Articoli filtrati per data: Gennaio 2018
Martedì, 23 Gennaio 2018 19:27

PASSAPAROLA: SERVIRE

“Guarda i girasoli: s’inchinano al sole, ma se vedi uno che è inchinato un po’ troppo significa che è morto. Tu stai servendo, però non sei un servo. Servire è l’arte suprema. Dio è il primo servitore. Lui serve gli uomini, ma non è servo degli uomini”.

Con queste parole, nel film “La vita è bella”, l’anziano zio spiega al giovane cameriere (interpretato da Benigni) l’importanza e la dignità della mansione di chi presta servizio agli altri. La parola “servizio” è una parola che, spesso, viene usata per dire proprio il contrario di ciò che essa significa e di ciò che vuole e deve essere. 
Con troppa superficialità nella nostra cultura il termine servo non piace, perché servire è considerato umiliante e, nel nostro modo di pensare comune, questa espressione richiama a un’occupazione degradante, mortificante, offensiva. Guai a rivolgersi a qualcuno chiamandolo “servo” o “schiavo”!  Eppure “servire“ è una parola, anzi è un modo di comportarsi molto comune e per niente umiliante, è ciò che fanno molte persone che abbiamo accanto. Infatti, andando più in profondità nel significato etimologico di questo termine, sorprende scoprire che deriva da servare, che significa “guardare, salvare, custodire”. Servo, allora, è colui che si prende cura, che veglia su qualcuno che ha bisogno del suo aiuto, e quanti di noi fanno questo nella quotidianità! Anche Maria ha risposto Sì a questa proposta di “essere per l’altro”, anzi potremmo dire di “essere per l’umanità”. Pronunciando le parole “Eccomi sono la serva del Signore”, ha saputo “inchinarsi” al Signore per guidare il nostro cammino con l’esempio della sua fede vissuta con semplicità nelle diverse circostanze che la vita riserva a ogni persona.

Elisabetta Granziera

Domenica, 21 Gennaio 2018 17:15

UNA VITA IN STATO DI CONVERSIONE

Mc 1, 14-20 – III domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Un evento tragico segna l’inizio del ministero pubblico di Gesù: l’arresto di Giovanni il Battista. Le difficoltà sono spesso motivo di dubbio, di incertezza. Per Gesù, invece, la persecuzione subita dal cugino e amico diviene segno evidente che ‘è giunta l’ora’. La sofferenza svela il tempo che si compie. Per questo, Gesù comincia quando tutti avrebbero potuto pensare che fosse invece il momento di smettere, o di restare nascosti, di ripensarci un po’ su.

E comincia predicando la conversione. Non saremo mai abbastanza consapevoli del valore profondo di questa parola: significa un cambio di mentalità, indica la necessità di invertire la rotta, suscita la sensazione di dover modificare qualcosa. Conversione è tutto questo, e molto di più. Certamente, è un atteggiamento, uno stile di vita che va ben oltre qualche imbiancata di comportamenti moralmente accettabili o di episodiche scelte di ‘carità’ assistenziale.

La conversione penetra l’intimo dell’essere, e di fatto riassume in sé tutto il senso di un’esistenza veramente cristiana. Il cristiano, fondamentalmente, è un convertito, o meglio, un peccatore in stato di conversione. Perché Gesù ci rivela che la conversione è imprescindibilmente connessa con una relazione vitale con Lui.

Così accade, subito dopo l’annuncio del Regno, sulle rive del lago di Genezaret. Passeggiando con uno strascico probabilmente già significativo di fama e di folla, Gesù vede e chiama per nome dei semplici pescatori, lavoratori impegnati a raccogliere le reti e a smaltire le delusioni della notte. Gesù si rivolge a loro senza mezzi termini: chiede una scelta radicale, sollecita una risposta totalizzante. Subito. Gesù invita a una relazione definitiva con Lui.

La conversione avviene lì, o meglio comincia lì. Perché durerà tutta la vita. La conversione è il sì a uno sguardo di predilezione: fra tanti, Gesù ha scelto proprio me! La conversione è lo stupore di scoprirsi importanti per Lui, il Maestro e Messia, che diviene progressivamente sempre più Signore della mia vita. La conversione è rimettere in ordine la gerarchia dei valori e delle scelte, imparando passo a passo a installare il volto di Gesù al primo posto del mio firmamento di desideri.

