LA TRINITÀ HA TROVATO CASA

Gv 14, 23-29 –VI Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

La Trinità tutta si muove e viene, per abitare in noi. Gesù annuncia il compimento della promessa: Dio prende dimora presso di noi. Meraviglioso dinamismo d’amore: Dio ha scelto la sua casa! Lo stesso Dio che aveva chiamato il popolo fuori dall’Egitto, per liberarlo dalla schiavitù e condurlo verso una terra ‘dove scorre latte e miele’, terra promessa in cui vivere liberi insieme, ora sceglie di invertire i ruoli. È Lui che si è messo in cammino, e che esce da Sé per venire incontro a noi. E in noi desidera abitare per sempre!

Il Padre ha inviato il Figlio, esploratore di grazia, ed ora il Figlio torna al Padre annunciando che la terra promessa è pronta per Lui. Il nostro cuore, seminato a festa, trasformato dal mistero pasquale, è pronto per frutti abbondanti: non più latte, miele e grappoli d’uva, bensì fede, speranza e carità. Sono frutti che manifestano l’inabitazione del Figlio e l’azione dello Spirito.

Con il Figlio e lo Spirito, anche il Padre trova dimora in questa terra che da arida è divenuta feconda, che da perduta è stata ritrovata, che come un campo scavato a fondo custodisce il tesoro. La nostra anima, la nostra interiorità sono la terra abitata da Dio, e come aveva preannunciato il profeta (cfr. Ger 31,31-33) è nel nostro spirito che lo Spirito ora vive, geme, invoca e opera.

Il mistero dell’amore divino sorprende e rivoluziona l’esistenza dell’uomo. Ci sollecita a rivolgere lo sguardo verso dentro, per non smarrirci in frenesie ed apparenze. L’amore è innanzitutto questione di presenza a se stessi, di consapevolezza e di ascolto, di spazio spalancato alla Parola che interpella e nutre. L’amore è esperienza di memoria. Dalla memoria grata sgorga la carità, che urgentemente ci spinge verso l’altro.

Questo fa lo Spirito in noi, inviato anche Lui dal Padre a sigillare un’alleanza eterna, per nulla astratta e lontana, bensì estremamente attuale e concreta. Lo Spirito agisce in noi, rendendoci attenti, docili e pronti ad accostare e accogliere la Parola che salva.

Ciò che rende reale questa nostra apertura all’amore è la riconoscenza di quanto questa Parola ha già scritto nella nostra storia. Si tratta di andare con la mente e il cuore al cammino percorso, agli eventi trascorsi in un mare di relazioni, più o meno felici e gratificanti, forse anche dolorose e deludenti. Si tratta di dimorare nuovamente, con la nostra immaginazione affettuosa, dentro quegli incontri e quelle vicende, e riconoscervi una traccia provvidente che non ci ha mai abbandonato. Si tratta di prendere coscienza che lo sguardo misericordioso e la mano premurosa del Padre ha saputo accompagnarci anche quando noi non ne percepivamo la presenza, e anche dove tutt’oggi fatichiamo a cogliere il senso.

Ma se siamo quello che siamo è grazie alla storia vissuta. E questa storia personale, unica e irripetibile, è la nostra autentica storia di salvezza. Non ne esiste un’altra, non ne abbiamo altre. Il Dio uno e trino si è preso cura di noi negli intrecci misteriosi della nostra vita.

La Trinità è mistero, ma anche noi siamo mistero. Significa intreccio di divino che si fa umano, di umano che porta in sé le tracce del divino. Il mistero è luce abbagliante che parla dell’Oltre, che impedisce di fermarsi all’esteriorità, che scava dentro il superficiale. Tutta l’esistenza, dunque, è mistero, perché non vi è nulla, nemmeno un fallimento o una delusione, che non possa accennare o gridare la Presenza del Padre silenzioso che parla, del Figlio risorto perché crocifisso, dello Spirito delicato e forte come il vento. Tutto per amore.

Nel mistero della vita, di cui facciamo memoria per non lasciarci sfuggire le Parole che hanno intessuto la nostra storia, e che fanno sgorgare in noi un inno di gratitudine, cogliamo i segni e le indicazioni per vivere rivolti al futuro con speranza.

Attendiamo infatti un compimento, ma non di tenebre sempre più oscure, bensì di una luce che inonda tutta la città. E ‘la città non ha [più] bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello’ (Ap 21,23).

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

UNA VOCE CHIARA E UNA MANO SICURA

Gv 10, 27-30 – IV Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

Il Buon Pastore dà la vita eterna alle sue pecore. Per avere in eredità la vita eterna è necessario entrare a far parte del gregge condotto dal Buon Pastore. Questo è il senso di ogni esistenza, ciò che orienta una vita umana verso la sua meta. La vita eterna che offre alle sue pecore il Pastore Bello è intessuta in un rapporto intimo e duraturo con Lui, per dare accesso al cuore del Padre, che è dimora di sicurezza e di felicità.

Per stringere la relazione vitale con Gesù, Bel Pastore, sono necessari due movimenti: l’orecchio vigile alle sonorità della Sua voce e la mano tesa a lasciarsi stringere dalla mano del Padre.

Il Pastore infatti chiama per nome. Si tratta di una esperienza di liberazione e di un sussulto di commozione. Il nome di ognuno di noi è stato pronunciato nel silenzio dei tempi dal Padre che ci ha creati; Egli conosce ogni pecorella da sempre, e nel pronunciare il suo nome le ha dato identità ed esistenza. Il nome è la totalità del nostro essere, e ne è anche la direzione da percorrere.

