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Sabato, 31 Marzo 2018 19:01

SS Pasqua 2018

At 10, 34a.37-43; Col 3, 1-4; Gv 20, 1-9

È iniziata la Settimana Santa con un lenzuolo abbandonato in un giardino. Il piccolo Marco, coraggioso e curioso ‘monello’ che seguiva Gesù e i suoi nell’orto degli ulivi, lo lasciò cadere per sfuggire alle mani malevoli dei soldati. E così rimaneva nudo, come la prima creatura, come il padre Adamo. Nudo fuggiva il giovane, rifiutando ogni maschera e ogni compromesso con il male, che spesso si camuffa e ci ricopre di apparenze e di illusioni.

Il piccolo Marco ha rinnovato in noi la consapevolezza di essere fragili. Noi come i nostri progenitori, che però della propria nudità avevano avuto paura. È il peccato che ci svela la nostra debolezza come un dramma, perché dopo averci illusi di essere forti da soli e di poterci sostituire a Dio, esso invece ci scaraventa a terra, ributtandoci in faccia la cruda realtà della nostra miseria. E quando, come Adamo ed Eva, ci scopriamo miseri e ci sentiamo miserabili, ecco che viene il Dio di ogni creatura, e ci riveste, si prende cura, e intesse dei vestiti perché non abbiamo più timore. Dio non ci fa pesare i nostri errori, non ci rinfaccia il nostro peccato: Egli inventa sempre nuove maniera per ridarci la dignità perduta, per rimetterci in piedi e farci ripartire.

E non si accontenta di rivestirci di abiti da nozze. Decide di scendere, di prendere su di sé la nostra nudità. Lo abbiamo contemplato nel mistero glorioso e doloroso della passione. È Gesù, il Figlio fatto uomo, che prende su di sé la nostra carne ferita, e si spoglia, di sua iniziativa, dei paramenti regali per farsi servo, chinato a lavare i nostri piedi, sporchi e stanchi della polvere di cui siamo fatti. È Gesù, l’Innocente diventato Maledizione, appeso alla croce, che viene spogliato delle vesti, della tunica tutta d’un pezzo, per restituire a ciascuno di noi la nostra bellezza lasciandosi sfigurare sulla Croce, suo trono di umiltà, dalla nostra violenza.

Dio rimane nudo, perché vuole sconfiggere il nostro terrore della nudità. Nudità che è debolezza e fragilità, ma che è anche l’unica via affinché qualcuno possa conoscerci nella verità e prendersi davvero cura di noi. Nella debolezza sta di casa l’amore.

Così Gesù, morto e calato dalla Croce, giace tra le braccia della Madre, ed è lei, aiutata da uomini e donne di buona volontà, immagine della Chiesa dolorante, che nuovamente ricopre il Figlio, come aveva fatto nella mangiatoia. Gli viene dato un lenzuolo, forse ritrovato in quel giardino, che ora diventa una tomba. Un lenzuolo grande, che lo custodisce tutto, come il guscio copre il cuore del seme. Un lenzuolo che gli fa da sudario, ad avvolgere il volto, impregnandosi delle ultime tracce del sangue donato, segno indelebile di un amore senza fine, di un amore fino alla fine.

È così che Gesù viene consegnato alla terra, al grembo della terra, dopo essere stato accolto dal grembo della Madre e della Chiesa. Ed è così che pensa di ritrovarlo Maria di Magdala, quando torna a cercarlo la mattina di Pasqua. Ed invece lo stupore, il tremore, la meraviglia straripano dall’incontro con il sepolcro vuoto, e le lenzuola di nuovo abbandonate nel giardino. Ora, però, addirittura ripiegato, quel sudario che porta incisi i tratti dell’Amato. Perché stavolta sarà per sempre. Gesù risorge nudo, per rivestirsi di luce e di gloria che contagiano l’umanità ferita e ora salvata.

