Articoli filtrati per data: Febbraio 2017
Giovedì, 16 Febbraio 2017 19:36

TESTIMONIANZE DI AMICI

IMPEGNO DI VITA: CONDIVIDERE IL PROPRIO VISSUTO

Da questa settimana abbiamo cominciato il nuovo Impegno di Vita in un momento diverso dalla prima domenica del mese. Con molta semplicità ci siamo riuniti lo scorso lunedì in casa nostra e in un clima familiare abbiamo avuto modo di fare una condivisione del nostro vissuto. Il grado di intimità è stato profondo e nel gruppo ognuno ha potuto raccontarsi e farsi conoscere meglio dagli altri. Infatti non abbiamo una esperienza di condivisione forte tra noi e alcuni membri sono relativamente nuovi all'Impegno di Vita. Ci siamo dati appuntamento per dicembre.

Daniela e Fabio (Vicenza)

IMPEGNO DI VITA: CONDIVIDERE IL PROPRIO VISSUTO

Da questa settimana abbiamo cominciato il nuovo Impegno di Vita in un momento diverso dalla prima domenica del mese. Con molta semplicità ci siamo riuniti lo scorso lunedì in casa nostra e in un clima familiare abbiamo avuto modo di fare una condivisione del nostro vissuto. Il grado di intimità è stato profondo e nel gruppo ognuno ha potuto raccontarsi e farsi conoscere meglio dagli altri. Infatti non abbiamo una esperienza di condivisione forte tra noi e alcuni membri sono relativamente nuovi all'Impegno di Vita. Ci siamo dati appuntamento per dicembre.

Daniela e Fabio (Vicenza)

 

ESSERE NOI STESSI MISERICORDIA DI DIO PER GLI ALTRI

Ci siamo incontrati per condividere l’Impegno di Vita di ottobre: “Ricordati, Signore, della Tua misericordia e del Tuo amore che sono da sempre.” A volte si sente la difficoltà di sentirsiamati, di riuscire a perdonare se stessi. Se si è sperimentata la misericordia, la si diffonde. In questo mese nel mio lavoro a contatto con le persone ho cercato di diffondere la certezza della misericordia. Trovo tante persone che non sono in pace con se stesse, si sentono colpevoli di qualcosa, meritevoli delle proprie sofferenze.

In famiglia abbiamo cercato di essere misericordia verso nostra figlia che sta vivendo un momento di sofferenza. È piccola ma si è scontrata con la realtà della morte di una persona vicina. Cercare di darle un messaggio e una testimonianza di serenità e amore ci ha uniti di più come coppia.

Quando ci si “mette all’ascolto” possiamo noi stessi, con la nostra accoglienza e misericordia, a essere “il Signore misericordia e amore che è da sempre”.

Famiglie Lorenzato, Vezzaro, Signorini, Campigotto, Corradin (Vicenza).

 

TUTTO È COLLEGATO DA UN FILO INVISIBILE

Ravvisare in ogni cosa e in ogni persona la presenza di Gesù per noi significa ripensare alla centralità delle relazioni nella nostra vita e a quanto sia importante coltivarle sempre e comunque. Ogni occasione di relazione è un’occasione per un contatto diretto con Gesù. 

“Tutto è collegato” come da un filo invisibile che ci porta a vivere tante esperienze alle quali non dobbiamo sottrarci. Riuscire a vedere sempre il positivo, le qualità dell’altro, significa vedere il bene. Intorno a noi c’è tanto bene ma spesso non riusciamo neppure a percepirlo e ci accorgiamo molto più facilmente di quello che non va. Questo spesso succede anche con i figli.

Il Paradiso è uno “stato” che non dobbiamo aspettare ma creare qui, intorno a noi vedendo la presenza di Gesù in ogni cosa e nel creato.

