LA PAROLA CHE DA' DIGNITA'

Mc 7, 31-37 – XXIII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Si dice che ‘non c’è peggior sordo di quel che non vuol sentire’. Aggiungiamo anche che non c’è peggior muto di chi non vuol parlare. Le limitazioni fisiche, nella logica della Bibbia, sono segno esteriore di un allontanamento da Dio, di una condizione di peccato o di impurità. La Parola vuole evidenziare come il difetto o la fragilità appaiano quali impedimento all’esercizio della libertà.

In questo senso, anche oggi è vero che coloro che non possono udire, parlare, vedere, camminare sono limitati nella loro libertà. Ma sembra ancor più vero che questi limiti spesso ce li poniamo da noi stessi. Si potrebbe pensare alla vasta gamma di malattie psicosomatiche, che abbondano nel nostro mondo frenetico e troppo preoccupato di una salute frutto di pillole e massaggi. Ma più profondamente ci si rende conto che l’individualismo dominante, la competizione fondata sul timore del giudizio altrui, l’ansia di prestazione, il senso diffuso di solitudine generano di fatto personalità incapaci di comunicare e di relazionarsi serenamente.

Di fatto, ascoltare e parlare sono gli strumenti basilari per una comunicazione efficace. La parola è tratto originale dell’uomo, che lo innesta nel mistero originario di Dio. Dio ha creato pronunciando una Parola efficace, che si è fatta evento, storia. E nella storia continua a disseminare parole di vita, che si realizzano quando trovano orecchi e cuori disponibili ad ascoltarla, e mani pronte per porla in opera.

L’uomo di oggi è isolato e chiuso, rattrappito nel tentativo di sopravvivere senza aprire le orecchie all’altro, senza porgere una parola di contatto autentica, diretta, a voce alta. L’uomo di oggi urla il frastuono che impedisce di capire veramente, perché sovrasta la capacità di ascolto. L’uomo di oggi tace terrorizzato dal rischio di incontrare e percepire la sfida della diversità.

Siamo avvolti in una realtà sempre più asettica e meno capace di farci gustare l’impatto dei sensi, del corpo vivo e protagonista dell’esistenza. Dietro una maschera di esaltazione della carne, siamo vittime di una frantumazione della persona che ritorna ad antiche modalità dualiste.

Invece Gesù infrange nuovamente il confine tra corpo e anima, perché desidera restituire ad ognuno di noi il gusto di una comunicazione che sia di comunione. Sorprende l’intimità estrema ricercata di Gesù, e là dove sono i suoni a non farsi percepire, nella vita di un sordomuto, egli cerca il contatto fisico, il rapporto immediato, l’esperienza dei sensi, perché non si restituisce mai a una persona la dignità se non la si aiuta a riscoprirsi tutta intera se stessa.

Così Gesù tira fuori dall’ombra e dalla massa il povero, lo mette in disparte per stare con lui: è il gesto salvifico del Dio che santifica, consacra, cioè ‘mette da parte’ per sé. Gesù comincia con un segno che afferma decisamente la ‘proprietà’ dell’uomo: ‘tu sei mio’, sembra voler dire, restituendo così l’unico spazio vero per l’esercizio della libertà, cioè la relazione con il Signore della propria vita. E allo stesso tempo, in questo inno all’appartenenza che salva, Gesù apre un itinerario, svela un inizio, sollecita a una risposta. Che è personale, che non massifica, che manifesta lo specifico di ogni volto.

Ecco dunque che Gesù tocca, purificando l’impuro e assumendo su di sé lo scandalo dell’esclusione. Chi tocca un menomato condivide la sorte del suo peccato. Gesù non teme, assume il peso, si fa carico di questo assordante silenzio che invoca una presenza nuova. Gesù tocca con le dita e con la saliva, gesti sconcertanti, quasi di invadenza. Desidera un rapporto che sia penetrante, perché da dentro si sciolgono le corde vocali della lode e della riconoscenza. Non è un miracolo contro natura, ciò che Egli vuole compiere, ma un mistero di comunione intima.

Esso è possibile soltanto con la forza del Padre che abita il Cielo e con la potenza dello Spirito, che esce come un alito di vento dal sospiro del Figlio. Si anticipa la Pentecoste della Croce. La Trinità tutta si impegna a restituire dignità all’uomo, e chiede domicilio dentro di lui.

È solo ora, quando si rinnova la consapevolezza della presenza di tutta la Trinità, che la Parola diventa efficace. ‘Effatà’ è il grido battesimale di Gesù, e la salvezza si compie. L’uomo viene restituito alla bellezza della relazione, alla verità della parola condivisa, all’ascolto che rende liberi e alla risposta che responsabilizza. ‘Effatà’ significa che il sepolcro è di nuovo aperto, per sempre. E così ogni volta che lasciamo pronunciare questo grido di salvezza nella nostra vita, la Pasqua torna a realizzare la sua novità, la sua missione. Il battesimo si consolida e si radica nella nostra esperienza ordinaria.

Chissà quante volte abbiamo bisogno di sentire pronunciare per noi questa parola di speranza, di vita, di futuro. Chissà quante volte ci viene chiesto di pronunciarla per gli altri, con fiducia, con consapevolezza. Siamo dimora della Trinità, e la Sua voce può risuonare nel silenzio del mondo soltanto attraverso la nostra disponibilità ad essere trasmettitori credibili, con la nostra vita, della Sua verità.

Come tacere tanta bellezza? Le folle non ci riescono, i discepoli non possono. E disobbediscono persino alla sollecitazione del maestro. Quando ci si lascia stupire dal miracolo della comunione, della Parola che salva, soltanto una può essere la reazione: un comune sussulto di meraviglia, desideroso di coinvolgere altri in questa sorprendente novità.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

L'AUTORITA' DEL SANTO DI DIO

Mc 1, 21-28 – IV domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

L’autorità di Gesù, ‘il Santo di Dio’, oggi ci interpella. È l’autorità di chi sta sempre dalla parte di Dio. Perché essere ‘santo’ significa essere messo da parte da Dio e per Dio. Dio stesso, dunque, ha messo Gesù dalla sua parte, lo ha preso per sé. Dio è diventato la roccia su cui Gesù ha fondato la propria casa. Dio è la Roccia: Egli quindi è la forza, che dà autorità, alle parole e ai gesti. Perché ciò che Dio dice, avviene; la sua Parola si compie; l’agire creatore si rinnova e diviene nuovamente un evento, perché Gesù ha l’autorità di Dio.

A volte, però, è Dio stesso che ha bisogno di essere aiutato, difeso, custodito, quasi tutelato. Con forza, con autorità. Quante bugie si raccontano su di Lui! Quante colpe gli imputano, di cui è innocente! Quante false parole si usano, accusando Lui di altre parole che non ha mai pronunciato… e quindi di gesti che non ha mai compiuto!

Di fronte all’apparente assurdità della vita, Dio è stato ed è spesso messo alla gogna, crocifisso di responsabilità di cui l’uomo non ha il coraggio di farsi carico. Come se Dio, che ha generato la vita e spende tutto se stesso per riconciliare e restituire la vita anche a chi è frantumato dai demoni di morte, fosse l’origine degli orrori che l’uomo stesso, quando rifiuta di essere dalla parte di Dio, continuamente procura a sé e ai fratelli. Già nel mezzo della tragedia di Auschwitz la giovane Etty Hillesum, ebrea, aveva intuito la debolezza di Dio, sentendo dentro di sé l’esigenza imperativa di difendere quel Dio che a tutti i costi volevano far morire in lei.

Difendere Dio, con autorità, nella nostra interiorità è oggi quanto mai necessario, perché Egli possa continuare a mostrare a tutti il proprio volto di misericordia. Questa instancabile lotta – e il campo di battaglia è dentro di noi – è il nostro migliore contributo perché il mondo non scivoli nel baratro della disperazione, di fronte ai drammi dell’umanità, ma anche davanti al sottile vento dell’indistinto e dell’indifferente.