La carne del Risorto è piagata, ma non sanguina più. Le ferite portano le cicatrici dell’Amore bruciante del Padre, e restano per ricordare che la dignità dei figli è costata la trafittura del cuore del Padre. Ora il corpo di Gesù porta gli abiti dello Sposo eterno, di una bellezza che non fa più paura. Davanti a Lui ci si può spogliare, finalmente, delle nostre maschere e delle nostre paure, dei nostri rimpianti e dei nostri tradimenti. Le nostre vesti rovinate e consumate dalle fatiche dei nostri sforzi di amare sono ora abbandonate, e anche i nostri corpi, come i nostri cuori, possono partecipare della guarigione che viene dall’Amore.

Pietro, Giovanni – l’altro discepolo –, Maria, come la stessa Madre partecipano stupiti di questo mistero, e ce lo trasmettono. La fede diventa la veste bianca, la veste lavata dal sangue del martirio del Signore. Egli l’ha versato per noi, al posto nostro, tutto quanto richiedeva di essere donato. Così abbiamo parte, con il battesimo, di questa tessitura nuova. Non è una toppa sul nostro passato, non servono le cuciture improvvisate: è un cambiamento radicale. La Resurrezione fa nuove tutte le cose, e di noi fa creature nuove. L’abito è completamente nuovo: la fede non è qualche pratica in più, qualche comportamento migliore, qualche brutta parola in meno. La fede è rivestirsi di Cristo, lasciarsi incontrare, innamorarsi da impazzire. È riorientare lo sguardo verso ‘le cose di lassù’: nulla a che vedere con le fughe, ma soprattutto un nuovo, profondissimo impegno con la vita vera, con la verità e i rapporti reali, con la storia concreta che viviamo, con le persone che ci circondano. Da guardare, ora, non più da dietro maschere di vergogna, ma a viso scoperto: certi che il lenzuolo non ci serve più, perché siamo stati spogliati e rivestiti dall’Amore.

Da lì, e solo da lì, come abito nuziale, scaturisce traboccante la gioia.

p. Luca Garbinetto, pssg

Sabato, 31 Marzo 2018 11:00

SANTITA' CHE CAMBIA IL MONDO

A un anno del primo incontro sul tema della santità ne abbiamo celebrato un secondo il 24 marzo, essendo noi promotori dell'evento, ma vivendolo in una grande unità con la diocesi e vari gruppi di religiosi e laici, attraverso l'equipe con cui abbiamo collaborato insieme in un crescendo di fraternità tra noi.
È stata veramente una grande occasione di approfondire relazioni con chi già aveva partecipato lo scorso anno e di tesserne di nuove.

Tra quest'ultime quella di due giovani frati francescani che hanno presentato il loro confratello P. Tullio Maruzzo, che sarà dichiarato beato in ottobre; quella delle giovani delle Figlie della Chiesa, che hanno presentato la giovane suor Olga Gugelmo; quella dei seminaristi della diocesi di Vicenza, che hanno presentato il card. Elia Dalla Costa, anche lui cresciuto in questo seminario, luogo in cui si è realizzato l'incontro. Più un bel numero di giovani che hanno dato la loro testimonianza sui temi della "missione" (tema abbinato alla figura del venerabile P. Maruzzo); dell'"impegno nel sociale" (tema abbinato alla figura della venerabile suor Gugelmo); della "giustizia" (tema abbinato alla figura del venerabile card. Elia Dalla Costa).

Una iniziativa questa nata e accompagnata nel discernimento insieme con don Venanzio e che abbiamo vissuto in fraterna sintonia e collaborazione con i religiosi, particolarmente con la comunità della Casa dell'Immacolata, delle sorelle nella diaconia e degli amici di don Ottorino di Vicenza.
Nel seminario, dove l'incontro si è svolto, tutto ci faceva risuonare dentro, l'anima di don Ottorino: conoscere e amare Gesù, farlo conoscere e farlo amare; e vivere l'unità nella carità e testimoniarla. Ci è sembrato che il clima era denso di questa presenza di Gesù e dell'unità nella carità che la fa possibile e la rende testimoniante. Anche il vescovo Beniamino Pizziol l'ha confermato con la sua partecipazione e con le sue parole. Mentre don Giandomenico Tamiozzo, direttore della casa di esercizi spirituali e responsabile della spiritualità della diocesi, e don Dario Vivian, uno dei teologi più conosciuti in diocesi e fuori, hanno messo a disposizione con umiltà, passione e autorevolezza la loro competenza.