Carla e Roberto, Gianluca e Esther, Michela (Vicenza)

 

DIO CI HA MESSI INSIEME PER FARCI SANTI

 Se don Ottorino fosse ancora in mezzo a noi - in presenza fisica -, penso che sarebbe molto contento di ciò che stiamo facendo noi suoi figli, di ciò che stiamo cercando di vivere e percorrere, pur nella consapevolezza delle nostre fatiche nella accettazione della nostra fragile umanità, delle nostre ferite. Siamo una famiglia con cinque pani e due pesci, ma con essi Dio opera cose grandi. Mistero dell'incarnazione che si fa concretezza nella nostra personale e comunitaria storia di salvezza. Egli si fa uno di noi, perche è in noi, opera in noi, svelandoci ciò che vuole, ciò che gli è gradito. Ci svela se stesso. Sento che la melodia che don Ottorino percepiva, la stiamo cercando non in maniera singolare ma insieme e a tutti i costi.

Don Venanzio ci ha parlato del farci santi insieme. È un cammino che non finisce mai, ma lo stiamo percorrendo. Non è un cammino pieno di petali di rosa (nemmeno don Ottorino lo avrebbe voluto perché non è stato neanche quello di Gesù) ma un cammino pieno di vita vissuta e condivisa – sofferta, addolorata, con lacrime e dubbi – però sempre con la certezza che non camminiamo mai da soli. Lui ci ha messi insieme per farci santi. Ha scelto ognuno di noi, dal più anziano al più giovane. Ci ha voluto, ci ha sognato fin dal seno delle nostre mamme, ci ha voluto qua, in questa piccola barca, perché possiamo essere testimonianza profetica al mondo intero che con Lui e tutti insieme tutto possiamo e di nient’altro abbiamo bisogno, finché abbiamo Lui in mezzo a noi.

Nella ricerca insieme della volontà di Dio avremo e troveremo il sollievo e la pace di fronte a tante situazioni che sembrano essere più grandi di noi, ci sentiremo come il bimbo in braccio a sua madre.

Questo cammino deve realizzarsi innanzitutto in me stesso, amando tutto ciò che sono e ciò che ho, che è dono suo, poi Lui fa il resto.

Samir (Monterotondo - Italia)

 

Pubblicato in Famiglia
Giovedì, 16 Febbraio 2017 19:33

AMICI IN DIALOGO: METTERSI NEI PANNI DEI POVERI

L’Impegno di Vita ci ha fatto riflettere sul nostro rapporto con i poveri. È necessario mettersi nei loro panni, dare loro ascolto, attenzione, cura e i nostri gesti saranno una perla preziosa per coloro che li riceveranno se alla base c’è l’amore verso Gesù. L’impegno è quello di coltivare il gusto della buona azione quotidiana e testimoniare l’amore verso il prossimo. Ci siamo resi conto del come sia più facile offrire ai poveri un servizio indiretto, attraverso il volontariato che ciascuno fa, piuttosto che servirli personalmente.

Guardando alla nostra parrocchia sentiamo che il Signore oggi ci chiama a curare i giovani che vi ci gravitano, in particolare quelli un po’ difficili, che hanno bisogno di essere ascoltati; tanti di loro vivono situazioni familiari particolari, più grandi di loro, ecco da qui il loro comportamento esterno. Sentiamo che la volontà di Dio è questa per noi, non fermandoci ai giudizi ma andando in

profondità, loro sono i poveri verso i quali egli ci chiama.

Maria Teresa, Anna e Pino, Anna e Giovanni, Marinella e Rodolfo, Manuela e Antonio, Patrizia e Piero (Crotone)

Pubblicato in A partire dagli ultimi

 

 

La Famiglia di don Ottorino si interpella e si identifica con la spinta di Papa Francesco a mettere i poveri al centro della Chiesa

                                                                                                                                             

L'Anno Santo della Misericordia si è chiuso, è vero, ma non potrà mai chiudere davvero.L'obiettivo  e il programma giubilari  avviati  un anno fa nel cuore più ferito dell'Africa non sono né esauriti né interrotti con il rinchiudersi di migliaia di Porte sante disseminate nel mondo, ultima quella di San Pietro in Roma, varcate con  fede da milioni di fedeli, sulla spinta e l'esempio di Papa Francesco il quale ci ha regalato un anno per capire cosa significa, secondo Gesù, ricevere e dare misericordia, nei fatti e con la vita, così rimettendo in ordine le priorità e i riferimenti del nostro modo di vivere.