Chi è indifferente nega la diversità e la sua ricchezza, e relega all’anonimato ogni figlio di Dio. Il Santo di Dio, invece, prende le difese di Dio custodendo e proteggendo i suoi prediletti, i poveri, i frantumati, gli oltraggiati. Così vede le differenze, e ne tutela la dignità, per eliminare le discriminazioni.

Così Gesù diviene autorevole: difendendo Dio in lui e negli altri.

Difendere Dio vuol dire metterlo al posto che si merita: il primo! Dio e la sua legge, Dio e il suo Regno, Dio e la sua Parola sono la passione di Gesù, contro ogni tentativo di sfigurare il volto dell’Altissimo. Fino al punto di rendersi disponibile a dare la propria vita, perché i figli di Dio possano conoscere la verità del proprio Padre, che è misericordia. Dio, per il Santo, vale più anche della propria vita. ‘La tua grazia vale più della vita’ (Sal 62,4).

C’è bisogno di autorità, nella società umana. C’è bisogno di autorevole autorità, fondata nella santità, sulla Roccia di Dio. C’è bisogno di difendere Dio, non in una forma di assicurazione legale ed esteriore, che abbona ogni sacrificio e fa sconti alle proprie responsabilità. L’autorità ha radici nella propria interiorità e nella scelta radicale di stare dalla parte dei poveri.

Preserva, o Dio, questo mondo irrequieto dall’ambizione di cercare autorità e potere altrove. Rendi i pastori dei popoli persone autorevoli come il tuo Santo, Gesù, preoccupati di difendere la tua vita in loro e la vita dei poveri in Te. Fa che gli uomini di comando siano presenti a se stessi nello stare presenti a Te, in ogni decisione, perché diventi discernimento e non demagogia. Mantieni i loro cuori – e anche i nostri – a contatto con la propria intimità, quella parte di sé in cui abiti Tu, e che protegge dalla paura degli spiriti immondi, strumenti di divisione. Potranno così vincerli, con la tua forza, con il tuo potere. E saranno capaci di generare autorevolmente processi di unità e di riconciliazione, percorsi di integrazione e di fraternità, itinerari di comunione nella verità.

Restituisci, o Dio, alla tua Chiesa e a questo mondo la dolce premura di chi si prende cura della vita più debole, vivendo come servizio amorevole la propria autorità.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

OGNI TANTO FA BENE SPAZZARE LA CHIESA!

Gv 2, 13-22 – Festa della Dedicazione della Basilica Lateranense

Commento per lavoratori cristiani

Gesù ha una passione: suo Padre! E di suo Padre gli sta a cuore tutto, come ogni figlio che si è scoperto amato dal suo genitore e lo custodisce in ogni sua cosa. Del Padre, Gesù cerca la compagnia e annuncia il Regno che viene. Del Padre compie la volontà in ogni istante e ama frequentare i suoi prediletti: i poveri. Del Padre, Gesù ama la casa, il tempio di pietre e sudore che ne raccoglie i figli stanchi ed oppressi.

Per i poveri di Israele, tornati stremati dall’esilio, il tempio significava infatti la fedeltà di Dio, la provvidente sua presenza che non svanisce nonostante le dure prove della vita, la signoria su tutta la storia. È fra i poveri di Israele, gli anawim, che Gesù scopre come anche il Padre ha una passione, che sono proprio loro: i derelitti del suo popolo, coloro che non hanno altro a cui appoggiarsi se non la roccia di Yahvé.

Ecco perché per Gesù il tempio è la casa del Padre suo: perché è il luogo in cui i prediletti del Padre suo sperano ancora di trovare ristoro e speranza, nel mezzo di una esistenza in cui la violenza e il sopruso segna così spesso una sorte triste e dolorosa per gli ultimi della terra. Il tempio, come casa del Padre, esiste per restituire all’umanità un ordine giusto, per richiamare alla fraterna condivisione, per ripristinare la solidarietà che è frutto della compassione. Nel tempio, l’uomo, posto di fronte alla memoria viva del suo Dio che è Padre e della comunità dei suoi fratelli, è richiamato alla verità di se stesso e della propria religione: ‘religio’ significa legame, non separazione; vincolo, non distacco; relazione, non isolamento. Nel tempio, l’assemblea convocata non ammette discriminazioni e classi: le uniche classi che esistono sono quelle del servizio, e chi più è in vista più è chiamato a essere servo.

Ecco perché è necessario difendere il tempio dalla logica commerciale, che fa di tutto una questione di prezzo e di compravendita. Come se si potesse vendere e acquistare la dignità di essere figlio del Dio a cui il tempio rimanda, fratello dell’uomo che si inginocchia a venerare il Padre!

La logica del mercato, purtroppo, si insinua terribile nella mentalità religiosa anche oggi. C’è chi spende energie e ricchezze nel mal uso della lingua e nell’ambizione di comando. Ma è anche un tempo in cui si sentono disprezzare le istituzioni e i palazzi, e che in realtà rinvigorisce subdole gerarchie di potere in gruppi autoreferenziali e spesso alla mercé di qualche leader narcisista. La compravendita delle cose dello spirito e l’apparente innocuità di fasulle pratiche di benessere è un’altra tentazione insidiosa come la bilancia dei mercanti del tempio, che non si lasciava scappare nemmeno la decima sul comino e la rucola.

Oggi, per Gesù, restituire alla casa del Padre la sua giusta dimensione significa certamente fare verità sull’autentico edificio che ne accoglie la Parola di Vita. La Chiesa, che Egli ha voluto come continuatrice della sua missione nel mondo, è l’assemblea convocata attorno al vescovo, in comunione con il suo presbiterio e i suoi diaconi, in cui ogni battezzato vive, annuncia e celebra la propria affascinante identità di figlio e fratello. È una famiglia che abbraccia la terra fino agli estremi confini, unendo le tante comunità sparse ovunque e presiedute nella carità dal vescovo di Roma – di cui oggi ricordiamo la dedicazione del tempio. È una comunità gerarchica e fraterna, che ha bisogno estremo di simboli, e per questo ama la bellezza, che è sinonimo di gratuità. I sacramenti sono l’inno alla gratuità di Dio, che spande l’abbondanza della Sua Grazia in coloro che lo accolgono come Padre, e continua a diffondere l’inesauribile vitalità sgorgata dal cuore squarciato nella passione del Figlio Gesù.

Difendere la dignità della casa del Padre, anche nelle sue necessarie incarnazioni storiche, significa dunque restituire ai suoi poveri il diritto di sentirsi comodi dentro il tempio. Che sia una piccola cappella delle terre di prima evangelizzazione oppure un garage delle grandi periferie cittadine; che sia la decorosa chiesa di una parrocchia tradizionale oppure l’affascinante bellezza di un’opera d’arte di sfoggio antico: ciò che conta è che i poveri, prediletti dal Padre, si riscoprano lì dentro membri di diritto della Chiesa. Perché lì riconoscono e celebrano con tutti i fratelli di essere al centro dell’attenzione tenera e compassionevole dell’intera famiglia, non come puri destinatari di elemosine, ma quali vivi e vivaci protagonisti e costruttori di futuro.

A volte non bastano gli anni che scorrono a rendere sufficientemente accogliente e calda una comunità cristiana, perché si insinua il virus della divisione, della critica, dell’invidia. Lo zelo appassionato del Figlio torna quindi a far memoria per noi che si può sempre ricominciare a fare pulizia, a rimettere ordine, a ripulire gli scalini dell’onore e del merito. A tal scopo, prendere in mano la scopa e contribuire, con umiltà, a risistemare i banchi e le sedie del nostro tempio serve a volte molto di più che preparare una ricercata omelia o leggere una sontuosa meditazione sulla diaconia della Chiesa.

