PELLEGRINAGGIO

“I luoghi del Vangelo in don Ottorino"

Vicenza, sabato 27
e domenica 28 giugno 2015

 

Vieni insieme agli amici e a tutta la famiglia di don Ottorino (riunita da tutte le parti del mondo in occasione dell'inizio del IX Capitolo Generale) a fare l'esperienza della gioia di scoprire i luoghi del Vangelo in cui è nata la Pia Società San Gaetano, si è sviluppata e dove ora è diffusa l'opera missionaria. 

Potrai scoprire perché la Pia Società San Gaetano è presente nella tua diocesi  e apprendere i progetti sociali attivi nelle missioni dell'America Latina e non solo.

DI DIO CI SI PUO' FIDARE

Gv 2, 13-25 – III domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Egli infatti conosceva quello che  c’è nell’uomo’ (v. 25).

Che cosa c’è nell’uomo? Che cosa conosceva Gesù, tanto da non fidarsi dei molti che ‘credettero nel suo nome’ (v. 23)? Si può credere in Gesù e non essere degni della sua fiducia? Cosa significa questa parola dura, a commento di un gesto duro come la cacciata dei mercanti dal tempio?

Indubbiamente Gesù non è tipo da cercare facili consensi o approvazioni euforiche. È uomo fermo e diretto, e anche in questo manifesta l’amore di Dio. Noi, come i suoi discepoli, abbiamo bisogno della luce di Dio, del fulgore della Risurrezione, per comprendere la profondità del suo essere uomo. A lui dunque guardiamo, per capire meglio noi, quello che siamo e quello che siamo chiamati ad essere.

Gesù sa che nel nostro cuore abita la tentazione del mercante. Abita cioè la bramosia di possedere e di gestire la creazione e le creature come oggetti da prendere e da vendere, di cui appropriarsi e di cui usufruire in modo da sentirci un poco più sicuri. Si tratta della tentazione di divenire padroni, per vivere l’illusione di essere padroni anche della nostra vita. Le cose create e a noi donate, dunque, divengono calamite per piccoli o grandi attaccamenti, sostituibili soltanto dall’attaccamento al denaro. E anche le relazioni e le persone scadono progressivamente nella categoria utilitarista di idoli da venerare, ma per il proprio autocompiacimento e per la gratificazione dei propri bisogni. Si ha così l’impressione di esistere di più, perché ci si sente più importanti. Fino al punto da trasformare anche Dio e la sua casa, con tutte le ‘cose sacre’, in un oggetto da possedere e portare dove vogliamo noi, da adorare per ricevere in cambio qualcosa. È la logica del vitello d’oro, immagine plastica di tutti i tradimenti alla legge del Sinai ricevuta da Mosè e donata al popolo perché si lasci condurre e non pretenda di condursi da solo.

Gesù conosceva e conosce tutt’oggi quest’intima tentazione, che nasce da un accorato grido di vita. Forse questo grido ci spaventa troppo, come spaventava i Giudei, figli dell’esodo. Ci impaurisce stare in ascolto di questo urlo, che nasce dallo smarrimento del deserto, dalla vertigine della libertà, dall’esigenza di un’oasi in cui riposare che non sia la nostra superficiale compravendita di favori e di concessioni affettive. Forse ci fa tremare le gambe toglierci da sotto la sedia comoda delle nostre abitudini e ci raffredda le ossa uscire fuori dalle mura arroccate della nostra religiosità di facciata.

Gesù conosce anche questa nostra profonda paura. E fa appello a questo stesso grido nascosto, perché lo lasciamo emergere e lo trasformiamo in invocazione. Ci chiede di rischiare la rottura con le nostre formalità, ci propone di distruggere le pareti in cui nascondiamo la nostra debolezza e fantastichiamo di dover essere migliori o all’altezza degli altri, per provare a fidarci di Lui.

