Articoli filtrati per data: Aprile 2018

All'ascolto è dedicato l'incontro pre-sinodale a Roma nel mese di marzo tra Papa e giovani  provenienti da ogni parte del mondo

Papa Francesco e la Chiesa vogliono ascoltare i giovani che saranno i protagonisti dell'assemblea sinodale in programma  nel prossimo ottobre: di questa volontà si dimostra deciso promotore Francesco.

L'aveva detto nell'indizione del Sinodo: "La Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede, perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche".

Lo ha ribadito nella sua recente visita in Cile, incontrando le giovani generazioni e invitandole a far sentire la loro voce "senza filtro", a parlare "con coraggio" per aiutare i "pastori" a lasciarsi interpellare e  scuotere dalle loro domande. E ancor più esplicitamente: "La Chiesa ha bisogno che voi diventiate maggiorenni e abbiate il coraggio di dirci: questo mi piace; questa strada mi sembra sia quella da fare; questo non va bene".

Il "lavoro dell'orecchio" Francesco aveva definito, a braccio, il compito di preparazione dell'evento e, poi, dei padri sinodali riuniti. Proprio queste attese e queste speranze saranno al centro dell'incontro pre-sinodale a Roma, nel mese di marzo, tra il Papa e giovani provenienti da ogni parte del mondo: cattolici, di diverse confessioni cristiane e di altre religioni, anche non credenti.

I riflettori ecclesiali sono dunque accesi  decisamente sui giovani, non per farli oggetto di giudizi impietosi ma  per illuminare la risorsa che essi costituiscono per la Chiesa e per la società, oltre che per se stessi e per le loro famiglie. Senza sottovalutare il carico di inquietudine, di difficoltà e di solitudine che i giovani si trovano ad affrontare, ma senza nascondersi il fatto che loro sono lo specchio di quella generazione adulta che oggi li critica e li tiene parcheggiati nel loro mondo, escludendoli dalle responsabilità da adulti.

Papa Francesco detta con chiarezza anche lo spirito "rivoluzionario" che deve animare i giovani nel gridare il proprio disagio e nell'orientare il proprio impegno: "Non vivacchiate, pensate in grande, siate rivoluzionari... come le Beatitudini". Cioè: "Non temete di piangere, non trasformatevi in giovani da museo, imparate ad amare, lasciatevi sorprendere da Gesù, imparate l'umiltà dai poveri". E ancora: "Dovete rischiare nella vita: se un giovane non rischia... è invecchiato. Oggi dovete preparare il futuro ... perché il futuro è nelle vostre mani".  

La sfida dell'ascolto dei giovani è per tutti: pastori, educatori, famiglie, società: in primo luogo per la Chiesa nelle sue strutturazioni comunitarie, locali, feriali, come le parrocchie e le diocesi. Proprio dai contesti ecclesiali stanno venendo i segnali di migliore consapevolezza della serietà della situazione giovanile nella prospettiva dell'evento autunnale: fioriscono i sinodi dei giovani nelle chiese locali e una quantità di iniziative che le comunità stanno proponendo per conoscerli meglio, per far loro spazio con simpatia,  per interrogarsi su come creare comunicazione autentica tra la loro sensibilità, la loro ricerca e ciò che la chiesa ha da offrire loro.  In questa cornice si armonizzano le proposte carismatiche della Famiglia di don Ottorino nella sua attenzione prioritaria a ragazzi, adolescenti e giovani con i quali percorre gli itinerari  formativi ed esperienziali del "Come Gesù".

don Zeno Daniele

Pubblicato in Papa e don Ottorino
Domenica, 15 Aprile 2018 08:35

FAMIGLIE IN CAMMINO: IL PERDONO

La misericordia di Dio salva, ristora,  guida l’animo che a Lui  si affida

 Matilde se ne va di casa.

 Davanti a Enrica, madre di Matilde,  si snodano  immagini difficili da accettare: una figlia che si ribella. La giovane  se ne va di casa: non condivide con i genitori le loro idee riguardo le sue amicizie e le scelte esistenziali. I genitori la vedono in pericolo e la madre interviene con durezza. Trascorre qualche tempo e Matilde si allontana sempre più. Si profila per la madre la consapevolezza dell’errore fatto: chiudere la porta di casa era stato come chiudere la porta del cuore. Come ora recuperare il rapporto? Enrica non riesce a accettare  quanto è accaduto e vive un’angoscia che la accompagna per mesi.