Ad ogni pastore del gregge di Yahvé, a ogni appassionato cercatore della volontà del Padre, a ogni instancabile custode della gratuità, l’augurio di fare questa ordinaria esperienza fianco a fianco con la più semplice delle figlie della Chiesa.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'AMORE, IL NOSTRO CEMENTO ARMATO

Mt 22, 34-40 – XXX domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

Spesso ho pensato la storia della salvezza come un cantiere aperto, in cui il Signore – grande Architetto – guida e coordina i lavori per la costruzione di una grande casa, in cui tutti gli uomini e le donne possano trovare riparo, ristoro, custodia e famiglia. Immagino questo Capo cantiere in modo un po’ speciale, perché non se ne rimane a osservare, occupato soltanto dai suoi piani e dai suoi calcoli, da rispettare in maniera ottusa e ossessiva. Egli non è nemmeno di quei professionisti – estremamente competenti, ma assai noiosi e antipatici, a volte – che, radicati sulle loro nozioni e irrigiditi dall’ansia di portare a termine il progetto a perfezione, danno comandi a destra e a manca, accompagnati da pedanti rimbrotti e severe punizioni – inclusi duri licenziamenti… - per gli operai che non stanno al passo.

Sembra invece che, in questo cantiere di vita, che è la nostra storia, Dio, l’Architetto, ci stia in mezzo con le mani e i piedi ben imbrattati di fango e di sudore. Egli preferisce scendere a terra e condividere la fatica di coloro che sono chiamati a scegliere i materiali, a mescolarli, a scavare e gettare per le fondamenta, a ragionare e creare i modi e le forme per rendere la casa, oltre che accogliente e funzionale, anche bella.

Sarà per questo suo modo di lavorare, un po’ contro corrente, che Gesù, il nostro Dio, carpentiere di periferia, si è trovato spesso ad aver da ridire con i professionisti del mestiere della religione. Facevano a turno, sadducei, farisei, sacerdoti e capi vari, per cercare di mettere in evidenza le pecche di un sistema d’opera a loro modo di vedere assolutamente inefficace, se non addirittura pericoloso. Per mettere alla prova il prodotto, mettevano alla prova le idee del Progettista.

La domanda cruciale era proprio questa: ‘Ma in base a quale strano principio della economia della salvezza – scritta da generazioni nelle Sacre Scritture – tu imposti il tuo cantiere in questa maniera?’. Cioè, perché ti comporti così, tu che dici di venire dal Cielo, e del cielo non hai né i modi oppressivi e signorili, né la bacchetta magica che noi immaginiamo tu debba avere?

Gesù, oltre che un buon carpentiere, era anche un attento ascoltatore. E anche a chi lo attaccava subdolamente, Egli rispondeva cercando di coinvolgerli nel cantiere della salvezza. Così, alla domanda cruciale, risponde facendo appello a qualcosa di bello che essi, gli esperti della Legge, avevano accolto e insegnato già nei loro piccoli cantieri.

È scritto, infatti, ‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente’ (cfr. Dt 6,5). Splendida colonna della Legge, perno e cimento della Casa di Dio pensata per l’uomo. Un pezzo di edificio che fa venire le vertigini, tanto ci porta in alto con il nostro piccolo cuore, con l’anima richiamata all’originale somiglianza divina, con la mente che non riesce a contenere i pensieri di Dio.

Ma è scritto anche: ‘Amerai il tuo prossimo come te stesso’ (Lv 19,18). Una seconda colonna, fondamenta della pratica di fraternità e di solidarietà del popolo di Dio, impegnato a lottare per i diritti dell’uomo in una logica di comunione e non sulla base di un egoistico autocentramento – che invece qualche volta indebolisce malamente le costruzioni contemporanee… Questa seconda colonna ci riporta agli sguardi terreni, e Gesù la irrobustisce di impegno, allargandone gli orizzonti a tutti i popoli della terra, e non soltanto agli appartenenti ad Israele.

Dalle vertigini del Cielo, ai confini incalcolabili dell’umanità: questa Casa si presenta davvero larga e lunga, alta e profonda.

Gesù, dunque, sembra voler costruire la Casa di Dio appoggiata alle due colonne fondamentali del Piano già scritto nei libri della Scrittura, e pare semplicemente invitare i suoi interlocutori a unificare la prospettiva: questi due pilastri non vanno mai separati, l’uno deve piantarsi a fianco dell’altro. Mai Dio senza l’uomo, né l’uomo senza Dio.

Ho sempre immaginato così, la Casa di Dio nel cantiere della salvezza. Sostenuta dalle fondamenta del sacrificio pasquale, essa si appoggia sulle due colonne dell’amore a Dio e dell’amore al prossimo.

Oggi però ho compreso che forse non è proprio così. Ho l’impressione, infatti, che non sia ben definito ancora quante siano le colonne che reggono l’edificio della salvezza. Mi appare però evidente il materiale con cui ogni pezzo della Casa viene costruito. Si tratta di cemento armato, fatto necessariamente di due elementi inscindibili tra loro: l’amore a Dio e l’amore all’uomo, appunto. Qual è la differenza? Per nulla banale.

Due colonne, infatti, rimangono pur sempre separate, anche se sistemate l’una accanto all’altra. Il materiale, invece, il cemento armato non può mai prescindere né dal cemento né dal ferro con cui si intreccia, e sebbene si distinguano per costituzione fisica, nel mescolarsi generano una realtà nuova, più solida, più resistente, più efficace.

Due colonne si distinguono dal resto dell’edificio, quasi a dire che ci sono momenti in cui, nella storia della salvezza, dimenticarsi dell’amore è pure ammissibile. Il cemento armato si usa invece anche per le pareti, per le strutture portanti di ogni parte, ed è bene che sia così, perché esso è simbolo del mistero che fonda la vita: l’incarnazione!

Non c’è nulla, proprio nulla dell’uomo che non sia intessuto di delicati fili divini o di solide corde dello Spirito. E non esiste altro Dio se non il Dio che si incontra tra le piccole e ordinarie vicende umane, inebriandole di amore gratuito e rendendole così semplicemente grandi. Amore a Dio e amore al prossimo restituiscono all’uomo la propria partecipazione alla natura divina.

Rimane forse da dare uno sguardo al materiale che, secondo il progetto del grande Architetto, costituisce le fondamenta della Casa. Ci accorgeremmo probabilmente che è tutta opera sua. Le basi della Casa, infatti, sono fatte dell’amore gratuito di Dio per l’uomo.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

A CHI APPARTENIAMO?

Mt 22, 15-21 – XXIX domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

La frase che Gesù pronuncia, come risposta al tentativo di ‘coglierlo in fallo’ da parte dei farisei, rigidi osservanti della Legge, e degli erodiani, seguaci del fanatico tetrarca della Giudea, è divenuta una ‘sentenza’ famosa e utilizzata - più o meno appropriatamente - nel linguaggio comune. D’altro canto, quando si estrapola un’espressione dal contesto, facilmente la si può impiegare per difendere tutto e il contrario di tutto. Si è parlato così della legittima autonomia della Chiesa rispetto allo Stato; della supremazia del potere spirituale su quello temporale; dell’obbligo di rispettare le leggi civili senza ‘se e senza ma’, rinunciando a ogni forma di obiezione di coscienza che non si limiti a una intimistica ricerca dell’incontro con Dio, a rischio di alienazione…

Nel contesto culturale e sociale in cui viviamo oggi, per certi aspetti molto diverso da quello in cui si muoveva l’ebreo Gesù, e nella complessità dei rapporti tra la religione e la società civile, appare necessario cogliere innanzitutto un richiamo forte e deciso alla nostra responsabilità. Al cristiano, discepolo del Messia Gesù, le ‘cose materiali’ interessano, eccome! Ma non tanto per una questione di dibattiti sterili e di piccinerie, che in fondo si limitano spesso a vedere ciò che ‘più mi conviene’. Pagare le tasse o non pagare le tasse, dividere l’eredità o meno, rispettare le leggi dello Stato oppure no non sono esattamente le questioni che riscaldano il cuore di Gesù e dei suoi. Almeno non in maniera così superficiale.