In una tale esperienza di amore ricevuto, prima che dato, il cuore dei pescatori – e di ciascuno di noi, guardato con gli occhi penetranti del Figlio di Dio – ha un sussulto e si sente scavato dentro, raggiunto assai più in profondità di quanto potessero fare le reti di esperti navigatori delle acque. Non c’è paragone: per quanto possiamo esplorare e dominare il creato, già di per sé fantastico, mai potremo incrociare una bellezza paragonabile a quella di sentirci abitare dentro dalla Presenza di Gesù in noi.

Ed è questa esperienza di visitazione, di cui lo stesso Giovanni era precoce riconoscitore fin da quando stava nel grembo della madre, ciò che rende possibile ogni altra espressione di una vita convertita. Non possiamo, infatti, agire e parlare, scegliere e progettare la nostra esistenza senza che lo sguardo di Gesù illumini ogni nostra energia di vita, allorquando ci siamo sentiti travolgere dolcemente e dolorosamente da quel Suo passaggio che ci ha cambiato la vita. Perché ci ha cambiato la percezione della stessa: in Lui, la mia vita ha un senso!

La conversione è una vita capovolta dall’amore, di cui abbiamo sperimentato e ne cerchiamo, con infinita nostalgia, una quotidiana esperienza. Nell’amore sentiamo che siamo veramente unici e irripetibili agli occhi di Colui che, dopo averci creati, è passato accanto a noi per restituirci la bellezza sciupata dalle nostre scelte sbagliate.

È dunque tutto qui: convertire è girare lo sguardo e incrociare il Suo, aprire le orecchie e gustare il tono della Sua voce che pronuncia il nostro nome, avviare il passo per calpestare, con l’attaccamento di un bimbo amato, le orme impresse da Lui nella storia.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

Pubblicato in Lavoro
Giovedì, 18 Gennaio 2018 19:17

UNITÀ DEI CRISTIANI: UTOPIA O CAMMINO?

Sul cammino dell'unità si continuano a muovere dei grandi passi, ma dobbiamo sempre più affidarlo alla promessa e fedeltà del Signore

In gennaio, dal 18 al 25 si rivivrà la  Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani sul tema"Potente è la tua mano, Signore!" (Es 15,6). "Promuovere il ristabilimento dell'unità fra tutti i cristiani è uno dei principali intenti del Vaticano II...". La volontà dei padri conciliari era chiara e ha trovato conferma, tra altri segni, nel memorabile abbraccio tra Paolo VI e il Patriarca ecumenico Atenagora a gennaio 1964 in Gerusalemme. Giovanni Paolo II, incontrando i cristiani di diverse comunioni nei paesi dell'Est Europa, riafferma: "Raggiungere l'auspicata comunione tra tutti i credenti potrà costituire, e costituirà certamente, uno degli eventi maggiori della storia umana". Il grande e santo Papa  crede fortemente nella preghiera di Gesù e nell'enciclica "Ut unum sint - Perché siano una sola cosa" si dichiara disponibile a trattare sulle forme dell'esercizio storico del papato... ripetendo la richiesta di perdono per gli errori dei cattolici e per le responsabilità anche dei Papi.

Benedetto XVI, nella sua Germania, patria di Lutero e culla del protestantesimo, nella GMG 2005 manifesta la volontà espressa nella sua elezione a Vescovo di Roma e cioè di "assumere il ricupero della piena e visibile unità dei cristiani come una priorità del mio pontificato". E precisa: "Né rinnegamento della propria storia di fede, né uniformità in tutte le espressioni, ma... Unità e Cattolicità piene che, nel senso originario delle parole, vanno insieme...".

L'eredità di Benedetto - anche per ricuperare gli aspetti purificati e propositivi della Riforma che compie 500 anni (1517-2017) - l'ha raccolta consapevolmente Francesco. I fratelli separati della vecchia Europa riconoscono apertamente novità e importanza storiche della "Preghiera congiunta" con  Papa Francesco a Lund (Svezia) il 31/10/2017: "Tra le benedizioni sperimentate durante l'anno commemorativo vi è il fatto che per la prima volta luterani e cattolici hanno visto la Riforma da una prospettiva ecumenica, aprendosi a una nuova comprensione...".