Il Padre, in confidenza, ha sussurrato ogni nostro nome all’orecchio del Figlio, Buon Pastore, e così Gesù rinnova il miracolo della creazione chiamando a voce alta le Sue pecore a seguirlo. La garanzia di entrare a far parte del Suo gregge non è l’appartenenza a una dinastia, o un cognome altisonante fatto di meriti e di virtù praticate; si diventa Sue pecorelle solo se si aprono gli orecchi in ascolto quando la Sua voce amorevole pronuncia ancora una volta il nostro nome.

Chiamandomi, Gesù mi invita a entrare in un dialogo con Lui. Mi interpella, in qualche modo mi invoca, perché mi convoca fra i suoi. Se Lui mi conosce da sempre, perché ha raccolto dal Padre le confidenze su di me, nel chiamarmi mi apre l’accesso al Suo cuore per poterlo anch’io conoscere.

È il mistero della vocazione. Rivelandomi chi è Lui, infinito desiderio di comunione, mi manifesta a me stesso chi sono io, intima nostalgia della stessa unità. Conoscerlo è tutto ciò che conta. Seguirlo  sulla scia dell’eco melodiosa e ferma con cui risuona il mio nome intonato dalla Sua voce è l’unica via per conoscerlo. Il Pastore si svela nell’agire amoroso, nel parlare franco e tenero insieme, nell’urgenza della carità. La Parola pronunciata diventa sempre evento: anche il mio nome, in me, plasma la mia verità. E così, chi ascolta il proprio nome pronunciato nell’intimità della preghiera, sente strutturarsi dentro una incrollabile vita interiore, che resiste alle intemperie del tempo.

È la vita eterna. Attuale e mai pienamente compiuta su questa terra. Mistero di gioia che trasforma, lasciandosi percepire senza mai poterla possedere del tutto. Per ora, almeno.

Ma l’eterno non tradisce. Colui che ‘è più grande di tutti’ non inganna e non abbandona. Il nome di ciascuno di noi, trepidanti e timorosi nella nostalgia di entrare a far parte del Suo gregge, è impresso a lettere di fuoco nel palmo della mano di Dio, l’Eterno. Il più antico tatuaggio, racconta la Parola, sta nella carne del Creatore che ha voluto legarsi definitivamente alla Sua creatura con vincolo indistruttibile d’amore.

Dunque stringere la mano del Padre attraverso le mani ferite e aperte del Figlio crocifisso e risorto è garanzia di vita eterna. Dentro agli smarrimenti della storia, frastornati dalle incertezze dell’umanità che rischia di perdere anche l’identità propria e di ciascuno, scossi dalle false idee che deformano la verità di noi stessi, ecco che ci sentiamo prendere per mano, come bimbi mai sicuri di avere davvero imparato a camminare da soli.

E il Padre stringe forte la presa! Non vuole lasciarci scappare, non vuole che nessun mercenario strappi le sue pecorelle amate da questo legame vitale.

‘Perché il mondo oggi ha tanta paura di parlare di Dio?’, mi ha chiesto un giovane 17enne. Forse perché il mondo si illude di poter stare in piedi senza lasciarsi stringere forte dal ‘più grande di tutti’, supponendo di poter vivere da lupo quando siamo tutti pecorelle. Forse perché ci si maschera di eroi o di vittime, senza accorgersi che siamo fatti per essere unità e relazione.

La voce del Figlio, che pronuncia nitido il mio nome, e la mano del Padre, che mi si porge e mi stringe nella mia insicurezza, manifestano la verità della mia esistenza. Sono al mondo perché qualcuno mi chiami e per rispondere; esisto per camminare aggrappato all’Amore e divenire così capace di sorreggere chi ancora traballa, perché ancora non sa di avere anche lui un nome dall’eternità.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

PROFUMI DI RESURREZIONE

Gv 20, 1-9 - Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

Il sepolcro è vuoto! Lui non c’è più!

Mi par di vederti, Maria, mentre corri verso la Chiesa acerba, Pietro e gli altri, travolta da un miscuglio di sentimenti dentro, mentre la mistura di oli e profumi è rimasta là, ormai inutile e superflua. D’altronde, non ricordi? Il corpo del tuo Signore porta ancora in sé il profumo di nardo di Betania, con cui una donna come te aveva preparato questi momenti.

Il corpo del tuo Signore era intriso di Amore, Maria: per questo non poteva restare chiuso dentro quel sepolcro. L’Amore non può essere contenuto. Quando si compie, l’Amore trabocca, oltrepassa i limiti e le aspettative, stupisce con aromi di vita nuova.

Il sepolcro è vuoto: difficile da credere! Per tutti: per te e gli apostoli, Chiesa primitiva ormai prossima a nascere, e per noi, Chiesa attuale che continua a correre verso il Signore sulla scia dei profumi lasciati da voi e da tanti altri nel corso dei secoli. Il vostro profumo di cristiani, unti della fragranza della fede, la vostra testimonianza ci attrae, ci invita, ci fa alzare e correre ancora, sebbene spesso le ginocchia siano infiacchite.

La fede vi ha portato oltre, accanto all’Amore. L’assenza del volto di Lui, che avevate visto ucciso e crocifisso per noi, vi ha condotto alla certezza della Sua presenza. La carne ora è trasfigurata, resa gloriosa nello Spirito: lo scoprirete poco a poco. Ciò che è certo, però, è che non può essere stata trafugata, perché la pietra pesante è tolta, mentre il sudario è accuratamente appoggiato in un luogo a parte. Una mistura di potenza e di tenerezza.

È risorto!