Nel cuore dell’uomo abita una infinita esigenza di fiducia! È il terreno fertile per una autentica libertà, è l’humus dove può crescere l’adesione alla vera legge dell’amore. Fidarsi è bene… non fidarsi è morire! Morire nelle nostre false sicurezze, morire nella logica del mercato, morire come oggetti di commercio, perché prima o poi chi compra e vende diviene a sua volta oggetto di compravendita.

Gesù lancia un esigente appello alla fiducia, che in realtà è la dimensione costitutiva dell’essere umano e lo fa veramente persona. Ci si fida continuamente, più o meno consapevolmente. O almeno si dovrebbe. E chi non si fida, vive in continua tensione, terrorizzato di poter rimanere solo, per sempre… quindi di morire!

Ci si fida, quando si va a dormire la sera, che domani ci si sveglierà di nuovo e il sole non interromperà il suo generoso lavoro di irradiazione; ci si fida delle persone che si incontrano, che il macellaio non ci venderà carne avvelenata e che l’autista dell’autobus non sbaglierà strada di proposito; ci si fida persino di se stessi, che si potrà respirare anche oggi per 24 ore di fila… E chi non si fida di queste cose è considerato malato!

Gesù ci propone di trasformare in esperienza divina questa naturale e inconsapevole esperienza umana di ogni giorno. Fidarsi di Lui è fidarsi di Dio. Significa riconoscere che la vita nostra è Sua, e che quindi è in buone mani. Che il lavoro duro di dargli una casa, costato anni di fatica, a Lui interessa nella misura in cui noi ci lasciamo costruire da Lui la nostra casa. È la casa della beatitudine, è la stanza interiore dove riposare in qualsiasi luogo ci troviamo, è la bellezza dell’amore. Gesù ci chiede di lasciar venire a galla tutto ‘quello che c’è nell’uomo’, perché nell’uomo c’è Dio. E di Dio ci si può fidare. Anche quando il corpo e la carne tutta sono così fragili da pensare di non farcela più. Anche quando la memoria della storia suggerisce solo dolore. Anche quando sembra che il presente sia sotto l’egida della tragedia, e che pochi ne approfittino a scapito dei molti. Anche se il futuro appare incerto, se non addirittura assurdo: ‘…e tu in tre giorni lo farai risorgere?’ (v. 19).

Sì, Dio, in Gesù, fa risorgere la vita e costruisce il tempio nuovo, dove non abita la logica del mercato, ma si vive la legge dell’amore. E se noi facciamo fatica a fidarci di questa verità, a noi sono già stati dati una schiera di testimoni, che accogliendola e facendone il cuore della loro esistenza, hanno manifestato in mezzo a noi uno squarcio della Casa definitiva di Dio.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

CHIAMATI ALL'ARMONIA DEGLI OPPOSTI

Mc 1, 12-15 – I domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

 

Scarno ed essenziale, il racconto delle tentazioni di Marco ci presenta tutte le contraddizioni che in Gesù trovano armonia. Pochi versetti, per mostrarci in Lui ciò che siamo noi, e allo stesso tempo indicarci una meta per il nostro cammino di uomini assetati di felicità.

Gesù ha appena ricevuto la visita dirompente dello Spirito nel Battesimo, riconoscendosi Figlio amato dal Padre. E lo Spirito diviene la sua consapevole guida, il suo compagno di discernimento, la sua forza trascinante. Come aveva fatto Dio con il ragazzo Geremia, ora è lo Spirito a fare violenza su Gesù e a sedurlo per quella missione che è la sua vocazione: vivere da Figlio ogni istante della propria esistenza, in ogni luogo e in ogni situazione. E Gesù ha deciso di lasciarsi sedurre e guidare!

Sospinto così dallo Spirito, dalla Carità che urge risposta e abbandono, Gesù è letteralmente trasportato nel deserto, luogo dell’esodo, spazio del silenzio, solitudine dell’incontro. È la nuova Alleanza che si prepara con lo stesso itinerario di spogliazione e di progressiva integrazione di Israele, che da un groviglio di tribù e di marmaglia si va lentamente trasformando in popolo. Così fa il Padre con il Figlio, così fa lo Spirito con chi si lascia modellare e raccogliere: unifica, integra, armonizza, senza perdere la sconcertante bellezza degli opposti che si contrappongono e si richiamano.