Con i fratelli Ortodossi Francesco rafforza e personalizza  l'ecumenismo del riconoscimento, dell'amicizia, della fraternità, della condivisione. Con il Patriarca ecumenico Bartolomeo sembra prevalere una visibile sintonia sul sociale, sull'ambiente, sul mettersi dalla parte degli oppressi. "Santi gli abitanti di Lampedusa e di Lesbo, perché aprono le loro case e il loro cuore ai nostri fratelli, seguendo l'esempio dei Santi della Chiesa: la visita del Papa aprirà molti cuori" evoca Bartolomeo riferendosi a Francesco e all'unica Chiesa che opera nella santità e carità dei suoi membri. E insieme pregano: "che Dio ci aiuti e salvi la sua creazione". Ma Francesco non manca di richiami al cuore dell'Unità: "Il fondamento che sta alla base della nostra volontà di protenderci  tra un oggi e un domani non sta solo nel nostro impegno e nei nostri sforzi ma sulla salda Roccia su cui possiamo muovere insieme i nostri passi, con gioia e con speranza, sul comune affidamento alla promessa e alla fedeltà del Signore... per la ricostruzione del suo tempio-corpo che è la Chiesa".

 

Don Zeno Daniele

Chi fa opere di misericordia, le compia con gioia. (Rom 12,8)

San Paolo, nella lettera ai Romani, affronta un tema che creava problemi in molte comunità: i carismi particolari, che lo Spirito Santo dava ai credenti come aiuto all’evangelizzazione, perché alcuni cristiani facevano di questi doni motivo di vanagloria, di autoesaltazione e di giudizio verso gli altri. La prima raccomandazione che fa San Paolo a coloro che hanno questi carismi è di mantenere i piedi per terra, senza esaltazioni. La cosa più importante per il cristiano è la fede in Cristo, il rapporto con lui, non i doni particolari. Poi, ricorrendo all'immagine del corpo, ricorda l'importanza che i doni siano in unità fra loro, come membra di un unico corpo. Ciascuno deve cercare di fare bene la sua parte nella crescita di tutta la comunità. Allora i carismi saranno una ricchezza e non un motivo di divisione. Dobbiamo usare, pertanto, i doni che Dio ci ha dati meglio che possiamo, anche se sono piccoli e semplici. Inclusi i doni molto pratici di servizio devono essere esercitati con il dovuto spirito di amabilità e di buon umore, e non devono essere sentiti come dei doveri sgradevoli, fatti senza gioia. E qui viene opportuna la citazione, che ci accompagnerà questo mese: “Chi fa opere di misericordia, le compia con gioia".

Come Famiglia di don Ottorino durante quest’anno siamo chiamati a vivere la gioia dell’incontro. Vogliamo vivere con gioia tutti i momenti della nostra giornata, gli incontri, il modo in cui esercitiamo i nostri doni. Non solo vogliamo compiere un servizio, ma viverlo con gioia: coscienti che non è sufficiente condividere il pane, perché tutti sappiamo che la forma in cui si distribuisce è importante. Non è lo stesso dare a una persona un oggetto con gentilezza o darlo con freddezza. Il gesto è lo stesso, però la gioia, la vicinanza, sono legate al gesto della mano, allo sguardo, al tono della voce, al modo in cui porgo l’oggetto o faccio il gesto generoso. Una cosa è essere generoso, altra cosa è darsi, dare coinvolgendo la mia persona. Per esempio, se faccio un panino, posso farlo in un modo automatico, freddo, con superiorità, o posso farlo con un sorriso, dando qualcosa per condividere quello che sono. Don Ottorino ci invitava ad avere sempre il sorriso in volto; diceva con forza che “la tristezza non è virtù apostolica”, perché siamo chiamati a portare il fuoco di Cristo negli ambienti in cui viviamo, portare la gioia della nostra fede, la gioia della nostra vita condivisa. E ricordava che la nostra constante unione con Dio sarà una “scia di luce”, che illuminerà e trasmetterà calore a chi incontriamo sul nostro cammino.