Per tutto questo ringraziamo e lodiamo il Signore Gesù sacerdote servo.

don Luciano Bertelli

Lunedì, 26 Marzo 2018 16:30

DOMENICA DELLE PALME

Parrocchia Gesù Operaio – Monterotondo (RM)

DOMENICA DELLE PALME

25 marzo 2018 – omelia

p. Luca Garbinetto, pssg

 

Guardiamo alla passione di Gesù con lo sguardo dei giovani. O meglio, proviamo a lasciare che Gesù stesso incroci i loro sguardi. Ci state a cuore, cari giovani, tanto quanto state a cuore a Gesù. Oggi è la giornata mondiale dei giovani, celebrata nelle comunità cristiane. Per noi, parrocchia di Gesù Operaio, è un anno di cammino con il desiderio di ascoltarvi, di conoscervi un poco di più, di imparare ad amarvi come Gesù. Gesù ha dato la vita per ciascuno di noi, per ciascuno di voi in modo particolare. In questa Santa Settimana celebriamo proprio questo amore, immenso, inimmaginabile. Tu, caro giovane, sei amato da Dio Padre. Tu, che sei figlio, tante volte forse in conflitto con i tuoi genitori, che pure ti vogliono bene, puoi alzare lo sguardo: lasciati attirare dal Figlio del Padre, che ha dato la vita per te!

C’erano tanti giovani tra la folla ad inneggiare Gesù, quando il Maestro entra a Gerusalemme. La tradizione ci parla di pueri, di bambini. Ma c’erano anche giovani, certamente: e i giovani non sono più bambini. Voi lo sapete. I giovani desiderano diventare adulti. Com’è difficile, oggi, passare dall’infanzia all’età adulta. Il mondo ci illude di vivere una eterna giovinezza della carne, e trascura la freschezza dello spirito. I giovani di Israele, che cantano tra la folla, ci ricordano che è necessario volgere lo sguardo al Signore per trovare il senso; loro erano fra chi attendeva il Messia. Giovani cari, non arrendetevi, non smettete di attendere e di sperare: è la capacità di sperare che mantiene giovane lo spirito. E allo stesso tempo, siate prudenti, a non lasciarvi ingannare dalla folla, dai cattivi maestri che condurranno gli stessi ragazzi di Israele a gridare contro Gesù: ‘Crocifiggilo, crocifiggilo!’. I giovani cuori possono anche essere ingannati, a volte facilmente: hanno bisogno di premure per aiutarli a diventare adulti, anche se il futuro è incerto e faticoso da costruire.

Nel racconto della Passione di Marco si incrociano i volti di tre giovani, che emergono, fra la folla, a ricordarci che nessuno è anonimo, che lo sguardo di Gesù rende sempre unici e speciali.

C’è Giovanni, prediletto dal Maestro, testimone privilegiato, insieme a Pietro e Giacomo, della vicenda di Gesù. Anche lui, nell’orto degli ulivi, dopo aver partecipato all’intimità dell’ultima cena, si addormenta e non riesce a vegliare. Anche lui fa fatica a capire: si sarà chiesto tante volte: ma chi sei veramente Gesù? Sappiamo che la risposta gli sgorgherà dal cuore. Dal cuore di Gesù. Mai si è sentito giudicato, nemmeno quando la fiacchezza e la paura hanno prevalso, nella notte della tragedia. E così egli mai ha veramente abbandonato il Maestro. Lo ha seguito fin sotto la croce: sappiamo che a lui è affidata la Madre, Maria, e che la Madre si prenderà cura di lui per sempre. Giovanni siete voi, cari giovani, quando continuate a cercare Gesù sebbene non sia facile capirlo! Quando non pretendete di avere tutto chiaro, e vi fidate della spinta dell’amore, che abita traboccante nel vostro cuore! Quando siete arditi e coraggiosi nella ricerca, che coinvolge di passione anche gli adulti, i vostri famigliari! Quando vi accoccolate fiduciosi sul cuore aperto di Gesù!