Con puntualità di esortazioni e di testimonianze, Papa Francesco ci ha convinti su come e perché la Misericordia, le opere di misericordia, siano oggi la chiave necessaria per leggere la vita quotidiana e comprendere con la sapienza del cuore di cosa soffrono il mondo e le persone, per cogliere il messaggio affidato da Gesù ai poveri che diventano per noi, per la Chiesa,  per tutti, luogo vitale di confronto sull'Amore, di conversione all'Amore.

Dell'evento giubilare, trasbordante Grazia che ci ha coinvolti, perfino travolti nonostante le nostre resistenze, c'è la risposta  inequivocabile alla ricorrenti domande: cos'è, come dovrebbe essere la  Chiesa?  e: quando c'è e come si vede l'amore a Dio e al prossimo? La Chiesa, nella sua interezza e unità, è il Vangelo e chi ama il povero ama Cristo, ama Dio. D'ora in avanti non potremo elaborare, per la Chiesa, un'identità che prescinda dalle costanti evangeliche evocate da Gesù, come sintesi e monito illuminante, nel preannuncio del test del giudizio finale: avevo fame... l'avete fatto a me!

Come Famiglia di don Ottorino ci sentiamo interpellati ad assumere consapevolmente la somiglianza strutturalmente cristiana e apostolica che abbiamo ravvisato con gioia tra papa Francesco e il nostro Fondatore: nel sorriso aperto, nella immediatezza confidente, nel linguaggio evangelico della ferialità, nella forza e nel calore di una missionarietà carismatica che ci chiede di sentirci Poveri, di stare con i Poveri, di incontrare Gesù nei  e con i Poveri. E questo anche e proprio nel nostro essere Religiosi-pastori ispirati a Gesù sacerdote-servo, Sorelle  spiritualmente votate alla diaconia quotidiana, Amici laici impegnati nel Popolo di Dio vivendo in famiglia, nel lavoro, nella società.

Non è evidentemente un chiamata esclusiva ma una sfida chiara, stimolante e anche urgente per noi  che, pur pochi e piccoli, ci sentiamo convocati e donati per incarnare con un colore preciso il Vangelo, per contribuire per la nostra parte al volto nuovo che la Chiesa sente di dover assumere. Occorrono segni concreti per incamminarci esemplarmente in questa direzione: il Papa lo fa! La delegazione italiana della nostra Famiglia ha voluto impegnarsi in un "segno giubilare": un gesto di solidarietà che è in atto proprio in questo scorcio di fine anno.  Ci auguriamo che sia modesto auspicio di scelte sempre più significative e rivelatrici della convinzione con la quale, insieme e personalmente, abbiamo fatto il "passaggio" giubilare.

don Zeno Daniele

Pubblicato in Papa e don Ottorino

Una esperienza di gratuità e provvidenza che fa crescere il cammino di coppia

Proseguiamo il nostro cammino dando spazio a esperienze familiari come testimonianze sui temi affrontati dal Sinodo sulla Famiglia. Questa esperienza riguarda il tema della "adozione e affido". 

"Quando ci siamo sposati, di sicuro volevamo che la nostra fosse una casa accogliente. Non abbiamo pensato mai alla casa, alla famiglia, al matrimonio stesso (nel senso proprio del rito) come a qualcosa di totalmente nostro. Volevamo ci fosse posto per chiunque ne avesse piacere o bisogno.

In effetti la nostra casa ha ospitato tante persone; per un tè, per viverci uno o due mesi… Quanti si sono scambiati le nostre chiavi di casa!

L’adozione è stata un passaggio naturale. Non è stata la conseguenza di una sofferenza, piuttosto una scelta, maturata già mesi prima di sposarci: ci sarebbe piaciuto adottare, pur in presenza di figli biologici.