 

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di Vita di questo mese? 

Realizzare piccoli gesti quotidiani di misericordia, facendo tutto con un sorriso, per riflettere sul nostro volto e nei nostri gesti la gioia del nostro incontro quotidiano con Dio.

Pubblicato in Impegno di Vita

INCONTRO TEOLOGI

DIALOGO SUL TEMA "PRETI E DIACONI INSIEME"

 Il primo incontro ha avuto un carattere prettamente teologico e come obiettivo riflettere sullo specifico del ministero del diacono e del presbitero e sulla forma delle relazioni che devono sussistere tra queste figure ministeriali

 

Pomeriggio del venerdì 27 ottobre. Nella casa dell'Immacolata c'è molta aspettativa per l'arrivo dei teologi. Qualcuno è già arrivato il giorno prima: il teologo Alphonse Borras, vicario generale della diocesi di Liegi, Enzo Petrolino, presidente della "Comunità del diaconato in Italia" e Serena Noceti, vicepresidente dell'Associazione teologi italiani.

Serena è ospite delle "sorelle nella diaconia" e la sentiamo come parte della nostra Famiglia. Insieme con noi è l'anima di questi incontri, che consideriamo un dono della Provvidenza.

Enzo, nostro carissimo amico, è di casa tra noi. Ci vuole un sacco di bene ed è sempre pronto a mettere a disposizione la sua esperienza e la sua competenza diaconale.   

Da subito anche don Alphonse lo sentiamo di casa. La sua semplicità e la sua attenzione a ognuno di noi ce lo fa sentire come un fratello. È un grande esperto del diaconato. Serena l'aveva contattato perché potesse essere presente come figura di spicco della giornata di studio del sabato 28 ottobre. Ma poi si è pensato che la sua presenza potesse essere una occasione perché ci fosse un confronto tra vari esperti del diaconato, con l'ottica specifica dell'unità tra preti e diaconi, tema tipicamente nostro.

L'appuntamento per i teologi era per le 14.30. Cominciano ad arrivare e noi facciamo loro gli onori di casa in buon stile ottoriniano. Arrivano quelli vicini della nostra diocesi: don Giovanni Sandonà, delegato per il diaconato, don Dario Vivian e don Luciano Bordignon. Da Padova arrivano don Fabio Moscato, don Fabio Frigo, don Livio Tonello. Da Trento il diac. Tiziano Civettini. Da Milano il delegato dei diaconi don Giuseppe Como. Da Firenze il padre cappuccino Valerio Mauro. Da Roma il diac. Armando Filippi. E infine da Crotone l'amico don Fortunato Morrone, con cui abbiamo da anni un forte legame di amicizia.

Mancava ancora un invitato speciale, il vescovo di Modena Erio Castellucci. Ce lo ha portato suor Federica direttamente dalla stazione. Quando è arrivato è stata una festa per noi e ci ha messo subito a nostro agio con il suo sorriso e la sua semplicità. Sapevamo che gli piace che lo chiamino don Erio. E così abbiamo fatto. È in Italia uno dei massimi esperti sul tema del ministero e Papa Francesco l'ha nominato consultore per la Congregazione del clero.

L'incontro, coordinato da don Luca con la competenza e l'attenzione alle persone che lo caratterizza, prevedeva cinque relazioni di 20 minuti ciascuna sul tema "preti e diaconi insieme": Borras (La lezione del Concilio Vaticano II), Castellucci (Una prospettiva teologico sistematica), Noceti (Una prospettiva teologico sistematica), Petrolino (Una prospettiva pastorale), Grillo (La lezione della liturgia).

Quest'ultimo, già presente nella giornata di studio sul diaconato femminile nello scorso anno, ha dato forfait all'ultimo momento per motivi familiari, ma ha assicurato che avrebbe mandato la sua relazione. Dopo le quattro relazioni e dopo una pausa si è aperto il confronto tra tutti i teologi presenti con apporti, domande, chiarimenti, approfondimenti. Da tutto questo abbiamo raccolto un materiale prezioso che, insieme con gli interventi della giornata di studio del giorno seguente, vogliamo trasformare in un libro, che sarà pubblicato dalle Edizioni Dehoniane.