Gesù, infatti, fa appello a una coscienza storica più profonda, capace di andare al di là degli apparenti termini del conflitto, per cercare le domande che stanno sotto ad esso. In questo modo, Gesù sollecita i suoi ascoltatori, e noi per primi, a coltivare e far crescere una coscienza personale ben più radicata nelle vicende del mondo e assai più capace di incarnarsi – proprio come ha fatto Lui! – nella realtà. Sì, al cristiano le ‘cose materiali’ interessano, ma interessano nel loro intreccio rivelativo di quanto esiste più in profondità. Separare, infatti, in maniera netta e dualista la materia dallo spirito non è cristiano, ed è sostanzialmente un negare il mistero dell’incarnazione. Dunque, significa non essere discepoli di Gesù. Invece, ‘le cose di lassù’ (cfr. Col 3,1) si trovano proprio dentro ‘le cose di quaggiù’, e le trasfigurano!

La storia dell’umanità, la vita di tutti gli uomini e di ogni singolo uomo, hanno una intima dimensione simbolica, e sono luogo di manifestazione della vita divina. Non vi sono altri modi per vivere e testimoniare la fede nel Dio creatore e salvatore che abitare responsabilmente la città dell’uomo. Tutti i grandi santi lo insegnano. Soprattutto i martiri, capaci di pagare di persona il prezzo di questo radicamento nella storia del popolo, come luogo dell’incontro con la vita di Dio. Lo diciamo, fra i tanti, con le parole del vescovo martire Monsignor Romero, ucciso in San Salvador (Centro America) nel 1980, mentre celebrava la Santa Messa, a causa della sua coraggiosa presa di posizione a favore dei poveri perseguitati: ‘non esistono due storie: una di Dio e l’altra dell’uomo. Esiste un’unica storia di salvezza, che si dipana misteriosamente ma efficacemente nelle vicende del popolo santo di Dio, incarnato nella storia più ampia dell’umanità’.

Guai a noi, allora, se cerchiamo di scappare in un rifugio intimistico che ci esoneri dal discernimento quotidiano sul nostro impegno perché la nostra città sia più umana, e quindi più vicina al sogno di Dio per l’uomo. Guai a noi, d’altro canto, se riduciamo l’impegno a un frenetico lavoro sociale o, peggio ancora, a una risma di rivendicazioni verso un potere esercitato male, ma che forse nel nostro piccolo anche noi gestiamo in modo inopportuno. In fondo, l’alienazione spiritualista e il materialismo ateo sono le due facce della stessa moneta. Un dio senza l’uomo, e il Cesare sopra l’uomo nascono dalla stessa tragedia, quella di separare ciò che Dio ha unito: corpo e anima, carne e spirito, Padre e fratelli!

Separare, dividere, spezzettare l’integrità della persona e la comunione fra i popoli. In fondo è questo il grande peccato di ogni dittatura di turno: che sia quella di un potente o di un governo, oppure quella sottile e insidiosa della cultura del relativismo. Chi separa non viene da Dio, Uno e Trino, ma viene dal diavolo, il ‘divisore’.

Mentre il cuore dell’uomo ha impresso in sé l’immagine della Trinità! E la carne dell’uomo ha iscritto nel DNA la Parola fatta carne! Siamo a immagine e somiglianza del Figlio, il Verbo eterno venuto ad abitare in mezzo a noi, Colui che di sé ha detto: ‘Chi vede me, vede il Padre’. E con lettere d’oro, lo Spirito ha fatto di noi la lettera che Dio ha scritto per l’uomo di oggi.

Come ci insegna sant’Agostino, allora, Gesù oggi ci invita a tornare all’unità del nostro cuore per prendere coscienza della nostra appartenenza più intima e più vera. Perché in fondo l’impegno per un mondo più giusto e per una umanità più fraterna, secondo gli occhi e il cuore di Dio, è una questione di appartenenza. Nella frantumazione che genera solitudine, si alza il grido dall’intimo di ogni persona, mentre sperimenta l’angoscia dell’orfanità: ‘ma io, a chi appartengo?’

Anche i farisei legalisti, senza rendersene conto, con la loro ipocrisia, terrorizzata dalla paura di dover abbandonare le false sicurezze e di fare brutta figura, nascondono dietro la loro domanda trabocchetto l’urlo di ogni figlio: ‘ma noi, a chi apparteniamo?’. Siamo proprietà di un Cesare di turno, di una moda di passaggio, di una propaganda martellante, di una formalità burocratica, di una passione travolgente, di una corsa al successo… Oppure, Signore, siamo tuoi?

A chi appartengo? A chi apparteniamo? Il coraggio di porsi questo quesito, che ci porta sull’orlo del precipizio del nulla, per trovarvi delle braccia ad attenderci dall’eternità, è il vero cammino verso la responsabilità per le cose del mondo. Significa accettare la sfida della libertà, che non è mai autonomia svincolata dai rapporti, bensì piuttosto ardito abbandono a un legame che ci precede, ci accompagna, ci avvolge, ci sospinge.

Nel rischiare questo passo, che trasforma ogni cosa in un velo da togliere, in una traccia da riconoscere, in un frammento dell’Infinito, possiamo sentire risuonare intense e radicali le splendide parole di san Paolo: ‘Tutto è vostro. Ma voi siete di Cristo, e Cristo è di Dio’ (1 Cor 3,23).

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

 

UNA FESTA CONDIVISA

Mt 22, 1-14 – XXVIII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Tutto è pronto!’ Si alza forte il grido dei servi, mandati dal re a chiamare gli invitati. ‘Tutto è pronto!’ Corrono entusiasti e felici, perché si è preparata una festa e una festa grande: le nozze del figlio del re! ‘Tutto è pronto!’ Trabocca la gioia, desiderando ardentemente che sia condivisa, che non resti semplicemente ‘un affare di famiglia’…

Eppure… Risulta quasi incomprensibile quanto gli invitati alle nozze siano duri e restii ad accogliere l’invito. Qualcuno potrebbe dire che, alle nozze, essi potrebbero partecipare almeno per convenienza. O forse si potrebbe ipotizzare che siano preoccupati di dover presentarsi con le mani occupate da qualche regalo, perché – si sa – ai matrimoni si usa fare così, ed è vergognoso arrivare al banchetto a mani vuote.

Quanto imbarazzo crea la logica della convenienza e del conformismo sociale! In realtà, risulta sconcertante constatare quanto anche noi – invitati al banchetto di nozze - siamo resistenti a condividere la gioia di un altro. È come se ci prendesse uno strano senso di gelosia o di invidia, è come se riuscissimo a gioire soltanto se c’è qualche interesse che ci ritorna indietro. Persino la gioia dei nostri cari diventa la nostra… perché ci sono cari, e non tanto per se stessi!

Da un re, che cosa ci potremmo aspettare? Che inviti alle nozze e condivida una gioia per se stesso. Lui, che è ricco e potente, cosa può voler mettere a disposizione dei suoi sudditi, se non la possibilità di apprezzare il suo lustro?

E se questo re è Dio? Che cosa ci aspettiamo da Dio? Che cosa si aspettano gli invitati a nozze della parabola, che sono l’immagine dei sacerdoti e dei capi dei farisei, attenti uditori dei discorsi di Gesù – uditori sì, un po’ meno ascoltatori?