Purtroppo nel nostro cammino abbiamo incontrato tante coppie “distrutte” dall’infertilità, e rassegnate all’adozione. Non ci siamo mai riconosciuti in questo atteggiamento. Siamo stati subito consapevoli che andavamo a chiedere un dono, un dono di serie A. E il Dono si sa, può arrivare, non arrivare. È tale perché è inatteso, immeritato, gratuito. Per noi è arrivato. E con lui, sono arrivati un’infinità di Doni a seguire. Sì, perché forse non ci si pensa ma nell’iter dell’adozione non sono previsti i 9 mesi di attesa durante i quali si preparano corredini, si compra la culla, ci si informa sul biberon migliore sfogliando milioni di riviste…

No. Lunedì alle 16,30 chiamano e giovedì alle 8,00 siamo diventati mamma e papà.

Dopo una decina di ore di incoscienza totale e sbandamento e “Stiamo scherzando?” … ci siamo accorti che era tutto vero. Che sì, stavamo diventando genitori di un neonato.

Ce ne siamo accorti perché fuori dalla porta di casa abbiamo trovato di tutto: passeggini, vestiti, biberon, lenzuola… E nei giorni a seguire tutto ciò che nominavamo come utile, lo trovavamo impacchettato sulla soglia di casa. Raccontiamo sempre questo episodio: una sera alle 23,00 un amico ci chiede di cosa abbiamo bisogno. Ci pensiamo. In realtà è arrivato davvero tutto in regalo. “Forse degli asciugamani” dico io. In quell’istante mia madre suona alla porta di casa, con 6 asciugamani nuovi, dicendo “io non so da dove arrivino, ho aperto l’armadio ed erano lì!” Da quel momento abbiamo definito la Provvidenza “Vanitosa” per quanto sfoggio stava facendo della sua presenza e prontezza.

Qualche riga vogliamo spenderla per ringraziare anche i servizi sociali territoriali, per come ci hanno guidati, accompagnati e sostenuti durante tutto il percorso. Un percorso che si è rivelato utile non solo in preparazione all’adozione ma anche come cammino di coppia.

Si, ci sono state le fatiche. E oggi ci riuscirebbe più facile raccontare di queste: il presente è meno idilliaco di ciò che abbiamo scritto qui. È una strada lungo la quale l’abbandono, l’assenza di un passato irrimediabilmente perso, pesano e prendono la forma della rabbia, di un dolore profondo che potrà essere superato ma costituirà una ferita sempre presente nella storia di nostro figlio. Ma siamo certi che, in questa strada non saremo mai lasciati soli.

 

Antonio F. e Tiziana S.

Pubblicato in Famiglia

Il diac. Piero Pivato è in missione a Clorinda nella regione di Formosa, al confine con il Paraguay, dove c'è l'altra nostra missione a Limpio, vicino ad Asunción. È in comunità con don Lucio Rizzi, don Giuseppe Biasio e don Paolo Piccioni. Quando viene in Italia la redazione di "Unità nella carità" è ben lieta di conversare con lui e di trasmettere qualche annotazione.

 

Una Parola che mi sta guidando oggi nel vivere il mio diaconato è quella detta da Giovanni il Battista nei riguardi di Gesù: "Lui deve crescere; io, invece, diminuire" (Gv 3,30). Non è sempre stato così per me, ma ora lo è sempre di più. Per cui ultimamente mi sento di più "diacono periferico", cioè sto con quelli ai quali nessuno bada, con i più malandati. Me ne parlano le messaggere e io vado a trovarli.

Faccio anche i battesimi, ma vado a visitare prima i genitori in casa per rendermi conto delle loro situazioni: alcuni non sono sposati, altre sono  mamme sole. La celebrazione del battesimo poi acquista un altro senso. Poi li rivedo per strada. Girando in bicicletta mi incontro più facilmente con loro. È importante riconoscerli e salutarli.

Vivendo e lavorando insieme con i confratelli preti (don Lucio, don Giuseppe, don Paolo), io mi sento al mio posto come diacono  stando a livello di base, insieme con la gente, nelle relazioni quotidiane.