Cosa  mi dice Don Ottorino?

Di perdono è ricca la raccolta dei pensieri di Don Ottorino. Perdonare ma anche perdonarsi, con fiducia, con l’idea che affidati a Dio, non siamo più noi stessi ma strumenti e servi inutili. Scrive Don Ottorino ai suoi: “Signore, ti offro questo dispiacere; se tu me lo hai mandato, è segno che rientra nel piano per la salvezza del mondo”. (M217, 6 del 3 gennaio 1968) Rendersi conto di  aver sbagliato, di aver mancato nella carità, di aver fatto soffrire un fratello, e Dio stesso, è fonte di ansia e di delusione cocente. Forse proprio nel momento in cui pensavi invece di aver tutto sotto controllo, di sapere bene cosa scegliere e come agire! “Signore, è bene che io sia stato umiliato… Se nel tuo piano era stabilita questa mia umiliazione, Signore, sia fatta la tua volontà!”

Siamo i primi, noi genitori,  a faticare nell’esercizio del perdono.

Spesso ci sentiamo terribilmente responsabili delle scelte che facciamo e di quello che non riusciamo a fare  per i nostri figli. E non sempre riusciamo a perdonarci. La vita intanto cammina e mette alla prova e forgia e smussa angoli e crea così occasioni di crescita di tutta la famiglia, anche nel dolore e nell’errore. Perdonando noi stessi, usiamo uno strumento per riuscire a perdonare poi i figli e per capirli con animo libero. I figli avvertono quando non riusciamo a perdonarci, quando siamo a disagio con le nostre debolezze. E così anche loro, i figli, faticano ad accettarsi con i loro limiti e le loro cadute. Faticano a ritornare.

Ma la misericordia di Dio salva, ristora,  guida l’animo che a Lui  si affida. Matilde tornerà nel cuore di Enrica e sarà una nuova primavera.

Annamaria Gatti - psicologa scrittrice

Pubblicato in Famiglia
Domenica, 15 Aprile 2018 08:27

PASSAPAROLA: PAURA

Oggigiorno non è di moda “aver paura o essere paurosi”, è più di moda “essere coraggiosi e rischiare” . Questo è positivo perché nella vita è necessario affrontare dei rischi e fare dei passi, però è anche cosa buona dare il permesso alla paura. Perché? Perché in ogni caso la paura è una emozione che ci accompagna sempre, e anche se non le diamo il permesso di entrare, è sempre dentro di noi. Per questo è meglio conoscerla, accettarla, conversare con lei: ci sorprenderà scoprire quanto ci conosce.

Chissà ci racconti che qualche volta l'abbiamo affrontata e sicuramente abbiamo parlato con lei, ma ci racconterà che in alcune occasioni l'abbiamo evitata per non soffrire, per non mostrarci di fronte agli altri. È normale che abbiamo delle paure: paura della solitudine, paura dell'abbandono, paura di perdere qualche persona cara, paura di cadere nel ridicolo, paura di darci a conoscere, paura che gli altri scoprano quello portiamo dentro, paura di soffrire noi e che soffrano le persone che ci sono vicine. Anche i discepoli ebbero paura quando non sapevano che chi stava camminando sulle acque era Gesù, e lui sicuramente sapendo ciò che provavano, disse loro: Coraggio, sono io, non abbiate paura (Cfr. Mt 14,27). Che buona notizia sapere che, anche quando abbiamo paura, Gesù ci accompagna! Allora sarà più facile lasciare entrare le nostre paure.

Lasciare entrare la paura vuol dire darle un nome, sapendo che Gesù ci incoraggerà sempre ad affrontarla. Non permettiamo che la paura ci paralizzi nell’incontro con gli altri, nell'incontro con noi stessi. Non permettiamo alla paura di camminare all'ombra di noi stessi, invitiamola a camminare alla pari riconoscendoci e dicendoci quello che sentiamo.

È permesso sentire paura, perché ci avvicina agli altri, perché sempre ci fa cercare dentro di noi la forza per affrontarla. E così all’improvviso abbiamo altri motivi per continuare ad amare, per continuare a camminare.

Ho paura… Ho paura dell’illusione del falso amore. Ho paura di soffrire ancora… Non voglio più soffrire! Ma ciò vuol dire che non devo amare più. No, questo no. Se è per Amore vero che devo soffrire, allora non ho più paura.