E ardito è anche un altro ragazzo, forse un adolescente. Sappiamo che è Marco, proprio l’autore. Anche lui testimone oculare: come voi, anche lui vuole vedere, non restare passivo. Non lasciate, cari ragazzi, che vi travolga l’illusione dello schermo, della tecnologia, del mondo virtuale. Usate gli strumenti del mondo, ma non lasciatevi usare. Rischiano di diventare maschere, nascondigli, come il lenzuolo che copriva il giovane Marco. Nascondeva la sua fragilità: ma egli lo lascia cadere, e nel fuggire da chi lo vuole aggredire e catturare, manifesta in realtà la sua vera passione: egli è rimasto affascinato e colpito da Gesù, che avrà la stessa sua sorte. Resterà nudo, spogliato di ogni apparente bellezza, per condividere fino in fondo la nostra condizione. E così ha salvato te e ciascuno, restituendoti la vera dignità, la vera bellezza. Non perché appari sei importante, amico caro, ma perché nell’intimo del cuore sei audace e capace di amare.

Anche una ragazza diviene protagonista del racconto. È una giovane serva, forse una straniera in Gerusalemme, perché conosce l’accento dei galilei. E riconosce Pietro, il discepolo. Così lo punta, e lo sfida. Come fanno tanti ragazzi oggi verso noi adulti, verso la famiglia, verso la Chiesa. Diventano ribelli, a volte aggressivi, e ci sfidano. Come avere paura di loro? È il grido della debolezza. Questa ragazza chiede, come tanti di voi giovani, una coerenza, una credibilità, una fermezza su cui potersi appoggiare. ‘Dici di essere suo discepolo: fammelo vedere!’. Grazie, cari ragazzi, perché ci costringete a fermarci e a lasciarci guardare, anche noi, dagli occhi piangenti di Gesù! Grazie perché ci portate la sua invocazione: ‘vuoi davvero seguirmi anche tu? Vuoi davvero imparare ad amare come me?’. Non siate severi con gli adulti, cari giovani, ma non smettete di appassionarvi alla ricerca di persone credibili su cui contare. E ciò che conta è solo l’amore.

Un ultimo sguardo alla croce, in attesa della resurrezione. Per scoprire, in realtà, che il vero giovane è proprio Lui, il Signore. E che l’offerta della Sua vita, non trattenuta come un possesso per sé, ci dona il segreto di una giovinezza vissuta in pienezza: l’amore. Il vero nome della gioventù è vita eterna, vita nell’amore. Buona Settimana Santa!

Lunedì, 26 Marzo 2018 14:04

EDITORIALE: UN CARISMA PER TUTTI

Carissimi,

normalmente una coppia di sposi, appena le circostanze lo permettono, arricchisce il proprio amore accogliendo i figli. Da coppia diventa quindi famiglia, in un’armonia di rapporti che arricchisce tutti: la donna oltre che moglie diventa madre, l’uomo oltre che marito diventa padre. In una parola i figli completano i genitori e i genitori arricchiscono i figli. Quando poi i figli, crescendo diventano capaci di scelte autonome, allora papà e mamma si sentono ancor più realizzati nella loro missione.

È quanto sto ammirando nella nostra Opera. Con noi religiosi stanno crescendo sempre più in autonomia gruppi di Amici, che respirano e trasudano lo stesso nostro carisma. Sono incarnazione, nel loro ambiente di vita, del dono che Dio ha voluto fare alla Chiesa e al mondo attraverso don Ottorino. Attingono alle nostre stessi fonti e producono frutti abbondanti. Di questo ne sono prova lampante i gruppi di Amici presenti nelle parrocchie dove non siamo più presenti come preti e i diaconi, ma dove il carisma ottoriniano vive attraverso la loro testimonianza. Si tratta di gruppi vivaci e ben motivati nel loro cammino di fede.

Constatando questo, in noi scatta una felice sorpresa: guarda un po’ come il carisma di don Ottorino è fatto su misura anche per i laici, anzi, i laici  aiutano anche noi religiosi a capirlo meglio nella sua ricchezza.

È la scoperta, non più solo da un punto di vista concettuale, ma dai fatti, che questo carisma, come tutti i carismi dello Spirito, è un carisma per tutti. Se si riducesse ai consacrati, sarebbe più povero, mancherebbe di una parte sostanziale. Per essere autentico deve trovare sviluppo nella comunità cristiana in tutte le sue differenti espressioni, laici e consacrati, donne e uomini, giovani e vecchi. Se si limitasse a una sola categoria perderebbe di qualità.

