LA DANZA DELLE MAMME

Lc 1, 39-45 – IV domenica di Avvento C

Commento per lavoratori cristiani

 

Nel silenzio e nella delicata discrezione dell’Avvento, tempo in cui tutta la creazione è invitata a essere sobria nei rumori e nei movimenti, l’incontro tra due mamme incinta irrompe come un frastuono gioioso e spezza il ritmo dell’attesa.

La corsa frettolosa di Maria ha il gusto della risurrezione anticipata. L’esclamazione ‘a gran voce’ di Elisabetta è l’annuncio dell’evento già avvenuto, ma ancora aspettato. D’altro canto, solo chi porta in grembo il mistero ha diritto di proclamarlo al mondo. Solo chi si è resa campo da seminare e custodisce il germe nascosto ma presente può precedere le folle nell’esultanza della raccolta dei frutti.

Maria ed Elisabetta, festose nel turbamento di due gravidanze oltre ogni speranza, rompono gli schemi dell’ordine, nel traboccare dell’ospitalità, per non permetterci di considerare l’avvenimento una semplice questione da indagini cliniche. Una fanciulla vergine e una anziana sterile possono soltanto sconvolgere i calcoli di chi della vita ne fa un oggetto di controllo e di gestione. A noi, che vogliamo correre con loro sulla strada da Nazareth ad Aim Karim, e lasciarci coinvolgere nella fantasia creativa delle mamme, le due donne svelano la meraviglia della vita che ci oltrepassa e sorprende. È la vita divina divenuta carne nel corpo di donna.

Solo chi si è aperta veramente alla vita può farsi ‘fontana vivace’ dei rivoli giocosi e gioiosi della vita condivisa, e mettere su una festa ordinaria ma incontenibile. Sembra che danzino, Maria ed Elisabetta, nella fretta, nello stupore, nell’abbraccio! Sembra che sia risorta nelle loro pance gonfie di futuro la danza lontana del re Davide: la nuova arca di salvezza che è Maria fa muovere le gambe e battere il cuore dell’Antico popolo raccolto nel seno di Elisabetta e nella profezia di Giovanni! Sembra che sia finalmente esplosa l’esultanza degli invitati a nozze, perché è arrivato lo Sposo, fatto bambino per poter essere introdotto dalla Madre Sposa nella sala del banchetto!

Questa è una giornata di placida e intima gioia. La storia si unifica definitivamente, grazie al ‘sì’ di due figlie di Israele. E la freschezza del grido dell’anziana riflette la beatitudine sorridente dell’incoscienza della fanciulla, tanto saggia da abbandonare la propria esistenza nelle mani dell’Onnipotente. Anche i bambini si lasciano coinvolgere nel sussulto della danza.

E noi ci sentiamo invitati, coinvolti, quasi travolti da un mistero che restituisce verità alla nostra storia quotidiana. Perché noi non siamo fatti per la morte e la disperazione. L’ultima parola è quella del Signore: è un ‘sì’ totale e definitivo alla vita, soprattutto quando essa sembra impossibile, rovinata, perduta.

‘Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto’. Beati noi, se non abbiamo fatto resistenza al passo di danza. Beati noi, se non abbiamo tappato le orecchie all’annuncio. Beati noi, se abbiamo corso in fretta lungo la via di Ain Karim.

E se la gioia è ancora muta nel nostro cuore, ancora c’è tempo: gli occhi profondi di Maria, scuri nella carnagione abbronzata dal sole, guardano luminosi i nostri occhi ansiosi di risposte. Il suo saluto tocca anche le nostre orecchie, e lei si fa tabernacolo della Parola fatta carne per noi: ‘Benedetto sei tu, figlio amatissimo del Padre!’.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA PAROLA CHE VIENE

Lc 3, 1-6 – II domenica di Avvento C

Commento per lavoratori cristiani

 

La Parola di Dio viene nella storia! La Parola di Dio continua a plasmare la creazione! La Parola di Dio orienta il cammino dell’umanità!

Questo unico grande mistero viene annunciato oggi a coloro che si pongono in ascolto di ‘una voce che grida nel deserto’. È il deserto del cuore dell’uomo e delle relazioni tra le persone, deserto di ieri e di oggi. È il deserto che anela vita, acqua, speranza. In questo deserto un uomo dà voce al grido silenzioso di ogni uomo. Giovanni è l’anima nostra più profonda, assetata e arida, che grida verso l’alto, e alimenta l’attesa.