Probabilmente il corto circuito della parabola scatta proprio qui. Il re – che è Dio – prepara una festa in grande stile, un banchetto di cibi grassi e succulenti come da secoli i profeti avevano annunciano (cfr. Is 25, 6-10a), sognando i futuri tempi messianici. Il re imbandisce la tavola, preparata con tanta cura per anni, ingrassando gli animali migliori in attesa di quest’Ora, di questo momento favorevole. Il re si è avvicinato a questo evento con trepidazione di padre, sia per il figlio, sposo novello, sia per la futura sposa e i suoi parenti… E chi è la sposa? Non si menziona… La si desidera, la si cerca… La sposa sta tra gli invitati, la sposa è con gli invitati, nascosta, fragile, amata forse senza ancora saperlo…

E gli invitati, invece, non attendono nulla. Sono troppo presi dagli affanni della vita, dai loro traffici santi e rispettabili, dai loro lavori finalizzati a mantenere la famiglia. Non attendono novità, non si aspettano alcun invito, non ritengono di averne bisogno, o forse non si sentono degni di un incontro. Neanche di desiderarlo. Il re, nella loro mente, è probabilmente soltanto un commerciante come loro, preoccupato dei propri interessi. E se arriva la notizia gioiosa delle nozze del figlio, per loro è una questione tutta sua. Il re – che è Dio – è un estraneo, uno fra i tanti, come probabilmente lo sono i tanti che incrociano la loro vita ordinaria. Diventa così anche un impiccione fastidioso, questo re – che è Dio – ostinato a cercarli, a chiamarli… e forse trepidante di trovare fra loro la sposa, e con lei tutta la sua famiglia…

Come sempre accade nel linguaggio delle parabole, Gesù ci pone così di fronte a una scelta di fondo. È l’atteggiamento che soggiace alle piccole scelte quotidiane, è la logica più profonda che motiva il nostro agire ad essere messa in gioco. E sullo sfondo la domanda che decide il senso o il  non senso della vita: chi è Dio per me? Sulla risposta a questo quesito si gioca tutto il resto: chi sono io e chi sono gli altri…

Dio è un Re. Su questo non ci piove. Ma Gesù ci rivela un Re poco incline a ritirarsi e a godere isolato e sazio le proprie ricchezze e i propri possedimenti. Nemmeno della propria famiglia Egli fa una proprietà privata, da garantire per sé. Dio è un Re totalmente proiettato verso il suo popolo, da sempre trepidante e in attesa di poter incontrare e condividere con esso l’abbondanza dei suoi doni. Dio è un Re indaffarato a metter su casa e famiglia in modo che chiunque possa entrare e farne parte. È un Re che esce a cercare tutti, più e più volte, per attirarli a sé e divenire sangue del suo sangue. E coinvolge altri in questa ricerca appassionata.

Dio dà alla sua gente il proprio Figlio, come Sposo diletto. E desidera ardentemente che ognuno di noi, e noi tutti insieme, accogliamo l’invito di sederci a tavola con Lui, fino al punto da divenire la Chiesa sua Sposa. ‘Tutto è pronto!’ A Dio manchiamo solo noi, la sua Sposa!

La resistenza del nostro cuore, poco abituato ad attendere e troppo ottuso per godere della gioia traboccante di Dio, rende l’Ora della scelta particolarmente seria e impegnativa. Siamo tentati ordinariamente di rifugiarci nei nostri limitati orizzonti, che rischiano di incattivirci in noi e verso gli altri. Non si stanca, il nostro Re – che è Dio – di venirci a cercare, né si arrende. Anzi, amplia ulteriormente gli orizzonti e si rivolge ai ‘cattivi e ai buoni’ che stanno ai crocicchi delle strade. Forse ci siamo nascosti lì anche noi, sperando di perderci fra la folla… Oppure intimamente risvegliati, scossi, turbati da questa instancabile fedeltà di Dio, cercatore innamorato della sua sposa…

L’Ora della scelta è seria anche perché la logica della convenienza, cacciata dalla porta come démone insidioso, rischia di rientrare dalla finestra. È il senso di autosufficienza, è la presunzione del merito. Chi entra al banchetto senza abito di nozze forse si è infilato proprio dalla finestra o dalla porta secondaria. Perché solo passando per la porta principale, quella del Bel Pastore, quella ostile al mercenario, si incontrano i servi che lavano i piedi agli ospiti e adornano i vestiti come conviene a un banchetto di nozze. L’uomo senza abito nuziale, allora, è colui che ancora non si è lasciato lavare i piedi e vestire di nuovo, colui che, tornando malconcio dalle sue avventure di figlio prodigo nei crocicchi delle strade, preferisce considerarsi ancora garzone e schiavo anziché scoprirsi figlio nel Figlio, membro della sposa di Cristo.

L’Ora delle nozze, dunque, è gioiosa e seria. È qui e ora, ma è anche domani, quando saremo con lo Sposo per il banchetto definitivo. Il nostro ‘sì’ si radica nel ‘Sì’ dello Sposo, pronunciato una volta per sempre dal Padre – Re, che lo ha dato a noi come eredità preziosa delle nozze. Ma allo stesso tempo il nostro ‘sì’ si consolida ogni volta che rifiutiamo la logica della convenienza e, alzando lo sguardo a contemplare il volto bello dello Sposo, facciamo nostra la gioiosa attesa della sua venuta.

Così anticipiamo il pasto definitivo. Così si genera fin d’ora un pezzo di Paradiso. Così viviamo da risorti.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

LA VIGNA, NOSTRA EREDITA' DI NOZZE

Mt 21, 33-43 – XXVII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

La parabola della vigna è intrisa di tanto sangue. È una finestra dura e realista sull’esperienza dell’umanità, che risalta in controluce dietro la passione e morte di Gesù qui chiaramente preannunciata. Eppure, nel cuore di Gesù, mentre raccontava ai sacerdoti e agli anziani del popolo, affiorava forse l’immagine di una festa, assieme al dolore di vederla ancora incompiuta.

È la festa di nozze del Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe, che si è fatto sposo del suo popolo Israele, celebrando nella fedeltà un’alleanza che ha le sue radici nelle viscere di misericordia del Signore. Le nozze non sono un evento di un giorno o di un momento. Le nozze sono per sempre: celebrano l’eternità. E quando Dio aveva preparato il suo regalo di nozze, lo aveva fatto pensando a un dono definitivo, totale, eterno.

È commovente pensare a questo sposo generoso e prodigo, che non esige la dote della sua amata; anzi, la prepara egli stesso, in modo da rendere la vita a due qualcosa di dolce, di fruttuoso, di gioioso. Dio ha preparato la vigna con tanta cura, affaticandosi nei primi giorni della creazione, per poterla mettere nelle mani dell’amata, quell’umanità fragile e allo stesso tempo speciale, perché fatta a sua immagine e somiglianza. Dio ha risparmiato al suo popolo la fatica dei preparativi. Anche quando Israele si era trovato a entrare nella terra promessa, aveva goduto della fertilità di alberi e coltivazioni non piantate dai suoi uomini (cfr. Gios 24,13). Dio ha sempre sovrabbondato e preceduto in gratuità.

Questa parabola, allora, non parla tanto di un rapporto di padrone e mezzadri, almeno non nel senso capitalistico con cui anche noi spesso comprendiamo le relazioni. E non solo quelle legate a uno stipendio. In generale, noi, come i sacerdoti di Israele, ci relazioniamo alle persone e alle cose con la costante ansia di dover guadagnare per mostrarci bravi, di dover ‘rendere’ per essere all’altezza, di dover azzeccare sempre le risposte giuste per non sciupare l’occasione di accumulare. Magari non si tratta di accumulare soldi o ricchezze materiali, ma riconoscimenti e affetto; è pur sempre un accumulare, ed è questo il guaio. A che cosa serve, infatti, a un uomo “guadagnare il mondo intero se poi perde la sua anima?” (Mc 8,36).