È una certezza e un grido che si impone nel cuore di chi ama. Perché solo la forza di Dio può spingere via con determinata risolutezza la roccia che sbarra il passo alla vita, e allo stesso tempo spendere lunghi istanti a sistemare delicatamente le stoffe che hanno asciugato il sangue del volto di Gesù. Divinità e umanità si incontrano, anche nel momento cruciale. Quando la vita sconfigge definitivamente la morte, Dio si manifesta nel Figlio che, alzandosi dai morti, mostra la sua eterna cura per i vivi.

È risorto! Il sepolcro è vuoto, il sudario ‘avvolto in un luogo a parte’!

Nella corsa affannosa dei discepoli, con te, o donna, intravediamo la nostra  scomposta ricerca di Lui, e l’invocazione mista di timore e di speranza con cui spesso, e forse anche oggi, ci rivolgiamo a Dio. La nostra, come la tua anima, è una mistura di tensioni e contraddizioni; il nostro, come il tuo spirito, è stato lacerato da ‘sette demoni’, il peso del peccato che divide dentro e rompe le relazioni. Ma è proprio nella guerra del nostro cuore, vera radice di ogni altra guerra, che percepiamo con te la verità: Colui che pensavamo non trovasse dimora in essa, con la Sua mancanza dice invece di prendersene cura, per guarirla e pacificarla.

La pace del Risorto è la promessa di questo santo mattino, alba di nuovi profumi primaverili. A noi, come a voi, testimoni semplici e credibili, è chiesto solo di chinarci e vedere. Le ginocchia infiacchite ora si piegano per fede, davanti a Colui il cui Nome è al di sopra di ogni altro Nome. Piegare le ginocchia e lasciar libero corso alle lacrime, per riconoscere il Suo sguardo di misericordia, è la via per ritrovare vigore e riprendere la corsa nella vita. Non più affranti da i sensi di colpa del passato né ansiosamente smarriti a cercare una garanzia di futuro, ma fermamente ancorati alla certezza del presente abitato per sempre e divenuto eternità.

Cristo è risorto, è veramente risorto! Anche il sepolcro più intimo della nostra miseria, dove pareva potessero stare soltanto odori di morte, è invece arieggiato e ricolmo di profumi di Resurrezione. Nelle nostre tenere e dolorose contraddizioni, l’infinita nostalgia di Cielo ha ora un grido di bellezza che trabocca: il Signore, il mio Signore è risorto!

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL CORPO DONATO

Gv 13, 1-15 – Giovedì Santo (Messa in Coena Domini)

Commento per lavoratori cristiani

 

In alcuni Paesi dell’America Latina, quando si celebra un funerale, si dice che la messa è celebrata ‘a corpo presente’, per indicare che vi è la salma del defunto e per distinguerla dalla celebrazione di commemorazione.

Ciò che invece celebriamo oggi, e che continueremo a celebrare nei giorni santi del Triduo Pasquale – che sono come un unico santo giorno -, è una messa ‘a corpo donato’. Così è, infatti, di Gesù, della sua morte e risurrezione: un mistero di totale donazione! Esso culmina nel ‘corpo assente’ del sepolcro, dove non ci sarà mai più un cadavere a indicare la vicinanza di Dio all’uomo, ma la mancanza che alimenta un desiderio e una verità: Egli è risorto e noi siamo fatti per l’eternità!

Quest’oggi in particolare, nella memoria dell’ultima cena e nel gesto suggestivo e toccante della lavanda dei piedi, contempliamo il senso profondo di quanto accadrà domani e nella meravigliosa veglia pasquale. Il senso di tutto è proprio l’offerta senza misura, l’incondizionata consegna di sé che Dio compie assumendo senza limiti la nostra povera e fragile umanità mortale.

Gesù, Figlio fatto uomo in un corpo, che è carne abitata dallo Spirito, coinvolge in questa sua vita umana e divina anche i suoi discepoli più intimi, gli apostoli chiamati a continuare la sua missione. Gesù fa corpo con i suoi, attraverso il contatto dei corpi: la carezza delle mani che lavano i piedi, la delicatezza di asciugare e sollevare le piaghe del cammino, la tenerezza umile di un gesto che nemmeno lo schiavo era tenuto a compiere. Gesù rende tutti noi corpo con Lui: noi Chiesa siamo un solo corpo, il Corpo di Cristo che abita il mondo da salvare. Gesù Eucaristia è il Corpo vivo che rende viva la Chiesa, e la trasfigura in ogni Santa Messa facendo così presente ancora una volta il Suo Corpo.

Siamo invitati e anche resi abili, in questo giorno santo, di sentirci uniti come un unico corpo, ognuno accanto e legato inseparabilmente all’altro, in virtù del battesimo. Il Corpo di Gesù ci fa popolo, assemblea, famiglia: oggi ci scopriamo uno in Lui, perché Egli dona ad ognuno l’esempio e la capacità di servire il corpo dell’altro.

Questo corpo di Gesù è donato, consegnato, al punto da perdersi in una logica di amore ‘sino alla fine’. Nulla è trattenuto per sé. Così la Chiesa è fedele al Suo Signore, al Capo del corpo. Se a partire dall’Eucaristia, sacramento che rinnova l’offerta del Capo, esce e si consegna in ogni dove, a ogni prossimo, per ogni malcapitato che scende a Gerico. La Chiesa samaritana, che tocca con mano il dolore del corpo e dello spirito dell’altro, continua la missione di essere dono donato.