E allora si fa chiaro un concetto di base, che è costitutivo della vita della Chiesa. I “laici” non sono i “collaboratori” dei preti o dei diaconi, tanto meno loro dipendenti. Sono a pieno titolo dei “chiamati” come loro, e come tali, con pari responsabilità davanti a Dio di far fiorire il carisma dell’Unità nella carità nel loro proprio ambiente: la famiglia, il lavoro, il tempo libero… Proprio lì dove non può arrivare il prete o il diacono.

Ecco perché un carisma così concepito è più ricco. Aumenta infatti la propria capacità di sviluppo e di crescita in tutti gli ambiti della vita del cristiano. È come un giardino che è bello se variegato nei fiori e nei colori, dove ogni fiore contribuisce a dare risalto all’altro, e dove l’insieme diventa più attraente per il concorso di tutti.

A conclusione di questa riflessione mi risuona dentro quanto don Ottorino diceva rivolgendosi agli Amici: «Volete diventare i nostri Amici? Sarete i nostri fratelli. Lavoreremo insieme per portare nel mondo un po' di carità, che è l'essenza del vangelo: voi restando nelle vostre case e noi operando dove la Chiesa ci chiama.

Cari Amici, ecco il vostro programma: essere cristiani convinti, che si vogliono bene e che vivificano nell'ideale della carità tutta la loro attività apostolica, le loro preghiere e il loro sacrificio. È un'arma silenziosa la carità: ma da sola è sufficiente per trasformare il mondo».

Don Venanzio

Pubblicato in Famiglia
Sabato, 17 Marzo 2018 18:45

VOGLIAMO VEDERE GESÚ

Gv 12, 20-33 – V domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani

‘Vogliamo vedere Gesù!’.

Nell’affanno della nostra esistenza, spesa fin troppo a cercare che qualcuno ci guardi, ci veda, ci riconosca, si alza oggi il grido più profondo dell’anima: ‘Vogliamo vedere Gesù!’. Ci prestano la loro voce alcuni pagani, convertiti al giudaismo perché instancabili cercatori di verità. Proprio come noi, ogni volta che non ci accontentiamo delle illusioni regalatici dal mondo.

La Parola oggi risveglia il nostro desiderio: non di certezze, non di garanzie, ma di un incontro, di un volto. Di una alleanza, dunque, con Qualcuno che ci indichi la via della felicità. Il nostro è il desiderio di ogni uomo, di tutti i tempi, lo stesso che condusse il popolo di Israele per le vicissitudini dell’esodo e, tra un tradimento e l’altro, lo sospinse anche alla prova dell’esilio. Là, nella lontananza, simbolo di ogni nostra lontananza dalla Fonte, sgorga imperioso lo stesso grido: ‘Vogliamo vederti, o Dio!’. Ma, con esso, anche una promessa, la Sua: ‘compirò la mia alleanza per sempre, iscrivendola nel tuo cuore’. E così ciascuno di noi, senza differenza di età o di appartenenza, può divenire la terra in cui si deposita e sprofonda il mistero di debolezza di un chicco di grano. Lo sguardo che cerca Dio, infatti, abita in un corpo ferito dal peccato, eppure impregnato di Infinito. Per il battesimo siamo immersi nell’Eterno, ed Egli stesso, in Gesù, torna a cercarci e a venirci incontro per restituirci la pienezza perduta a causa del peccato. C’è da lasciarsi penetrare.