Il fatto è che questa cupidigia del cuore, che emerge tanto più rimaniamo concentrati solo su noi stessi, porta come effetti collaterali i sentimenti e gli atteggiamenti di disprezzo, di gelosia, di invidia, di rapina, di odio che progressivamente attanagliano l’esistenza dei contadini della parabola. È un terribile vortice, a un certo punto quasi inarrestabile. Si costituisce persino una sorta di maliziosa e meschina solidarietà tra gli empi, memoria attualissima del subdolo inganno del serpente, apparentemente consigliere favorevole alla causa dei primogenitori.

A volte ci sorprende, ci terrorizza, ci scandalizza il grado di malvagità di cui diventa capace un uomo. Quando meditiamo la sorte terrena di Gesù, restiamo scombussolati per tanta atrocità… Ma quanto c’è di autentica indignazione evangelica in tutto questo? Non è certo l’emozione conseguente a un film particolarmente crudo quello che manifesta la nostra reale adesione all’alleanza con il Signore.

Perché questi sentimenti e questi atteggiamenti, descritti con tanta sofferenza nelle parole di Gesù, sono – almeno potenzialmente – anche e prima di tutto i nostri. Forse non ci è capitato di piantare mai un chiodo nel palmo della mano di un fratello, o non abbiamo fisicamente scagliato pietre per lapidare una donna peccatrice. Ma l’animo è in continuo combattimento, e la lotta ha radici profonde. Emerge continuamente, quando ci ritroviamo delusi e insoddisfatti pur essendoci affannati tanto per lavorare la vigna, fino al punto da considerarla ‘ragionevolmente’ nostra. Un possesso, non più un dono.

Si tratta allora di riconoscerci o meno disposti a… lasciarci sposare dal Signore! Che non è cosa scontata. Al di là dei romantici sogni di una celebrazione sontuosa e impeccabile, ormai fin troppo vittima di logiche commerciali e di apparenza mediatica, il matrimonio con Dio è una vocazione sconvolgente, che Egli propone e promette a tutti. Chi ne diventa partecipe? Colui che accetta di essere destinatario indegno e prediletto della propria stessa dote matrimoniale. Colui che riconosce di ricevere l’eredità desiderata e cercata nel momento stesso in cui si lascia amare e abbracciare così come egli è.

Lo Sposo – cioè il Figlio - non è solo l’erede: è anche l’eredità. E chi si affanna per escluderlo dalla propria corsa all’accumulo di frutti, non si accorge di condannarsi da solo a perdere l’unica cosa che conta: la relazione con Lui, Vite che dà vita ai tralci, Sposo innamorato, Figlio che ci fa fratelli.

Nel cuore di Gesù dimora ancora la speranza incrollabile che non tutti rifiutino la bellezza del suo dono. Così egli – memore di ben altre sorti auspicate dal profeta Isaia per la propria vigna (cfr. Is 5, 1-7)– annuncia un nuovo sposalizio, coronato dai canti del vino buono della vite. È questa la sua promessa, nel momento in cui accetta di vivere fino in fondo la tragedia preannunciata nella parabola, per essere una nuova vite piantata nella terra scavata per sostenere la croce e irrorata del sangue della donazione. Gesù rimane lo Sposo. Gesù è per sempre la Vite. Gesù ridona all’umanità smarrita nella propria inconfessabile fragilità l’opportunità di vincere la logica che ne rinnova le trame mortali. La stessa logica che ispira la violenta reazione degli ascoltatori contro coloro che – alla fin fine – sono essi stessi. La logica dell’individualismo egoista e avido, che non beve il vino della festa né riconosce il sangue della gratuità, ma semina la zizzania della menzogna e della violenza.

Gesù dona a noi una nuova occasione di ‘accasarci’ con Lui. Non più da mezzadri affittavoli, ma da coeredi della grazia che salva.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

L'ECONOMIA DELLA SALVEZZA

Mt 20, 1-16 – XXV domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Strana economia, quella di Dio. Bisogna forse ammettere che se un padrone, in una qualsiasi città del mondo, gestisse la sua azienda come il padrone della parabola raccontata da Gesù, probabilmente non avrebbe molto successo nel mercato. Soprattutto con i tempi che corrono.

L’intraprendenza di questo Signore, che non sta mai fermo ed esce a tutte le ore a cercare lavoratori per la sua vigna, si mescola con una prodigalità più simile agli sprechi del giovane figlio della parabola lucana (cfr. Lc 15, 11-32), che a un saggio e parsimonioso amministratore di impresa. E, si sa, sono gli sprechi che rovinano le aziende!

Eppure sta proprio in questa sprovveduta generosità la novità controcorrente. Senza che si possa liquidare l’irragionevolezza di Dio con un commento astratto e disincarnato: ‘ma qui Gesù parla per immagini di cose spirituali; la realtà del mondo è un’altra!’. Non è così. Gesù ci invita a incarnare uno stile nuovo e coraggioso proprio nella vita di tutti i giorni, dove l’economia – la ‘gestione della casa’ – ha  e deve recuperare un proprio significato umano e spirituale, unica via per una reale trasformazione dei rapporti tra i popoli verso una convivenza pacifica e buona.

Notiamo un dettaglio non insignificante. Di fronte al paradosso di un padrone che paga a tutti gli operai lo stesso salario, nell’attento rispetto della legge di Israele – che comanda di non lasciare passare la notte senza aver dato al povero bracciante ciò che gli spetta (cfr Dt 24,14-15) -, i lavoratori della prima ora – poveri anche loro, ma non per questo esenti dai morsi dell’egoismo – non se la prendono con i propri compagni, ma mormorano direttamente verso il padrone.

In altre parabole lo sfogo di rabbia cade sui compagni apparentemente più fortunati di loro (cfr Mt 18, 23-35). Ma sembra, appunto, più uno sfogo che un affrontare il vero problema. Di che si tratta? Del nostro rapporto con il Padrone, con Dio stesso. È proprio lì il guaio. Dio è concepito come un padrone rigido, incasellato nella logica del ‘do ut des’, percepito come un avversario a cui spillare compensi. Chissà come si saranno rammaricati, i nostri lavoratori della prima ora, di non essersi nascosti furbamente – come forse avranno fatto i loro compagni, pure fannulloni, che fino alle cinque si sono guardati bene dal farsi trovare in piazza… -, visto che più importante della dignità del lavoro sembra essere il salario…!

Ebbene, la guerra tra poveri, lo scontro tra compagni, l’incapacità di vedere nell’altro un fratello, l’insistenza a percepirsi in competizione anziché in carovana: tutto questo nasce da una immagine di Dio stravolta e sconvolta. Guardiamolo meglio, questo Dio, che invece sorprende a ogni piè sospinto.

Innanzitutto è un ‘padrone di casa’ (20, 1). Non un possidente terreno che fa lavoro di ufficio, freddo e distaccato, o che si gode i proventi della sua vigna seduto su un divano. Dio restituisce all’economia la sua intima natura domestica. Dio abita in casa, cioè ama i rapporti famigliari, preferisce stabilire relazioni calde, ha il volto di un padre che non rinuncia a godere della vita feriale e del fuoco del focolare. Come non intravedere il cuore appassionato del padre che divide il patrimonio tra i figli, desideroso soltanto di… paternità?

Questo Padre è mattiniero e intraprendente. Non se ne  sta chiuso fra le sue mura sicure e comode, mandando altri a sbrigare le faccende. Dio – ama dirci papa Francesco – è costantemente in uscita. Viene a cercarci. Instancabilmente. Cerca le persone, i suoi figli perduti. Cerca l’uomo, non cerca né il guadagno né il profitto. Cerca me. Sembra proprio scordarsene, di come va la vigna. Dio da costantemente una nuova opportunità, fosse pure dell’ultima ora. Sembra davvero ardere dal desiderio di una famiglia grande, formata da tutti coloro che restano impantanati nelle piazze dei condizionamenti sociali e nei crocicchi delle proprie paure (cfr. Mt 22,1-14).