Questo è il senso del nostro esistere e ciò che il mondo, necessitato di salvezza, si aspetta – anche senza saperlo – da noi che siamo Chiesa. Che ci doniamo, con la fantasia delle opere di misericordia, con la ricchezza delle loro opportunità. Così un padre e una madre sono Corpo di Cristo nel riprendere un figlio che sbaglia, ma anche nell’accarezzarlo perché è triste. Così un lavoratore è Corpo di Cristo nel compiere con onestà il proprio dovere per non rubare, ma anche condividendo parte dello stipendio con il collega se c’è il rischio che sia licenziato. Così un anziano è Corpo di Cristo se sopporta con pazienza la vecchiaia che rende fragili, ma anche se non smarrisce il gusto di donare la propria sapienza a figli e nipoti smarriti. Così un giovane è Corpo di Cristo nel generare creative esperienze di servizio e di volontariato, ma anche nel lasciarsi guidare per orientare la propria esuberanza.

Il Corpo donato di Cristo, quest’oggi, rende possibile e sollecita il dono di noi stessi. Ma non isolati ed eroici promotori di assistenza, bensì corpo unico, uniti sotto il manto della misericordia ricevuta, per fare della vita della Chiesa intera una concreta vita eucaristica.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

TRA DESIDERIO E NECESSITÀ

Lc 22,14-23,56 – Domenica delle Palme C

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi’ (22,15).

La Pasqua di Gesù comincia da un intimo desiderio di amicizia e di condivisione. Gesù desidera mangiare con i suoi, prima di affrontare il dramma della Croce. La scelta di avviarsi su per la salita di Gerusalemme, con passo deciso e risoluto, nonostante la consapevolezza di quanto lo attende, sgorga in Gesù da un animo che coltiva il desiderio. Gesù, uomo perfetto, non si lascia dominare dagli eventi, non accompagna passivamente la storia, non subisce le inevitabili conseguenze dei fatti: ma li abita, li riempie di presenza, li orienta secondo un orientamento voluto e cercato. Ed è la spinta del desiderio a sostenere il suo camminare, coltivato con passione e secondo un preciso senso di marcia.

Gesù, vero uomo come noi, alimenta il proprio desiderio di donazione, di servizio, di consegna totale. Ne parla ai suoi negli attimi cruciali dell’ultima cena, perché di questo ha colmato tutta la sua esistenza. Si giunge ai momenti ultimi dell’esistenza portando con sé ciò che di ultimo si è cercato per tutta l’esistenza. Alla fine dei giorni si porta quello che ha riempito i nostri giorni.

‘Deve compiersi in me questa Parola della Scrittura’ (22,37).

Accanto al desiderio, dimensione estremamente personale, se non a volte soggettiva, Gesù ha consapevolezza che esiste una necessità, un dovere, forse anche una ineluttabilità della storia. Esiste, nel mondo, qualcosa che ‘deve’ essere così, e non può essere altrimenti. C’è un elemento che ‘bisogna’ accogliere come tale, pena il rifiuto della storia stessa e lo smarrimento nel pellegrinaggio della vita. Anzi, pena la negazione di se stessi e della propria umanità.

Che cos’è questo dato? È uno spazio di limite e di condizionamento tale da non poterne sfuggire.

Gesù assume in sé tutto questo. Si entra così nella tensione pesantissima tra il desiderare personale e la necessità di accogliere qualcosa che non dipende da sé. La vita vera, in fondo, è fatta di questo. E forse sta lì il vero senso della Passione: non solo l’ineluttabilità della morte, ma lo scontro tra il limite e la restrizione che essa comporta e quell’infinita aspirazione di vivere per sempre, di onnipotenza e onnipresenza che dimora nella profondità del cuore.

‘Desidero’… ma ‘devo’… Non sempre conciliabili, non sempre armoniosamente orientati allo stesso fine. Almeno in apparenza. L’uomo si ritrova così lacerato, e tende a rifiutare la lacerazione e lo scarto. Si sente meno uomo, se non può affermare la propria indiscussa autonomia. Si ritrova meno uomo, se non riesce ad assumere ogni dimensione dell’esistente, anche quando questo gli sfugge nella sua verità. Perché l’uomo è dato a se stesso, non c’è nulla da fare! Ma allo stesso tempo custodisce un appello di autorealizzazione che non può sradicare da sé!

E allora patisce, soffre, urla, suda sangue! Forse è proprio questa la necessità: bisogna che tu, o uomo, o Figlio, ascolti e assecondi il desiderio immenso di diventare uomo davvero!

Dove sta la chiave? Quale la risposta? Cosa attutisce o ‘porta a compimento’ la ricerca?

‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’ (22,42).

Ecco la via: donarsi totalmente all’unico che è Tutto. Senza ridimensionare il desiderio, ma trasformandolo in relazione. Senza evadere alla necessità, ma riconoscendola come volontà di un Altro. Non è il fato, né la casualità a portare il Figlio sulla croce: è la scelta consapevole di assecondare il desiderio di essere tutto del Padre. Che la Sua volontà diventi la mia! Che nell’essere in due diventiamo uno!

Così la via che si svela è percorribile anche da noi. Si tratta di far divenire nostro desiderio ciò che il Padre vuole. Così il dolore e l’offerta intessono nuovi ricami che ricuciono gli strappi del cuore: non siamo più affannati a rivendicare indipendenza per sfuggire all’inevitabile morte, ma ci troviamo abbandonati con fede alla cura amorevole di Colui che rimane accanto e dentro il nostro quotidiano sacrificio. La Sua presenza, umanissima e divina, consola e asciuga le nostre lacrime, che pur tuttavia continueranno a cadere. Perché, per chi desidera vivere, è necessario piangere.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

POLVERE DI STELLE

Gv 8, 1-11 – V domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 Ma perché gli scribi e i farisei se ne sono andati tutti? Perché di fronte a un gesto di misericordia, che desidera arrivare a tutti, loro scappano? Sarà la vergogna, l’imbarazzo, lo smacco inaspettato a far sì che la compassione abbia una simile potenza di disarmo?