Ed è proprio laddove prevale lo Spirito e dove la Carità penetra i meandri della persona, i suoi tempi e i suoi spazi, persino la sua carne – gli evangelisti dicono che Gesù, dopo quaranta giorni, ha fame, come Israele in cammino -, che Satana si fa sentire più insidioso e bruciante. Laddove è più profonda e appassionata la relazione con l’Uno e Trino, allora si scatena più violenta la tentazione del Maligno. I padri della Chiesa lo capirono ben presto, proprio alla scuola del deserto.

Ma il deserto è soprattutto nell’anima. Chi ha il coraggio di fermarsi per visitarla, per dimorare in essa, chi accetta di stare con se stesso senza sfuggire alla propria frantumazione interiore, scopre da un lato, come mistero insondabile che ci precede, la Presenza della Trinità in lui. Ma subito si riconosce tanto fragile da sperimentare come tentazione anche il più piccolo sotterfugio dell’Avversario: una critica che sfugge alle labbra, un gesto di insofferenza motivato dalla stanchezza, un moto di pigrizia sottile o una banale rivendicazione possono scatenare dolorosissimi pensieri di indegnità e di ingratitudine.

L’uomo che cammina tra le dune del proprio deserto percepisce sempre più di essere soltanto creatura infinitamente piccola e fragile, senza la presenza dell’Amato Figlio, che lì l’ha preceduto. Perché in noi abitano le bestie più selvatiche, e se all’inizio del cammino interiore esse appaiono così voraci ma anche così facilmente identificabili, più si va avanti e più si fanno astute, come il serpente. Sono i nostri istinti, le nostre pulsioni, che tuttavia sono volute da Dio, e da Lui donate per renderci vivi. Ecco allora che, a contatto con gli angeli, con la dimensione trascendente del nostro io, con quell’intima tensione ad andare oltre e a non accontentarci della nostra miseria, possiamo scoprire che le forze passionali racchiuse nella nostra carne e nella nostra mente sono una indicibile risorsa di vita. Gesù non caccia le bestie: caccia soltanto – e decisamente – Satana. Con le fiere Egli sta, perché in Lui, nella sua santa umanità, le bestie convivono armoniosamente accanto agli angeli.

Così ci vuole Dio. Non scissi e spaccati, rifiutando quella parte di noi che ci crea disagio, perché identificata con la debolezza e automaticamente relegata alla dimensione della bestialità. Se rifiutiamo la realtà passionale del nostro essere, la consegniamo al dominio di Satana.

Dio ci vuole invece unificati. Ma è solo opera paziente e certosina dello Spirito, questo lavorio di deserto che integra nell’armonia gli opposti. E ci rende più umani, come Gesù, che è ‘più’ Dio essendo ‘più’ uomo, uomo perfetto. Senza quest’opera di fedele e quotidiano affidamento all’agire divino in noi, anche i pensieri angelici divengono luogo di tentazione, rischio di vanagloria, sottile auto centramento ben gradito a Satana.

Il segno più evidente e paradossale di questo cantiere aperto, di questi ‘lavori in corso’ è l’apertura missionaria ed evangelizzatrice. Sostenuto nell’armonia degli opposti, dentro la contraddizione della vita segnata da un evento tragico come l’arresto di Giovanni, Gesù esce da se stesso e dalla solitudine per annunciare la Buona Notizia. Così per noi: è l’urgenza all’annuncio e all’amore verso i fratelli la cartina di tornasole dell’agire dello Spirito in noi. Perché se al deserto davvero ci sospinge lo Spirito, la sua forza travolgente trabocca fino a farci tornare ancora più appassionati a testimoniare il Regno e il suo compimento nel mondo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

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