Dio, poi, rovescia le prospettive. Parte dagli ultimi. Paga coloro che hanno lavorato meno tempo. I lavoratori della prima ora non si accorgono del privilegio. A Lui, infatti, interessa solo che i suoi dipendenti si accorgano di essere figli. E i figli, più stanno con il loro Padre più godono del calore di casa. Dio non tratta tutti allo stesso modo, è vero. Questo lo lascia intendere Lui stesso, con la sottile ironia di Gesù. Dio predilige gli ultimi, perché in loro può manifestare appieno la propria  prodigalità, lo spreco del suo amore. E per questo fa di tutto affinché tutti si riscoprano ultimi, o lo diventino, scendendo dal piedistallo dell’orgoglio. Figliolanza e ‘ultimità’ sembrano esperienze inseparabili…

Anche a coloro che si incaponiscono nel farsi avversari del Padre, nel coltivare la logica della contrattazione anziché dell’alleanza, Dio non toglie il regalo della sua amicizia. Appare qui l’assurda lotta dell’uomo, che si fa invidioso non del fratello, ma di Dio stesso. È il peccato originale, l’insinuazione del serpente: ‘Non vedi che puoi essere anche tu come Dio?’ (cfr Gen 3, 1-5).

Certo. Dio, il Padre, vuole farci come Lui. Ma Lui non è come pensiamo noi. E se davvero desideriamo lasciarci coinvolgere e trasformare dalla luce del suo volto, è una gara di bontà quella a cui siamo chiamati. ‘Farete opere più grandi delle mie’ (cfr Gv 14,12), ci promette Gesù. Ma soltanto se riscopriamo in noi quell’immagine del Dio buono, che ci ha fatti ‘cosa molto buona’ (Gen 1, 31). Nulla a che vedere con l’ingenuità. Chi sceglie la logica dell’economia di Dio avrà cura della casa dell’uomo, la creazione intera, con la purezza di una colomba, ma anche con l’astuzia di un serpente. La tenerezza fraterna e la grinta del lavoro giornaliero si intrecceranno come mirabile sintesi dell’uomo di Dio, che lo Spirito unifica nell’integrazione degli opposti.

E così gli ultimi saranno… i figli e diventeranno fra loro fratelli. Come non può funzionare un’economia di famiglia?

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

UN PELLEGRINAGGIO A ROVESCIO

Gv  3, 13-17 – Festa della esaltazione della Santa Croce

Commento per lavoratori cristiani

 

Ci sono due modi per essere innalzati, nella vita.

Il primo è quello che propone il mondo. Si tratta di mettercela tutta, per dare il massimo di sé e ottenere gli esiti migliori dalle proprie capacità e dai propri talenti, in modo da emergere sulla massa e farsi notare. È l’impegno di chi cerca il successo, la carriera, la realizzazione personale nel mostrarsi al di sopra della media, al di fuori della mediocrità, oltre la meschinità di chi non ha cartucce da sparare nell’arena della vita. Da una logica di meritocrazia sostanzialmente buona, se si fonda sull’apprezzamento delle risorse personali di ogni uomo, questo processo di autoaffermazione ha condotto oggi il mondo a una sorta di gara del ‘si salvi chi può’: ognuno allineato sui blocchi di partenza, parte correndo all’impazzata con gli occhi puntati dritti in avanti o più facilmente concentrati sul proprio ombelico per raggiungere un ‘di più’ fatto di apparenza e di vanagloria. Stremati da queste corse da centometristi, che toccano ogni ambito dell’esistenza – dal lavoro agli affetti, dalla sicurezza economica alle relazioni famigliari e amicali -, gli uomini e le donne di oggi si ritrovano a gettare la spugna, rifugiandosi in un isolamento mascherato di euforia e di sballo o nascondendosi in presunte relazioni vitalizzanti, ma filtrate dai nuovi marchingegni della comunicazione. La logica del ‘fai da te’, sostenuta da una iniziale rivendicazione di autonomia, degrada progressivamente in uno scoramento esistenziale, in una drammatica esperienza di vuoto e di noia, in una voragine di non senso. Si pensava che la direzione fosse ‘verso l’alto’: salire, salire, salire i gradini del successo, anche per raggiungere e uguagliare Dio. Ci si ritrova sbattuti in basso, caduti nella melma della depressione e della violenza verso se stessi, oltre che verso gli altri.

Non è una lettura pessimista di tanti drammi interiori dell’uomo contemporaneo. Né si tratta di una considerazione che porta alla condanna. È piuttosto la sete di verità che ci porta a metterci in sintonia con tanto dolore, così come ha fatto il nostro Dio, che propone una maniera diversa per essere innalzati. La stessa che ha percorso Lui, per primo.

‘Nessuno mai – infatti – è salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo’ (3, 13). Ecco il senso, ecco la direzione. Non dal basso verso l’alto, ma dall’alto verso il basso. Ecco la via che permette di vivere, e vivere in eterno, cioè in pienezza e nella gioia.

La logica di Dio, e del Figlio suo che è anche Figlio dell’uomo – proprio perché esce da sé stesso per ‘scendere’ nella profondità debole dell’essere uomo -, inverte i passi, rovescia la prospettiva, capovolge le priorità. Parte dalla fine, per raggiungere, quasi inaspettatamente, l’obiettivo iniziale. Senza che mai la salita scardini il processo vitale della continua discesa negli abissi dell’umanità.

Gesù, infatti, il Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, discende dal cielo della divinità, eliminando per sempre la separazione tra Dio e l’uomo, e si fa partecipe della fragilità esistenziale di ognuno di noi. Questo pellegrinaggio pasquale non si ferma ai confini della povertà più dura e lancinante: entra anche nel mistero della morte. Lo assume nel suo aspetto più incomprensibile e sconvolgente: è la morte di un delinquente, di un criminale, di un mascalzone quella che egli sceglie per sé sulla Croce. E allo stesso tempo è la morte di un innocente, condannato quando nel proprio cuore non trovava dimora nessuna condanna – pur umanamente plausibile, la condanna è incompatibile con le viscere di misericordia di Dio, Padre e Madre.

Ecco la Croce: lo strumento della condanna, il patibolo su cui si inchiodano simbolicamente tutti gli orrori dell’umanità, abbraccia di fatto la più paradossale contraddizione, poiché il male e l’innocenza coesistono in una apparente sconfitta della giustizia. Ecco la Croce: gli opposti si toccano e si incrociano, come i due pali che la costituiscono e che si reggono ritti su un foro che penetra la terra. La Croce è l’abbassamento totale di Dio. È la discesa definitiva, fino agli inferi, e per questo mostra lo stile di Dio: un continuo scendere verso gli ultimi e i sepolti nelle viscere del dolore.

È grazie a questa eterna discesa che Gesù, il Figlio, può comunicare la vita eterna a tutti, senza esclusioni. È grazie a questo abbassamento radicale – che sta, cioè, alla radice – che Egli può essere innalzato, affinché lo sguardo di tutti gli schiacciati della terra possa alzarsi e volgersi a Lui, incontrando un volto solidale che genera speranza. La Croce è la manifestazione della radice dell’amore: una totale e definitiva – eterna, appunto – condivisione del dolore del mondo, perché ‘chiunque crede in lui – cioè accoglie questa condivisione – non vada perduto, ma abbia la vita eterna’ (3, 16).

Non esiste altra via alla gioia. Chi si impunta a voler innalzarsi per essere visto e ammirato, chi svende la propria intimità e i propri tesori preziosi pur di ottenere uno sguardo, senza accorgersi di quanto gli occhi degli altri possano essere piuttosto di rapina che di ammirazione, smarrisce piano piano l’altezza della propria dignità umana. Fino a sotterrarsi nell’angoscia.