Gesù scrive con il dito per terra. È il dito del Creatore, lo stesso dito che fece le stelle del firmamento (cfr. Sal 8,4). È il dito di un artista: con le dita si fanno i dettagli, si curano i particolari. L’uomo, invece, era stato plasmato dalla terra con la mano di Dio. Ora Gesù tocca nuovamente la stessa terra, e ne ridefinisce le sfumature. Davanti ha una donna lacerata: è la Sposa caduta nel peccato, è l’infedeltà all’Alleanza che ha ferito l’umanità prediletta. E Gesù, come Sposo fedele, la sfiora con la delicatezza dell’Amante, di colui che sistema le ciocche di capelli spettinate e carezza le rughe di dolore. Il dito di Gesù non si limita a restituite dignità a chi ha sbagliato, ma rende più bello il volto di chi è sprofondato nella bruttura. Con l’argilla era stato fatto l’uomo, impastato dai palmi di Dio. Con la polvere, a cui l’uomo deve tornare, Gesù modella la preziosità dei lineamenti, feriti nella loro vulnerabilità, e per questo di nuovo aperti all’amore.

Il dito di Gesù è lo stesso che toccherà le piaghe di Tommaso incredulo. Perché se all’apostolo focoso sarà dato il privilegio di allungare la mano per metterla nel costato del Risorto, questo gesto poi non gli sarà più necessario. E allora sarà il dito di Gesù a carezzarne lo stupore, a risanare la spaccatura della diffidenza, a ricucire lo strappo di chi non ha avuto fiducia. Lo stesso dito, dunque, che alla polvere oggi dona un profumo di stelle. Il firmamento torna a brillare nella carne e nel cuore di una donna, che ha sbagliato, ma che Dio non ha smesso di amare e di cercare.

E allora ci si chiede, addolorati come Gesù: come si può fuggire di fronte a tanto amore?

Nella festa del perdono senza misura e della misericordia che oltrepassa la legge, perché va al cuore della legge, ci riconosciamo anche noi, spesso, farisei terrorizzati dall’amore. Ci spaventa poter essere coinvolti in una vertigine che non controlliamo. Ci spiazza l’invito a lasciarci travolgere da un fiume di grazia che viene da Lui e di cui noi non siamo proprietari, ma destinatari prediletti. Ci fa’ tremare le gambe la tenera carezza di un dito che ci sfiora, più potente di ogni imposizione violenta e di ogni giudizio minaccioso.

Quanto avrà desiderato, il cuore misericordioso di Gesù, che almeno uno di quegli uomini, assieme alle pietre, lasciasse cadere a terra il muro dell’orgoglio e magari anche le ginocchia irrigidite, per poi vedersi rialzare, accanto alla donna, ad una nuova dignità! Quanto avrà sofferto il Signore per non aver potuto abbracciare nella nube del perdono anche le membra dure degli esperti della Legge, così che tutta la comunità potesse trarre profitto dalla trasfigurazione dei suoi capi!

Ogni uomo e ogni donna, oggi, sono chiamati a stare nel mezzo, a rimanere ben in vista, davanti allo sguardo di Dio. Sono occhi benevoli e benedicenti, ma sono anche penetranti come spada che raggiunge le giunture dove avvengono le nostre scelte importanti. Sono occhi che bruciano le scorie e restituiscono purezza di vita. Ogni uomo e ogni donna, oggi, può decidere di non fuggire al crogiuolo dell’amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LO SPIRITO DI VERITA'

Gv  15, 26-27; 16,12-15 – Solennità della Pentecoste

Commento per lavoratori cristiani

 

Per vivere appieno la Pentecoste, Pasqua dello Spirito Santo, c’è da ridestare il desiderio profondo di verità. Quello che anima i grandi testimoni e i martiri della Chiesa, come il beato Mons. Oscar Romero. La venuta del Paraclito è novità e turbamento, è incendio e refrigerio, è consolazione e sconvolgimento. Ma nulla di tutto ciò può invadere e trasformare il cuore dell’uomo se non risorge dall’intimo la domanda esistenziale della verità.

Il mondo di oggi è tempestato di notizie. Le informazioni corrono, alla velocità di un clic, da una parte all’altra del globo, quasi in contemporanea con i fatti che accadono. Non si fa in tempo a vivere un’esperienza, a gustarne le emozioni, a coltivarne lo stupore e l’imbarazzo, la gioia e la delusione, che le foto e i video dei volti e dei luoghi già corrono da uno smartphone all’altro.

Siamo connessi con ogni angolo della terra. E sebbene restino intere sacche di popolazioni escluse da questo mondo mediatico, che non è forse meno reale del mondo del contatto fisico, l’interrogativo più coinvolgente che si impone riguarda piuttosto un’altra dimensione: la verità! Quanto, cioè, di ciò che comunichiamo è vero? Quali i criteri e le garanzie per definire una notizia come vera? Dove trovare i punti di riferimento affinché l’interazione che si genera nello scambio sia vera?

Perché è la verità che trasforma una connessione in cammino di comunione. Solo nella verità l’intreccio di individui collegati tra loro diviene anticipo di unità tra persone che si amano.