Impressiona la concretezza del tempo descritto. I potenti della storia di allora sono specchio dei potenti di oggi; i libri ricordano gli imperi e i regni della terra, che ieri come ora pretendono di dominare e comandare. Anche la religione ufficiale afferma il suo diritto al potere nei nomi di coloro che manderanno in croce la Parola fatta carne. Nella storia si succedono persone e nomi, regni e domini. Passano, lasciando scie di violenza e di sofferenza.

Ma la Parola rimane, perché non si stanca di venire. La fedeltà della Parola è l’insistenza a voler entrare nella storia, per orientarla verso una logica nuova, per indicare la direzione giusta.

Anche il creato, fatto dalle dite amorevoli del Creatore, ha bisogno di continuo rimodellamento. La terra tutta e la natura sono il grande tempio dove si svolge la storia. La casa comune, che rischia di divenire cumulo di macerie, grida con l’uomo il suo gemito, la sua ansia di liberazione.

E la Parola viene, e rimane. Non perché si stabilisce quale irremovibile conferma di un progetto precostituito, ma perché continua a plasmare, a trasformare, a ricreare. La bellezza del creato è il suo cammino per i sentieri dell’amore. La fedeltà della Parola è il movimento lungo le vie dell’armonia da tornare a cercare, a costruire, ad abitare con passione.

E nella storia, nella creazione, cammina l’uomo, camminiamo noi. Il nostro cuore si specchia nella sofferenza delle creature, ed è trepidante ed ansimante dentro le alterne e dolorose vicende dei popoli. Oggi la Parola ci invita ad alzare, con la voce, anche lo sguardo. Ci converte verso coloro che soffrono, verso l’umanità schiacciata dagli egoismi, verso il fratello da vedere, riconoscere e amare.

È peccato terribile di ieri e di oggi lo sguardo accecato dai propri interessi, il petto gonfio dei propri titoli e delle proprie rivendicazioni, la voce spenta quando si tratta di consolare chi soffre. È peccato che esige conversione e perdono la sottile catena di sospetto che si insinua nelle valli oscure del nostro animo, e l’orgoglio menefreghista che si inerpica sui monti del nostro egocentrismo.

La Parola, fedele, mai doma, instancabile, viene ancora. E chiede ospitalità nei nostri cuori. Chiede il permesso del lavoro artigianale e delicato, paziente e doloroso di disinnescare le bombe sepolte sotto le nostre paure e di raddrizzare i tortuosi pensieri ispirati alla vendetta.

La Parola di Dio venne e viene, per farsi grido fra i popoli: grido di comunione, grido di giustizia e di misericordia, grido di pace. Quello che noi non sappiamo più nemmeno chiedere, perché forse abbiamo esaurito voce e fiato, la Parola ce lo restituisce come intimo e coraggioso inno alla speranza.

Grida, uomo nel deserto, grida dal più profondo di te stesso: la salvezza di Dio è vicina! E tu la vedrai!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

"NULLA E' IMPOSSIBILE A DIO!"

Lc 1, 26-38 – IV domenica di Avvento B

Commento per lavoratori cristiani

 “O Vergine, da’ presto la risposta.

Rispondi la tua parola e accogli la Parola:

dì la tua parola umana e concepisci la Parola divina,

emetti la parola che passa e ricevi la Parola eterna”.

San Bernardo

 

L’incontro è tutta trepidazione. L’evento che sconvolge la storia è tutta meraviglia. L’aria è silenziosa e tersa, in quel di Nazareth, borgata ai margini della storia eppure al centro dell’eternità. Dio ha scelto il quotidiano, il nascosto, l’invisibile. Chi l’avrebbe mai detto? Chi l’avrebbe mai potuto immaginare?

Ma l’amore è fatto di fedeltà e di sorpresa. L’amore è perseveranza e novità insieme: conferma e stupisce, consola e scuote. Dio viene nella ferialità di una fanciulla che attende, con il suo popolo, la redenzione della sua gente ferita e smarrita. Dio realizza la promessa, le promesse.

Ma il compimento non è irrigidimento. Dio evita i rumori del tempio, Dio preferisce le periferie del mondo. E così la promessa che si compie diviene anche futuro che si apre. Imprevisto: Dio è imprevisto! Perché Dio è vita, è relazione, è incontro, e ogni incontro, se autentico, spalanca cammini di novità.