Chi invece opta fiducioso per la via dell’abbassamento, praticando alla radice la scelta dell’ultimo posto in ogni occasione e in ogni relazione, alimentando la fantasia dell’amore con la contemplazione della Croce, sperimenta come frutto inatteso e come consolazione divina la frescura di un’acqua zampillante che riempie il cuore e fa sollevare pacifica la fronte.

Paradosso glorioso: la Croce, segno e strumento di morte, messa in mostra per rivendicare l’autorità di abbattere l’ansia di esistere degli emarginati, si trasforma in segno e strumento di gloria, luce che irradia vita a chi vita non ha. Perché sulla Croce Lui, l’unico che è disceso dal cielo, ha potuto e voluto essere innalzato in solidarietà con i patimenti di tutti.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

LO SCANDALO DELLA CROCE

Mt 16, 21-27 – XXII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

C’è sempre, nel cammino della vita, un momento in cui salta per aria qualcosa. Una bella relazione entra in un momento di crisi, una allegra compagnia vive un tempo di incomprensioni e smarrimento, un impiego redditizio non garantisce più la sussistenza… È il passaggio amaro e duro del limite, della fatica, della delusione, di cui la nostra esistenza umana non può fare a meno.

A volte – o forse spesso – è un passaggio segnato dall’odio e dalla violenza. Lo sanno bene i nostri fratelli del Medio Oriente, la cui esistenza è appesa a un filo, se non è già stata spezzata. Non è un gioco la tragedia della sofferenza.

Anche nell’itinerario di Gesù, Maestro di Israele, nel suo rapporto con i suoi discepoli e con le folle che lo seguono entusiaste, comincia il tempo della crisi, dell’incomprensione, dello scandalo. Scandalo significa inciampo, sasso che ostacola il passo. È un fastidio nel cammino, rischia di fare cadere chi sta sulla strada.

Oggi Gesù ci mette di fronte alla logica della Croce, ‘scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani’ (1 Cor 1, 23). E scardina la logica del mondo, manifestata con la consueta passionalità da Pietro, che è di scandalo, invece, al pellegrinaggio terreno del Figlio di Dio.

Per chi sogna un futuro di successi, un avvento glorioso del Messia che sistemerà le cose e sopprimerà ogni ingiustizia e sopruso; per chi si prospetta la venuta di un regno di pace che passa attraverso la vittoria altisonante dell’esercito del cielo sui combattenti del male; per chi semplicemente immagina che ci sia una esistenza su questa terra privata dell’esperienza terribile e corroborante del dolore… la Croce è davvero scandalo atroce!

Piacerebbe un po’ a tutti noi che le faccende della vita si sistemassero senza troppi conflitti. E d’altro canto, non è la Parola stessa che prospetta ‘nuovi cieli e terra nuova’ (Is 65, 17), in cui non ci sarà più né lutto né pena alcuna e la giustizia e la pace si baceranno, la verità e la misericordia si incontreranno (cfr. Sal 84, 11)?

Il sentiero per giungere alla meta del regno, però, non contempla l’annullamento di ogni tensione e di ogni contraddizione. Non qui, almeno; non ora. Anzi: il germoglio fragile del regno è spesso vittima di orrenda persecuzione. Non possiamo chiudere gli occhi sulla tragedia, né illuderci che passi presto il dramma dell’oppressione sull’innocente.

E questo perché eliminare la tensione e le contraddizioni significherebbe eliminare di sana pianta noi stessi, ogni uomo. Esse, infatti, abitano dentro di noi. Basti vedere Pietro stesso: poco prima si è lasciato condurre da un autentico afflato dello Spirito, riconoscendo in Gesù il Figlio del Dio vivente (cfr Mt 16,16); e subito dopo ritorna a indossare le vesti del ‘controllore di volo’, per decidere lui quello che al Figlio tocca fare, permettendosi persino di rimproverarlo in un trasporto di condottiero per la pace.

La guerra sta dentro di noi! Ecco perché non ci deve sorprendere troppo come Gesù possa fin d’ora annunciare la sua sorte finale. Egli, che conosce il cuore dell’uomo, sa che la sua proposta di una vita donata, perduta, offerta in ogni istante e in ogni relazione, in ogni quotidiana attività, per farne un ‘culto spirituale gradito a Dio’ (cfr Rm 12, 1), non è esattamente consona alla tentazione di egoismo che sibila costantemente in noi. Siamo continuamente sull’orlo di uno scivolo che ci fa desiderare un possesso, una sicurezza, una garanzia da controllare e da poter rivenderci per affermarci sugli altri.

Gesù, invece, prospetta il cammino della totale donazione per amore, dell’abbandono fra le braccia dell’altro, della perdita di sé. Questo è scandaloso. Non è necessario ricorrere a moralistiche considerazioni sulla cultura dell’esibizionismo e del consumo che ci attornia. È dentro di noi che si insinua, come gli spifferi dalle finestre, la paura di non sentirci più nostri. Con l’illusione che possedermi significhi essere vivo. Quando invece chi più si tiene stretto, più rimane solo, isolato, privo di relazioni… e quindi muore!

Si insinua la voce di Satana, che vuole mettere davanti le nostre scuse, le nostre giustificazioni, le nostre garanzie. In fondo, perché sposarsi tanto giovani, se non si ha un lavoro sicuro? E come si può avere figli oggi, quando non c’è uno stipendio assicurato? E perché dovremmo aiutare chi viene da altri Paesi, se vengono fondamentalmente a rubarci impiego e denaro? Perché non lasciare che i popoli lontani se la sbrighino da soli? La logica di Satana, che è logica del mondo - nel linguaggio paolino - e logica dell’uomo svincolato da Dio, è razionale e apparentemente impeccabile. Ma porta al peccato più grave: la chiusura alla relazione, e quindi alla vita.

Per vivere è necessario accettare la sfida della relazione, che non è minaccia. E poiché l’altro non è mai totalmente a mio uso e consumo, relazione significa perdita. La diversità dell’altro mi proietta fuori da me stesso, mi scaraventa su terreni inesplorati, mi sollecita a viaggi inimmaginabili. Questo fa paura. Ma la prospettiva che mi attende ha orizzonti infiniti. Molto più grandi di quelli di cui potrei godere anche se salissi sull’Himalaya e potessi vedere tutto il mondo come un mio possesso. Il viaggio fuori di me, infatti, verso l’altro mi riporta a scoprire l’abisso e l’altura della mia interiorità.

È lì che accolgo l’incontro con il volto di chi mi sta davanti. Specialmente se è il volto di Gesù, che è l’Altro per eccellenza. Che dolore deve avere provato Pietro quando il Maestro si volta e gli toglie lo sguardo, e non ne vede più gli occhi! Ma d’altro canto, poter posare il nostro sguardo sul suo significa accettare di percorrerne prima la via, calpestando le sue stesse impronte. È Lui che insegna la strada, non io. È Lui che da il ritmo, non io. È Lui che si dona per primo a me, non io.

La Croce di Gesù diviene così il culmine di uno stile di vita, che mi viene offerto come incalcolabile opportunità di ricchezza. Difficile comprendere qualcosa senza prima provarne il passo. Si comincia dalle piccole scelte quotidiane, dall’assumere le ordinarie contraddizioni della vita con spirito nuovo. Non rifiutandole, non evitandole, non rinnegandole, ma spalancando attraverso di esse la finestra per guardare l’altro e guardare dentro di me. Per interessarmi dell’altro e lasciare che si interessi di me. Per portare il mondo dentro il mio cuore, affinché la mia guerra trovi pace nell’incontro.

L’unico modo per sconfiggere gli spifferi dalle fessure, infatti, se non si vuol tappare e morire, è aprire del tutto.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

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