Per vedere Gesù c’è da abbassare la fronte orgogliosa e contemplare il miracolo di un Dio che scende, scende instancabilmente. Non ci si inerpica nei podi né su per i gradini del potere, per essere visti da chi brama l’amore: Gesù lo sa bene. E scende, scende dal Cielo alla terra, dalle stelle alla polvere, e ancora più giù, nelle viscere dell’umanità. È stato embrione nel grembo di una madre, diviene cadavere nella pancia della terra. Muore, proprio come il chicco di grano, che soltanto così può dare sfogo alla potenza della vita. La vita, infatti, non può essere trattenuta né spenta. Soltanto, essa desidera scendere fino in fondo, anche negli spazi che teniamo rigidamente nascosti alla sua forza. Così la vita ce li rivela, e li redime. La vita esplode in Gesù, Dio fatto uomo fino a imparare con l’uomo l’umiltà del dolore, per trasformarlo nell’incontenibile vigore dell’offerta. ‘Vogliamo vedere Gesù!’: è l’invocazione fiduciosa, non più angosciata, di chi si riconosce piccolo perché creatura, e allo stesso tempo capace di accogliere in sé la vita. Perché Gesù è la vita, ed Egli, nello scendere in grembo, desidera rinnovare il mistero della fecondazione dentro il cuore di ciascuno di noi. La discesa non è soltanto fisica, ma è soprattutto spirituale. Gesù lo si vede con gli occhi dell’anima: abbiamo bisogno di scendere dentro la nostra anima, di ritrovarla, di abitarla. Lì incontriamo Lui, ad attenderci. Perché mai più ci ha lasciato, dopo aver fecondato la terra della nostra umanità con la Sua vittoria sulla morte. Lì, nell’intimo, con Lui possiamo dimorare. È giunta l’ora, per ciascuno di noi, di gustare la gloria di un Dio disceso agli inferi della nostra interiorità per illuminarla di Sé, della vita, dell’amore. Egli ha vinto la morte, che paralizzava l’incontro di noi stessi con la nostra miseria. Egli si è immerso nelle pieghe della nostra anima, per rimanervi risorto e trasfigurare fin d’ora i nostri volti mendicanti di amore.

Così, ora, ci volgiamo a Lui, attratti dalla potenza della Croce, riconoscendoci compresi, perdonati, ricreati d’amore. Il grido trova quindi compimento: siamo attirati, perché fatti della stessa pasta. E Colui che è disceso ritorna alla Gloria, innalzato ma mai più solo: nella risurrezione ormai ci ha coinvolti, sollevando – ora sì, senza orgoglio – il nostro volto innamorato.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Pubblicato in Lavoro
Mercoledì, 07 Marzo 2018 23:45

Unità nella Carità 1-2018

Pubblicato in Unità nella Carità
Lunedì, 05 Marzo 2018 13:14

GESÚ, IL DIO GELOSO DELLA SUA CREATURA

Gv 2, 13-25 – III domenica di Quaresima B

Commento per lavoratori cristiani 

Capita spesso di entrare in una casa e di comprendere tante cose della famiglia che vi abita dal semplice modo in cui sono organizzati gli ambienti. Capita di accedere alla cameretta di un ragazzo e di accorgersi dal disordine o dalla cura con cui la mantiene ciò che gli si muove dentro. Spesso l’ambiente in cui viviamo, i luoghi che abitiamo, la maniera in cui li custodiamo sono manifestazione del nostro mondo interiore, espressione di ciò che siamo e vogliamo essere. Si pensi alla cella di un monaco o alla piccola tenda giocattolo di un bambino, nell’angolo del salotto di casa.

Il tempio, per gli ebrei, è la casa di Dio. È lì che Egli ha voluto sostare e fermarsi, Presenza-Assenza che svela la fedeltà all’alleanza. Come le nostre abitazioni, dunque, anche l’abitazione di Dio può e deve manifestare il Suo modo di essere e di agire. La cosa curiosa, però, è che, a differenza di noi, così gelosi della nostra proprietà, Dio invece ha affidato la custodia e la cura di casa sua ad altri: al suo popolo e ai suoi ministri. Fa parte del Suo stile: ‘tutto ciò che è mio, è tuo’ (Lc 15, 31), ha confidato il Padre al figlio maggiore che è sempre in casa con Lui. Dunque, ai figli tocca la premura di organizzare gli ambienti e le ore, attrezzare le stanze, riservare gli oggetti e quanto altro è necessario perché Dio si trovi a suo agio… in casa propria!