L’incontro è bellezza. Nella sua maestosa e semplicissima intensità: un Dio che si fa amico di una ragazzina, per chiacchierare del futuro dell’umanità, per decidere le sorti di tutte le donne e gli uomini di ogni tempo. L’incontro è sussulto, impensabile… impossibile! Impossibile pensare che la meta del nostro esistere penda dalle labbra di una giovinetta. Impossibile supporre che l’Infinito attenda, trepidante, la decisione di una sua piccolissima figlia. Impossibile congiungere due poli così distanti, per la nostra cocciuta mente calcolatrice…

Ma “nulla è impossibile a Dio” (v. 37). Nulla è impossibile all’amore. Anzi, l’amore porta il nulla all’esistenza, l’amore travalica i confini della ragione e porta a galla la più intima ragionevolezza. La vita ha senso se vive il piccolo, la vita è bella perché emerge la dolcezza del dettaglio, la finezza della traccia, la premura del nascondimento. Così anche l’incontro è bello, quando corre il rischio dell’attesa e lascia all’altra, la più piccola fra tutte le donne – e per questo la più bella -, tutta la libertà di scegliere la sua risposta.

Che subbuglio di sentimenti, o piccola Maria! Che travaglio concepire e già generare, in un parto di fede, quel bimbo altrettanto piccolo e allo stesso tempo immenso, figlio del’Altissimo! Hai vissuto tutta la tua umanità, o Maria, in quegli istanti mattutini, nella brezza dell’aurora. La tua attesa ha incrociato lo sguardo e la parola di Dio, tramite il suo messaggero soave; e poi è divenuta Sua, questa tua attesa di madre.

Dio sta con il fiato sospeso, davanti a te. E dal profondo del tuo grembo di donna, finalmente chiamato a divenire se stesso, è sgorgata la Parola creatrice: fiat! Tu hai prestato a Dio l’attesa, Lui ha donato a te la sua Parola! Dio ha iniziato a vivere in te. La sua Parola, il suo Verbo di vita, ha iniziato a crescere nell’infinitamente piccolo, per far di ogni piccolezza un inno all’Infinito.

Anche noi, dolce Maria, fanciulla e madre, attendiamo trepidanti. Anche noi cerchiamo lo sguardo e la Parola di Dio che ci attende. A te imploriamo di irrorarci della stessa Grazia che ti ha dato il nome e la bellezza. Tu sei la piena di Grazia, la traboccante di Lui, la sorgente dell’incontro. A te chiediamo di allargare le frange del mantello con cui l’ombra benedetta ti avvolse, e di accoglierci tutti sotto, noi deboli peccatori bisognosi di redenzione. Condividi con noi, o Maria, la sorpresa consolante della promessa che si compie e che ci supera.

Anche noi, tenerissimo Verbo racchiuso nelle membra fragilissime di bambino, desideriamo ardentemente concepirti nello spirito, nutrirti in noi perché Tu ci nutra, lasciarti crescere, Figlio in noi, figli in Te.

Vieni, Dio umile di Israele. Scegli nuovamente la piccola Madre, vieni e salutala, perché si riversi abbondante la Grazia laddove noi seminiamo fin troppa zizzania. E così, in Maria, la Chiesa, figlia e Madre, diventi casa feriale dell’impossibile: Tu, Dio infinito, hai scelto l’ordinario, l’incontro, il nascondimento per restituire al mondo l’esultanza del senso.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL TESTIMONE CHE SA ATTENDERE

Gv 1, 6-8.19-28 – III domenica di Avvento B

Commento per lavoratori cristiani

 

La figura di Giovanni Battista svetta, accanto a quella della Vergine Maria, in questo cammino di Avvento. Egli è il testimone che annuncia la venuta dell’Atteso. Egli è l’amico dello Sposo che prepara la carovana degli invitati a nozze. Egli è il profeta che guida il popolo verso il passaggio definitivo alla sponda della Nuova Alleanza.

A suo dire, però, egli è soltanto una voce. Si presenta ai Giudei più nell’ottica della negazione che dell’affermazione di sé, più come fonte di delusione che di realizzazione delle aspettative. Sorprende questo suo atteggiamento, che sembra denigratorio. Certamente non è molto consono all’esaltazione esasperata dell’individuo a cui ci ha abituato la cultura pseudo – umanistica contemporanea. Ecco perché Giovanni emerge maestoso anche oggi: ben consapevole che egli dovrà diminuire, perché Gesù, il Messia, cresca, il Battista riconosce di valere qualcosa solo in riferimento a Colui che viene.