La verità, però, non può essere data per scontata. E quando invece si da per scontato che ciò che vedo, ciò che leggo, ciò che scambio sia vero, qualcosa manca alla relazione. Manca la profondità, manca lo svelamento, manca la persona intera. Ecco perché il mondo dei media non elimina, anzi allarga e provoca ancora maggiormente la necessaria e vitale domanda di senso. Che è la domanda che ci fa essere uomini.

Lì abita lo Spirito, lì avviene la Pentecoste. Quando degli uomini – appunto – sconvolti dall’accaduto della storia, storditi dal fallimento del loro Maestro crocifisso e spiazzati dalle voci e dagli sguardi di chi lo dice risorto, si domandano se ciò sia vero. Quando degli uomini – appunto – impauriti e tentati di evadere e tornare alla banalità dell’esistenza di prima, vengono raccolti dalla Madre nel Cenacolo, luogo di memoria e di rivelazione, e si lasciano inquietare profondamente dal grido del cuore: ma è vero tutto questo?

Il peso è grande: la domanda sul senso della vita e sulla verità delle cose non può trovare risposta nella piccolezza del nostro ragionare. La nostra testa è povera, per contenere l’immensità della manifestazione. Perché la verità, in effetti, è cosa tanto umana quanto divina. In essa si incontrano il Cielo e la terra. La verità della terra, infatti, è che è fatta dal Cielo e per il Cielo. La verità ha la ‘V’ maiuscola: è la Verità di una relazione, è Persona!

Per questo, la Verità scrolla di dosso la polvere che appesantisce e invecchia i bei lineamenti della creazione. Solo chi l’ha creata lo può fare, perché ne conosce i dolci tratti e soprattutto desidera rivederli, anche quando le ferite del peccato e della menzogna li hanno sfigurati. Per questo, Gesù promette e invia quello stesso Spirito creatore che all’origine del mondo era nel grembo del Padre, come Colomba inquieta, e aleggiava muovendo correnti di vita nuova nel caos da portare ad armonia.

Ebbene sì, la Pentecoste è una rinnovata Creazione. Lì il creato e in esso l’uomo, la creatura più buona, vengono ricondotti alla verità originaria, che è quella di essere usciti da Dio e dal suo cuore innamorato, per tornare a Lui avendo generato nell’intimo la vita del Figlio.

Quando ti dicono che assomigli tutto a tuo padre, il cuore si riempie di orgoglio e di gratitudine: appartieni a qualcuno, e anche il tuo corpo lo dice, i tuoi tratti non riescono a nasconderlo. Se questo padre ti ha deluso, senti quella rabbia che invoca riscatto, perché la verità è che un figlio ha diritto a un padre che lo ami. Ma se questo Padre, invece, è Dio in persona, che di amore ti ha inondato da sempre; e se ciò significa che tu appartieni proprio alla Famiglia divina, allora la gratitudine è anche infinita umiltà, perché mai avresti potuto meritare di appartenere a una casa più bella.

Lo Spirito rivela e crea tutto ciò. Ci chiede soltanto di lasciar venire a galla la domanda, il desiderio, la trepidante ricerca della verità. Di non spaventarci del dubbio: ‘chi sono io? E chi sei tu, Signore?’. Di non nasconderci di fronte alla paura della solitudine. Perché quando mi accorgo di non poter esistere da solo, ecco che il peso dell’abbandono viene travolto dall’irruzione di una Presenza: ‘tu sei mio figlio, in te mi sono compiaciuto!’.

È parola di Verità, pronunciata dal Padre e che da Gesù trabocca a noi, sotto la spinta dello Spirito Paraclito. La verità, quindi, si mostra come relazione e intimità con la Trinità tutta. Non è concetto soltanto, non è idea che convince: è rapporto che contagia, appartenenza e reciprocità; è lasciarsi possedere da Colui che tutto lo mette nelle mani del Figlio e dello Spirito perché, attingendo alla stessa Fonte, possano immergere anche noi nel battesimo della gioia.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DISCENDERE PER SALIRE AL CIELO

Mc  16, 15-20 – Solennità dell’Ascensione del Signore B

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra?’ (Ef 4,9).

La via per ascendere al Cielo è la discesa verso la terra. Questo è stato l’esodo di Gesù, il Figlio di Dio. Questo è l’itinerario proposto anche a noi, per imitare il Maestro e Signore che ci invia per il mondo a ‘proclamare il Vangelo a ogni creatura’.

Tradizionalmente, si usa dire che la vita cristiana e la vita spirituale in genere sia un cammino per ascendere sempre più in alto e avvicinarsi a Dio. Sembra però che Dio stesso abbia stravolto questa visione delle cose, mettendoci tutti gambe all’aria. Infatti si ascende verso di Lui nella misura in cui si accetta di scendere assieme a Lui.

Le pratiche ascetiche, gli esercizi virtuosi, l’impegno per una buona condotta di vita valgono nella misura in cui siamo immersi nella kenosis di Dio, che è la sua spogliazione: questo è il battesimo, questa è la fede!

Sono due i luoghi della discesa.

Il primo è quello dei prossimi che incrociano le nostre esistenze. C’è da avviarsi e percorrere le strade che portano alle viscere del mondo, dove cioè brucia la sofferenza, la divisione, l’emarginazione. Lì il diavolo divide e frantuma le persone e i rapporti: nei luoghi dell’egoismo e della competizione esasperata, negli spazi dell’individualismo e della rivalità che uccide. Siamo mandati a scendere negli inferi dell’umanità, dove il povero interpella drammaticamente la nostra solidarietà e la nostra capacità di condivisione. È la prima via di spogliazione e di discesa, sempre più urgente, sempre più universale. Lì c’è da compiere gesti di guarigione, di riconciliazione, di unificazione, con la potenza dello Spirito, del Signore che agisce insieme con noi, con gesti che confermano la scelta del discepolo.