Beatriz Ramírez Martinéz

Pubblicato in Famiglia
Sabato, 07 Aprile 2018 19:26

LA FEDE DELLA CHIESA NEL RISORTO

Gv 20, 19-31 – II Domenica di Pasqua B

Commento per lavoratori cristiani

 

Gesù venne e ‘stette in mezzo’. In mezzo alla comunità riunita, in mezzo alla Chiesa. Costi quel che costi: in mezzo si può essere anche di impiccio, si potrebbe rischiare di dare fastidio. Ma Gesù Risorto ci sta, e non se ne va più. Perché desidera stare con noi. Perché desidera che noi stiamo con Lui. Per sempre.

Gesù sta in mezzo, e consegna i doni dello Spirito: la pace, la missione, il potere di rimettere i peccati. Li regala gratuitamente alla Chiesa, senza chiedere permesso. Li affida a una comunità rinchiusa nel cenacolo per paura. Non a degli eroi, non a dei perfetti, ma a un gruppo di uomini e donne che ha un solo merito: quello di non essersi dispersi. Dopo il dramma della passione e della morte, dopo la vergogna e l’umiliazione del fallimento del maestro e del rinnegamento dei più zelanti, i discepoli restano insieme. Lo sappiamo: è merito della Madre, è una tessitura di donna, è un ricamo nascosto. Ma questo prepara il miracolo. Gesù può restare in mezzo perché c’è un gruppo di persone da trasfigurare e trasformare in comunità.

Solo nella Chiesa, assemblea convocata, si ricevono i doni dello Spirito. Si riceve lo Spirito, che rimane. È l’alito del Signore risorto, ma è lo stesso fiato del Signore morente. Lo riceve la Chiesa, che lo perpetua nel soffio del vescovo sugli oli del giovedì santo; si diffonde poi, come profumo soave, nei sacramenti che alimentano la carità. Tutto questo è possibile per la Pasqua, per il passaggio attraverso la Croce, attraverso le mani e il costato indelebilmente segnati dalle ferite d’amore. Il Signore Gesù ha attraversato il dolore del mondo. E allora la Chiesa è Sua dimora nella misura in cui si lascia attraversare dall’amore e dalla sofferenza.

È comunità di poveri, la Chiesa. Che tuttavia gioiscono nel riconoscere di non essere soli, di non essere stati abbandonati. Il potere del perdono abita i cuori di coloro che si sono scoperti perdonati, e per questo capaci di fiducia, di affidamento.

Tommaso invece non ha fiducia. Non tanto in Gesù, quanto nella Chiesa, nei suoi fratelli. Ma se non si accoglie la famiglia, come si può pensare di diventare famigliari del Signore ed eredi del Regno? La fede è necessariamente affidamento tra fratelli, relazione umana, figliolanza che intreccia corpo e spirito. La fede nel Risorto richiede di credere la Chiesa. E la fede della Chiesa salva l’incredulità del fratello.

Tommaso cerca il suo Signore pensato forse a sua immagine e somiglianza. È ancora deluso, perché non ha visto morire un eroe, ma un maledetto. Probabilmente anche noi, suoi gemelli, ‘didimi’ nell’incredulità. La fede esige di smontare schemi e false immagini dell’Amore e dell’Amante. Ecco perché serve l’incontro con la comunità; non c’è altra via che l’immersione nella tosta realtà dei rapporti ecclesiali.

Non c’è esperienza del Risorto senza la comunità, senza la Chiesa. Per una catena di testimonianza: dalla sorgente nasce il fiume, che si diffonde in ogni angolo del mondo. Ma anche per una concreta esperienza di un amore autentico, segnato dalle piaghe della delusione, risorto nell’esperienza liberante del perdono. Deve infrangersi l’immagine di noi stessi e degli altri, come di custodi di ineccepibili scambi di attenzioni, per fare i conti con l’inevitabile smarrimento e lo stordimento di novità racchiuse nella verità dell’altro. Come sono belli i misteri nascosti nel cuore dell’uomo e della donna che si svela all’altro nella propria fragilità! Affidarsi è dono di grazia; chi impara ad affidarsi nella debolezza si lascia impregnare della vita del Risorto, mai più privato delle tracce dell’umanità riscattata eppure umile.