Accade così che il tempio, l’edificio di culto, o qualsiasi altro luogo in cui noi pensiamo di poter incontrare Dio diventa riflesso non tanto di come Egli è… ma di come lo percepiamo noi, dell’idea che di Lui ci siamo fatti, o almeno di come vorremmo che fosse. E così, l’atrio del tempio convertito in mercato delle cose sacre riflette la maniera dei figli di stare in rapporto con Dio, spacciato più per gestore di imprese che come Padre di misericordia.

Ma sarà che a Dio interessano tanto questi dettagli? Pare che lo sbaglio di fondo della gente di Gerusalemme sia proprio quello di attribuire a Lui tanta premura per oggetti e suppellettili, per elemosine e sacrifici, piuttosto che accorgersi del Suo ‘debole’ per le persone!

Gesù, il Figlio primogenito, conosce bene il cuore del Padre, e sa che tutto ciò non raffigura minimamente la Sua verità; anzi, deforma il volto buono e gratuito di Dio. Non è bene, quindi, che l’immagine sfigurata di Dio travalichi i confini dell’animo degli uomini, già feriti da questa bugia. Il mercato del tempio è una bestemmia contro il primo comandamento. È la costruzione di una immagine distorta di Dio ed è quindi il cedimento alla tentazione di un idolo: quello dell’abuso della Sua assenza, per manipolarla secondo i propri interessi e le proprie paure. L’ombra del vitello d’oro si stende insidiosa sulle spalle del popolo distratto e ingannato.

Dove Dio si ritira, per non invadere lo spazio dell’uomo – perché la Presenza di Jahvè nel Santo dei Santi, stanza intima del tempio, è in realtà una Assenza, un vuoto, una mancanza –, l’uomo occupa un territorio improprio, sostituendosi allo stesso Dio. E così tradisce Lui e tradisce se stesso. Perché se di Dio non bisogna farsi nessuna immagine falsa, è perché l’unica autentica immagine Sua è proprio l’uomo, Sua creatura prediletta, creatura ‘molto buona’ (Gen 1, 31).

E l’uomo è immagine e somiglianza di Dio soltanto conservando la lacerante contraddizione di un vuoto da abitare. Il tempio deve restarne espressione e scrigno: il tesoro sta nel cuore dell’uomo. È lì il Santo dei Santi. E si riconosce nella nostalgia di Presenza che lo spinge a non accomodarsi in gesti abitudinari, in pratiche commercializzate, in azioni stereotipate; bensì a penetrare il mistero ardente racchiuso nell’Assenza, che ogni ritualità ricondotta alla sua origine consegna ai sensi di chi con passione vi partecipa. Dio e l’uomo sono mistero. Tutto ciò che parla di loro, mistero deve restare.

Gesù, dunque, con collera divina, interviene per restituire a Dio la propria identità. Gesù, con gelosia celeste, si scaglia a difendere la creatura amata (non solo le colombe indifese, che non vengono toccate nemmeno con un dito) e a riportare l’uomo alla sua origine. L’opera di trasformazione dell’animo, marchiato a fuoco dall’amore ma straziato dalla tentazione di fuggirne, non è questione di estetica o di romanticismo. Gesù sa bene che c’è da scavare dentro e incidere la carne e lo spirito dei figli – prodighi di leggi o di vanità – perché mai più si lascino distogliere dalla verità. Le sferzate, dunque, sono necessarie a una radicale sterzata: c’è da cambiare rotta, e assaporare di nuovo l’essenziale, il desiderio, il silenzio, il vuoto. Solo questo permette l’accesso del Padrone di casa, il ritorno del Signore della Vigna, la resurrezione del Re. E questa visita rivelerà nuovamente anche agli uomini religiosi che Dio è Padre, che non cerca esperti di cerimonie. Ci vuole ‘concittadini dei santi e famigliari di Dio’ (Ef 2, 19).