E il secondo ambito della discesa siamo noi stessi, la nostra interiorità, il nostro misterioso mondo interiore. Abbiamo bisogno del coraggio di entrare dentro noi, accettando il rischio di abitare le nostre fragilità e i nostri dolori che ci terrorizzano. I demoni si nascondono nella sottile superbia di evadere dalle nostre ferite. Quando ci diciamo troppo deboli per essere perfetti, ma non ci accorgiamo che si maschera lì la menzogna che nemmeno Dio possa riscattarci dalla nostra miseria. Scendere in noi significa credere che lo Spirito è abbastanza potente da vincere la frammentazione che ci spacca dentro, da sconfiggere il maligno che ci sussurra la bugia di essere così indegni da non meritare nemmeno lo sguardo del Signore. Come se il Signore se ne fosse andato lassù nel Cielo per rimanerci per sempre, lontano e dimentico di noi.

E invece, chi accetta il rischio e il fascino di percorrere queste due vie di discesa, si incontra con il compimento della promessa: Lui, il Signore, è già lì che ci attende, perché è disceso prima di noi.

Gesù, infatti, abita nel povero, che è icona della Sua fedele permanenza nel mondo, non solo a fianco, ma dentro la stessa esistenza di ogni emarginato. E Gesù abita nella stanza intima del nostro cuore, laddove si incontrano i nostri desideri di infinito e la nostra più lacerante miseria. Gesù, ‘più intimo a noi di noi stessi’, è sceso agli inferi della storia e di ogni persona, per prenderci per mano e portarci fuori, riscattati dal suo Nome, che è ‘Signore’.

Discendere, per ascendere, significa in fondo accettare di tendere a Lui la nostra mano, perché Egli ci sollevi fino ai vertici della sua bellezza. Chi percorre le strade del mondo con questa consapevolezza, fa della propria vita un segno credibile dell’efficacia della Parola.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA CASCATA DELL'AMORE

Gv 15, 9-17 – VI Domenica di Pasqua B

Commento per lavoratori cristiani

 

Siamo nel cuore dell’inno all’amore di Giovanni. Una cascata di Amore, lo Spirito Santo. La cui sorgente è il Padre e il cui letto che ne raccoglie le cataratte è il cuore squarciato del Figlio. Da lì trabocca, infrangendo gli argini, verso i suoi diletti, coloro che Egli ha scelto come suoi amici. Siamo noi, torrenti mandati a spargere in ogni angolo della terra questo effluvio di Grazia.

L’Amore è ciò che accomuna il Cielo e la terra, è il ponte che congiunge questi estremi, consegnando anche alla fragilità della Creazione l’impronta dell’Infinito. L’Amore è traccia dell’Eterno che si imprime fra lo scorrere del tempo, rendendolo dinamicamente stabile. L’attimo fuggente si trasforma in definitivo, perché l’Amore fissa nei volti degli uomini i tratti del Volto di Dio.

La contemplazione coinvolge, avvolge, penetra la sete di immortalità che abita nei nostri cuori. Grazie all’Amore, ricevuto senza meriti dall’Alto e diffuso senza misure a chi ci è accanto, la carne mortale rimane impregnata del profumo della Risurrezione. Gesù, il Figlio donato per noi dal Padre, vive per sempre nell’attimo in cui uno di noi si lascia trasportare dal mistero della consegna e sceglie di abbracciare d’amore il fratello.

Strano percorso, quello dell’Amore. Abituati a pensare che lo si dà per riceverne in cambio, scopriamo invece che la sua natura divina è quella di consegnarsi gratis, senza desiderare ritorno. Che il suo tragitto ha solo la direzione di andata, quasi un senso unico che si sparge, a ricercare i viottoli meno esplorati dell’esistenza. Dove meno lo si pensa presente, l’Amore va a cercare diritto di cittadinanza.

Così Dio ‘piega il suo cielo e scende’ a spargere Amore nella vita della sua più bella e umile creatura. E alla creatura stessa, Dio chiede e dona la capacità di allargare cuore e braccia ad amare coloro che nessuno ama. È in questo percorso unidirezionale il motivo della gioia. Si scopre che vivere l’immagine e somiglianza originaria con il Creatore è questione di donazione, e che questa opzione, più che essere una legge da rispettare, è un’esigenza di identità. È una vocazione: noi siamo fatti dall’Amore e siamo fatti per amare. Siamo capaci di amare, perché amati dall’Amore.

Come si realizza questo comandamento di grazia? Quali le tappe dell’itinerario divino e umano dell’Amore?

Gesù ci suggerisce di imitarlo: amatevi ‘come io ho amato voi’. Risuonano le parole dell’ultima cena: ‘quello che io ho fatto a voi, anche voi fatelo l’uno all’altro’. Ecco quello che ha fatto a noi Gesù.

Prima di tutto ci ha scelti. Senza motivi specifici, senza che noi potessimo presentare curriculum o punti al merito. Ci ha scelti perché Lui ha voluto. Allora anche noi, per amare una persona, dobbiamo sceglierla. E non perché se lo merita, non perché ci piace, non perché è amabile. Ma per libera e gratuita benevolenza. E a volte per scegliere c’è da andare a cercare, c’è da avvicinare: c’è sicuramente da fare il primo passo. Non si ama se si subisce o si sopporta solamente.