Al di là della ricchezza dei contenuti su cui ci si è confrontati ci portiamo dentro la sensazione chiara che è stata una riflessione teologica che ha preso lucentezza e densità dal clima di famiglia che si era creato. Un clima di unità nella carità. E noi membri dell'equipe organizzativa, i fratelli della Casa dell'Immacolata, gli altri religiosi e sorelle che hanno fatto corona ai teologi, ci siamo sentiti don Ottorino presente oggi.

Luciano Bertelli

Pubblicato in Diaconato

SPIRITUALITA' E FORMAZIONE

 

LA CHIAVE DI VOLTA DELLE RELAZIONI COMUNITARIE

 

"Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso" (Fil 2,3): deve essere la base di ogni nostra relazione

 

Al commentare  il testamento di don Ottorino, nel numero precedente ci eravamo detenuti sulle relazioni tra di noi. Don Ottorino ci proponeva che in esse ai fratelli che ci vivono accanto potessimo comunicare Gesù che vive in ciascuno di noi. Perché questo potesse avvenire ci diceva che dobbiamo "pensare e parlare sempre bene dei fratelli" e indicava una chiave di volta per poterlo realizzare, cioè "giudicarci non degni di vivere con i fratelli". Una espressione un po' forte e paradossale a prima vista, ma che se ben compresa ha un valore immenso, perché ci fa mettere alla base delle nostre relazioni l'atteggiamento della vera umiltà. È una espressione che ricalca quello di Paolo: "Ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso" (Fil 2,3). È quindi una esigenza inerente al normale vivere cristiano e merita quindi che sia veramente presa sul serio e approfondita.

Don Ottorino sembra rivolgersi particolarmente a quelli che hanno dei buoni motivi per sentirsi più bravi degli altri, quelli che normalmente sono considerati i più capaci e magari anche i più virtuosi, ma che proprio per questo sono i  più tentati a sentirsi autosufficienti e superiori. La tentazione è di considerare un peso i fratelli più fragili, di sentire che ci sono cose ben più importanti da fare che a perdere tempo nello stare con loro. È l'atteggiamento del "fariseo", al quale Papa Francesco, commentando la parabola del fariseo e pubblicano, applica l'attributo di "corrotto", nella distinzione più volte da lui fatta tra "peccatore" e "corrotto" (udienza generale 1 giugno 2016. Cfr. anche le omelie fatte a Santa Marta sul peccato del re Davide del 29 gennaio e del 1 febbraio 2015).

Per dirla in forma un po' paradossale,  c'è più pericolo - quanto alla "corruzione" - per gli aiutanti che per gli aiutati. Per questo gli aiutanti devono aver cura della loro indegnità... sentendosi in questo aiutati dai fratelli in difficoltà.

Sentirsi indegno non significa, comunque, misconoscere le proprie doti e capacità, ma sentirle proprie per puro dono e quindi a propria volta sentire di dover donarle ai fratelli e alle sorelle. D'altra parte quel dono ricevuto deve essere sempre bilanciato dalla coscienza della propria fragilità e miseria. Come dimenticarlo? Anche per chi, sempre per puro dono, è stato possibile percorrere un cammino di crescita che gli ha dato la possibilità di vivere una buona maturazione personale, è importante non distogliere mai lo sguardo dal pozzo da cui si è stati salvati e neppure dalle proprie ferite che, anche se cicatrizzate, ci ricordano sempre il male da cui si è stati curati.

Sentirsi indegni significa che, pur accettando con obiettiva coscienza che il fratello, la sorella e la comunità hanno bisogno di noi, anche noi abbiamo bisogno del fratello, della sorella e della comunità. Senza di essi non saremmo quello che siamo. Essi sono la nostra risorsa e opportunità per essere quello che siamo. Don Ottorino ricordava spesso che il Signore da ognuno di noi si aspetta i risultati a seconda dei doni ricevuti. Un fratello che dà poco, ma dà tutto quello che ha, dà molto di più di quello che dà molto, ma non tutto quello che ha.

Luciano Bertelli

Meditazioni 2018

 

 

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