Egli infatti è voce perché Gesù è la Parola. In questo senso Giovanni ‘confessò e non negò’ (v. 20). Non si arrogò nessun titolo onorifico, nessun ruolo fuori misura, nessun merito inopportuno: ma si riconobbe semplicemente come un uomo in relazione a Gesù, totalmente orientato a Lui, con lo sguardo fisso al Maestro. Giovanni ‘confessò’ il Salvatore, ubicando se stesso al posto giusto. E la giustizia divenne così verità che libera.

Pensiamo a noi, e alla tentazione sfrenata di narcisismo di cui siamo vittime ogni giorno. Abbiamo un bisogno ossessivo di metterci in mostra, di esibirci e di essere apprezzati e riconosciuti. Abbiamo una brama affannosa di apparire nei mass media anche solo per poterci sentir dire: ‘ti ho visto’. E questa ansia di visibilità si traduce in una corsa spasmodica ad arrivare prima, a pubblicare per primi la nostra foto sui social network, a cogliere nell’immediatezza un dettaglio sebbene a migliaia di chilometri di distanza. Si perde il gusto dell’attesa, del silenzio, della scoperta gratuita. Si perde la calma e la trepidazione della gestazione.

Giovanni invece si ritira, al di là del Giordano, in luogo straniero. Si ritira nel deserto, vestendosi e nutrendosi nella più austera sobrietà. Non c’era nulla di attrattivo in lui. Eppure proprio questo, oltre a restituirgli la propria identità in relazione allo Sposo che viene, gli dona anche il rapporto più significativo con il suo popolo, con il gregge a cui egli stesso appartiene. Giovanni, infatti, non è una voce che grida da lontano, impartendo comandi e sentenziando vaticini spaventosi. Egli non è nemmeno un testimone che osserva distaccato le vicende della folla, che cammina smarrita e senza pastore.

Giovanni, invece, sta nel deserto con i suoi. Sta nel cuore della fatica più grande del suo popolo. Anzi, sta dentro la separazione e la frattura che la Legge di Israele ha generato tra i Giudei e i pagani, e in questa divisione – simbolo del dramma di una religiosità vissuta come giogo pesante anziché come liberazione – egli porta con gli altri il fardello doloroso della speranza. Giovanni può essere testimone non solo perché è in contatto con Colui che testimonia e si alimenta alla luce del divino che si intravede all’orizzonte, ma anche perché si immerge con coraggio nella notte e non ha timore a riconoscere dal di dentro le tenebre in cui vive l’umanità.

Per noi, spesso nostalgici di una illusoria fuga da ogni ombra che ci opprime, egli diviene profezia di uno stile di accompagnamento del dolore della gente. Essere cristiani che vivono le doglie del parto del Bimbo di Betlemme significa avere l’ardire di immergerci nell’aridità del deserto contemporaneo, riconoscendo la sete più o meno nascosta del popolo che si è allontanato da Dio. Noi siamo come un marito che si affianca alla sposa – alla Vergine – e non fugge l’intimità della sala da parto, dove si intrecciano l’amore più straordinario e il dolore più atroce. Decidiamo di stare lì, a contemplare il mistero che sorprende, sprovveduti e poveri, ma almeno vicini al piccolo che nasce come fossimo novelli buoi e asinelli. Almeno il nostro fiato impaurito potrà scaldare un poco la fragile carne del nascituro. E il nostro pianto di commozione – che fa melodia con il vagito del Bimbo – diviene il nostro canto, la nostra voce che si alza e si unisce a quella del Battista: ‘viene il Signore, preparate la via!’.

In questo Avvento Giovanni è per noi richiamo potente a recuperare il gusto e la responsabilità di una presenza. In mezzo al popolo che sta nella notte, lo Sposo, la Parola, il Bambino che viene ci chiede di esserci. E di esserci in stretta e manifesta relazione con Lui. Noi ci siamo, come uomini e come cristiani, perché siamo in attesa di Lui. E questo ci da’ fiducia e speranza. E questo accende in noi la luce, e di essa brilliamo condividendo con gli altri la luce.

Abbiamo già ricevuto tutto quello che ci serve: è l’olio dello Spirito, che ci è stato dato in dono, e che viene rinnovato nei piccoli vasetti della carità, attinta alla fontana della Grazia nei sacramenti. Abbiamo già ricevuto il battesimo di fuoco, che ci immerge nel cuore del Mistero di amore e dolore, trasfigurato da Dio in Gesù morto e risorto.

Poiché già abbiamo ricevuto, grati Lo attendiamo vigilanti, chiamati a essere testimoni fra chi ancora non lo conosce. L’attesa restituisce senso alla vita, mai più bruciata dai fuochi ingannevoli del ‘tutto e subito’.

 

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

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