Poi Gesù confida le cose sue, che sono le cose del Padre. Ci investe, cioè, di fiducia. Incredibile fiducia, visto il dislivello tra noi e le confidenze che ci fa. E così ci ha chiamati, cioè fatti suoi amici. Amare è riporre fiducia nell’altro. Ed è comunicare con l’altro, aprire il dialogo, approfondire il contatto. Amare è generare ponti di comunicazione e di condivisione, instancabilmente. Anche quando si percepisce un dislivello con l’altro, che merita rispetto e cura, ma mai indifferenza e rifiuto. Non siamo migliori di nessuno. Come il samaritano, siamo chiamati a farci prossimi, amici, più che a pretendere amici. Sempre una condivisione delle ‘cose del Padre’ porta ricchezza e gioia, preannuncia frutti abbondanti.

Infine, Gesù da la vita per noi. Tutta la sua vita, tutto se stesso. Gesù ama perché è totalmente donato, decentrato, proprio come il Padre. Troppo certo dell’Amore del Padre, per tenersi stretta la propria vita. Si dona chi sa di non possedersi, perché si è ricevuto. Si dona chi appartiene a qualcun altro, perché non ha più nulla da difendere. Anche noi, dunque, siamo resi capaci di donarci senza misura, inspiegabilmente, quando vediamo nell’altro la traccia di un’appartenenza più grande: lui e io siamo di Cristo, e Cristo è di Dio.

Ecco tre piccoli grandi passi. Una logica esigente, ma vera e dirompente. La vita perduta ritorna più viva. Alla morte succede la meraviglia della Risurrezione. E l’Amore si diffonde fino a ogni angolo della terra.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

INNESTATI IN CRISTO, VERA VITE

Gv 15, 1-8 – V Domenica di Pasqua B

Commento per lavoratori cristiani

 

Se si guarda una vite potata all’inizio dell’inverno, si ha l’impressione di avere a che fare  con una natura morta. Il tronco rugoso e attorcigliato, con i nodi dei tralci tagliati, da’ un senso di malinconia, che i contadini mediterranei conoscono bene. È in sintonia con il clima freddo che si avvicina e che stende un velo di silenzio sull’aria ricolma, fino a poche settimane prima, dei canti di festa della vendemmia. I frutti succosi sembrano un ricordo ormai lontano: è rimasto il vino, conservato con cura per fare memoria sulla tavola del sacrificio dei grappoli strappati, schiacciati, spremuti per dare il meglio di sé.

La vite e la vigna sono una parabola straordinaria della vita. Lo sono soprattutto della vita spirituale, della vita in Cristo. Per chi ha sperimentato la bellezza di portare grappoli di bene nella vita e desidera continuare a dare frutto, o addirittura accrescere la propria capacità di dono, c’è da fare una scelta di fondo: quella di restare innestati alla vite e di accettare il prezzo della potatura. Essere ulteriormente spogliati dell’apparente vitalità delle foglie autunnali fa male. Ma la certezza che questa donazione sarà efficace e porterà nuova vita ci viene proprio dalla sofferenza della vite, da quel profilo quasi rannicchiato su se stesso che ricorda le parole del profeta:

‘È cresciuto come un virgulto davanti a lui

e come una radice in terra arida.

Non ha apparenza né bellezza

per attirare i nostri sguardi,

non splendore per poterci piacere.’ (Is 53, 2).

 

La vite è Gesù, il Servo che ‘non ha apparenza né bellezza’, perché sulla Croce ha pagato per primo il prezzo della propria donazione. Ogni volta che viene potato un tralcio, è ancora Lui che soffre per le membra del proprio corpo donato che patisce per amore. Non siamo soli, mai, nel nostro dolore.

A una condizione, però: che restiamo innestati in Lui! Ci sono, infatti, tanti tipi di piante che amano arrampicarsi sulla vite, appoggiandosi al suo tronco accogliente e succhiando persino il nutrimento dalle sue vene. Ma la radice dell’edera e degli altri parassiti rimane separata da quella della vite.

C’è il rischio, a volte, che ci avvinghiamo a Cristo, mostrando di avere per Lui tanta passione e ardente desiderio. Ma invece di lasciarci rivestire della sua veste martiriale, copriamo Lui del nostro abito fastoso di formalismi e di ritualità, di giudizi e di interessi egocentrici. In fondo, nutriamo le nostre convinzioni comode della Parola asservita ai nostri bisogni. Si può vivere attaccati a Gesù come dei parassiti.

E Lui, la vite, continua a donare e a soffrire. Ma la sua sofferenza, per noi, in quel caso non ha conseguenze, non ci permette di dare nuovi frutti. Oppure diviene un’ulteriore, accorata invocazione di Dio perché ci lasciamo ferire e innestare in Lui.

È necessario essere innestati in Gesù, cioè accettare di attingere alla sua stessa radice. Che è la relazione con il Padre, sempre misericordiosa, ma anche sorprendente; ed è l’ascolto paziente e coraggioso dello Spirito, che illumina la nostra vita e la realtà con Parole e scelte controcorrente, poco avvezze ad adeguarsi al ‘tran-tran’ del mondo. La radice di Cristo è la vita trinitaria, così intensa e densa di scelte nell’ottica dell’unità, della riconciliazione, della pace.

Restare innestati in Cristo è fondamentale, perché i tagli dell’esistenza siano potature e non distruzioni. Alla violenza, Dio preferisce la concretezza e la radicalità dell’amore. Si tratta di scegliere la radice che nutre, perché le esigenze della crescita non portino lontano dal Pane della vita e dal Vino della festa.

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

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