Fino al punto da abbandonare l’ansia di agghindare mura per tentare di trattenerLo, perché il cuore dell’uomo stesso, ora, diventa il suo talamo. E il Figlio, fatto Sposo, legato al letto del legno della croce, offre il Suo corpo come abitazione senza tempo, anticipo di eternità, presenza immortale nelle piaghe redente dalla Sua risurrezione. Vuoto, infatti, resterà il sepolcro.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

Pubblicato in Lavoro

Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo (Lc 10,21) 

Il versetto della Parola dell'Impegno di Vita di questo mese: "Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo", appartiene alla conclusione della missione dei settantadue discepoli inviati ad annunciare la buona notizia. Al ritorno dicono con gioia: “Signore, anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Gesù li corregge, dicendo loro: “Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”. Con queste parole Gesù indica loro il vero motivo per cui devono rallegrarsi e immediatamente lui stesso esprime una gioia esultante nello Spirito Santo. Nel Vangelo Gesù è descritto come tenero con i peccatori e i poveri, duro e veemente con i farisei, paziente e chiaro con i discepoli, ma poche volte in un atteggiamento gioioso. Mentre qui, lo vediamo mentre, al constatare che il suo messaggio e la sua persona sono stati recepiti e accolti dai semplici, dà libero sfogo alla sua gioia, una gioia che viene dallo Spirito Santo. È per Gesù una gioia incontenibile, accompagnata da parole di lode e di ringraziamento al Padre suo: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli".

Questa gioia di Gesù nello Spirito Santo, che si trasforma in un dialogo intimo con il Padre, per essersi sentito accolto dai piccoli, può diventare contagiosa anche per noi. Al leggere, qui sotto, il piccolo aneddoto raccontato da don Ottorino non possiamo non sentire che si tratta della stessa gioia di Gesù. Un bambino che, vedendo un prete dal volto buono e accogliente, come era quello di don Ottorino, lo guarda con curiosità e interesse. E al riceverne un sorriso, si accende anche il suo sorriso. "Il piccolo passò oltre, ma quel sorriso rimase", dice don Ottorino. E pensa subito a quanto sia importante avere davanti agli occhi tutti i piccoli, che aspettano il nostro sorriso, un sorriso che nasce dal nostro unirci a Gesù nello Spirito Santo.

Come Famiglia di don Ottorino, siamo invitati a vivere la gioia di scoprire Dio che si manifesta soprattutto nei poveri, nei bisognosi. Molte volte noi vogliamo dare delle soluzioni a tutti i problemi con cui ci imbattiamo nel nostro incontro con le persone che cercano aiuto e siccome non possiamo spesso dare nessuna soluzione, ci disanimiamo e può venire meno tutto il nostro entusiasmo. Ma Gesù non ci chiede di risolvere tutti i problemi, ci chiede di riconoscerlo presente nel fratelli, soprattutto i più piccoli, e di dare il nostro sorriso e la nostra gioia di portare Lui nella nostra vita. 

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di Vita di questo mese?

Scoprire la presenza di Dio che appare nei poveri, nei bisognosi, e di fronte ai problemi unirci a loro per fare spazio insieme alla gioia che viene da Dio.

 

Parola di don Ottorino

Ricordarsi di tutti quelli che con le braccia tese attendono aiuto

Un giorno mi trovavo a Catanzaro fermo sul marciapiede di una strada della periferia in attesa che arrivasse il pullman che mi doveva portare alla stazione. Dal lato opposto della strada veniva verso di me un fanciullo di circa dieci anni, con la cartella sotto il braccio, diretto evidentemente alla scuola. Quel piccolo puntò verso di me il suo sguardo e, continuando a camminare, non cessava dal fissarmi attentamente. Arrivato alla mia altezza, finalmente compresi che aspettava da me qualche cosa: un sorriso. Glielo diedi. Mi rispose con il più bel sorriso che io abbia mai visto sul volto di un fanciullo. Il piccolo passò oltre, ma quel sorriso rimase. Quando i vostri giovani sentiranno il duro peso del quotidiano lavoro, quando la loro natura ribelle alle sante leggi di Dio cercherà di spingerli verso il piacere ed il peccato, quando cercheranno di fermare il loro cammino ai piedi del Calvario, ricordate loro l'immenso stuolo di fanciulli che, col sorriso sul labbro e con le braccia tese verso questa casa, attendono aiuto. Non dite mai basta al sacrificio  finché sopra la terra tutti gli uomini non sapranno sorridere angelicamente come il piccolo calabrese. 

(Lettera 368, 21 gennaio 1963)

 

Pubblicato in Impegno di Vita

Meditazioni 2018

 

 

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