La Chiesa, dunque, edificio spirituale pregno di umanità, è il luogo in cui si infrangono le nostre illusioni di serenità, di forza e di potere, piene di noi ma vuote di Lui. La Chiesa è fragile e ferita, come il Suo Signore. Ma è libera e casta, perché in mezzo abita il Corpo risorto di Gesù.

Accade allora che né Tommaso né noi abbiamo più bisogno di porre le nostre dita nel suo costato aperto. Tenendo lo sguardo fisso su di Lui e sui nostri fratelli di fede, ci accorgiamo infatti che è Lui ad aver toccato noi, le nostre ferite, e ad averle guarite dai rivoli di sangue. Con Lui, dunque, nella Chiesa, la fede sgorga ora cristallina, come l’acqua del Suo cuore immacolato.

 Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Pubblicato in Lavoro
Lunedì, 02 Aprile 2018 16:33

LA SOBRIETÀ È LIBERANTE

“Con timore e gioia grande corsero a dare l’annuncio” Mt 28,8

Nel capitolo 28 del Vangelo di Matteo si narra l’apparizione di Gesù risorto alle donne. Queste donne, che erano andate al sepolcro, quando ricevettero dagli angeli la notizia che Gesù non stava più lì, che era risorto, furono inondate da quell'evento, si riempirono di gioia, intuendo che qualcosa di grande era successo. 

Stavano in questa situazione, quando appare loro Gesù risorto, che conferma l’annuncio dato dagli angeli. È un’esperienza irripetibile, sicuramente, quella dell’incontro di queste donne con Gesù risorto. 

Questo il primo messaggio del Signore: “Non abbiate paura”. Lo stesso va ripetendo nelle varie apparizioni ai discepoli e a tutti coloro che si incontrano con Lui: “Non abbiate paura”. Che bello ascoltare questa esortazione. Lasciamo che risuoni nel nostro cuore. Anche noi abbiamo “paura”, pensando ai nostri limiti personali, alla povertà della nostra Famiglia, ai pochi che siamo e al poco che abbiamo da offrire. E a noi, come “Famiglia di don Ottorino”, ripete di nuovo: “Non abbiate paura”. 

Poi Gesù dà a quelle donne l’incarico di portare la buona notizia della sua risurrezione agli apostoli. Esse vanno con un poco di timore e con molta gioia, portando il messaggio della risurrezione. Anche noi siamo “inviati a portare l’annuncio”, che non è solamente nostro, è più grande di noi e ci dà la gioia di condividere. 

“Con timore e gioia grande corsero a dare l'annuncio”, sarà la parola dell'Impegno di Vita, che ci accompagnerà durante questo mese. 

Possediamo una buona notizia, che siamo chiamati a portare agli altri in ogni luogo, animati dalla Spirito Santo. La fede nella risurrezione di Gesù e la speranza che Egli ci ha portato, sono il dono più bello che il cristiano può e deve offrire ai fratelli. E lo dobbiamo fare a partire dal nostro carisma, con il colore proprio della nostra Famiglia. Questa felice notizia della risurrezione dovrebbe manifestarsi sul nostro volto, nei nostri sentimenti e atteggiamenti, nel modo con cui trattiamo gli altri.

Accettiamo anche l’invito del Papa a trovare soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nell’accogliere i vari carismi, affinché la nostra gioia nasca dal saper approfittare delle molteplici possibilità che ci offre la vita, senza rimanere bloccati e limitati, pensando egoisticamente ai nostri bisogni. 

Vogliamo farlo nei piccoli gesti di ogni giorno, annunciando, nelle nostre relazioni e nel modo di vivere, la nostra fede in Gesù risorto. 

 

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Che i nostri gesti quotidiani, i rapporti con gli altri e il nostro modo di vivere siano annuncio della presenza di Gesù risorto nelle nostre vite. 

 

Papa Francesco

La sobrietà è liberante

La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. 

Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario. Infatti quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento sono coloro che smettono di beccare qua e là, cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ogni cosa, imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere. In questo modo riescono a ridurre i bisogni insoddisfatti e diminuiscono la stanchezza e l’ansia. 

Si può aver bisogno di poco e vivere molto, soprattutto quando si è capaci di dare spazio ad altri piaceri e si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera. La felicità richiede di saper limitare alcune necessità che ci stordiscono, restando così disponibili per le molteplici possibilità che offre la vita. 

(Lettera Enciclica "Laudato si’" n. 223)

 

 

Pubblicato in Impegno di Vita

Meditazioni 2018

 

 

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