Seguo anche i ministri della comunione e le messaggere, ma il mio modo di seguirli è quello di stare con loro. Sono presente anche nella Caritas parrocchiale, a cui le messaggere e anche i ministri della comunione fanno riferimento, segnalando i bisogni con cui vengono a contatto

Visito spesso anche la scuola di formazione professionale che funziona in due sezioni. C'è una equipe di laici come responsabile, ma è importante essere vicini. Nella nostra scuola ci sono gli ultimi degli ultimi, cercando di dare speranza a chi è stata tolta. Vengono gli scartati dalle altre scuole. I ragazzi sono dei quartieri più poveri di Clorinda.

Nella nostra parrocchia c'è anche un diacono sposato Antonio Villalba. Ha frequentato la scuola di formazione religiosa che abbiamo iniziato qualche anno fa, della quale ora è divenuto responsabile. Lui è insegnante di scuola. È cresciuto con noi e lavoriamo in unità. Il vescovo ha riconosciuto questa scuola come valida per i futuri candidati al diaconato nella nostra zona che è molto lontana dal centro della diocesi. Ci sono infatti nove uomini che hanno iniziato il cammino. Il diac. Antonio fa delle celebrazioni e anche dei battesimi, ma è inserito più nell'ambiente scolastico e nella scuola di formazione si dedica ai futuri operatori pastorali e anche a coloro che hanno iniziato il cammino diaconale. È molto importante pensare al futuro. Lo dico spesso a loro. Fra pochi anni noi non ci saremo e ci saranno loro. Con l'inserimento di don Paolo la nostra comunità si è arricchita e lavoriamo uniti, naturalmente con le difficoltà normali della vita quotidiana.

diac. Piero Pivato

Pubblicato in Diaconato
Domenica, 12 Febbraio 2017 11:33

COME UN FIUME CHE SCORRE VERSO IL MARE

Mt 5, 17-37 - VI domenica del tempo ordinario
A Commento per lavoratori cristiani

Ci sono due modi di intendere la legge.

Si può ritenere che la legge, ogni legge, sia una specie di ‘fotografia’ della realtà, che prende atto di dati di fatto e ne riconosce le dinamiche innate, cristallizzando le relazioni e le dinamiche in affermazioni categoriche e generalizzanti. Questa visione va bene per la fisica e le scienze matematiche, e spinge la curiosità dell’uomo a comprendere come sia organizzato il creato che ci circonda, dall’immensità dei rapporti tra le galassie all’affascinante gioco di minutissimi reciproci condizionamenti tra le particelle più piccole della materia. Per qualcuno sarebbe questo l’opportuna maniera di legiferare anche nelle relazioni tra gli uomini e i popoli. Fotografare il mondo in questo modo, però, significa accettare un difetto di libertà e di fantasia. Vorrebbe dire rinunciare a comprendere che l’evidente, nei rapporti tra le persone, non corrisponde necessariamente all’essenziale, alla verità più profonda, all’intimità dell’essere umano.

Perché se tutte le creature sono ‘buone’, l’uomo e la donna sono invece ‘molto buoni’. Abbiamo cioè una marcia in più, dettata proprio dall’essere a immagine e somiglianza di Dio. Anche per Israele, e soprattutto per i suoi capi, scribi e farisei, la Legge di Dio rischia di ridursi a una canonizzazione della superficie dei nostri modi di reagire e attuare. Sembra che si possa giustificare la rabbia iraconda e la sensualità passionale, limitandosi a contenere i danni che potrebbero avere ricadute negative in chi li procura. Sembra che ‘non uccidere’ e ‘non commettere adulterio’ siano percepite come norme di tutela per l’uomo che, nel caso cedesse a queste lusinghe, pagherebbe conseguenze spiacevoli per se stesso, rischiando di alimentare la vendetta e la ritorsione di altri trascinati dalle proprie passioni. Oggi più che mai corriamo il rischio di intendere la legge come insignificante controfirma alle rivendicazioni egocentriche di ciascuno, trascurando la fatica del discernimento che scava nella profondità dell’uomo. Pare che valga l’assioma generale (che paradossalmente diventa a sua volta legge) che ciò che sente la maggioranza deve diventare norma, senza interrogarsi su quanto questo ‘sentire comune’ corrisponda alla vocazione autentica della persona. Perché in realtà c’è una seconda maniera di comprendere la legge. Essa diventa come gli argini di un fiume, che permettono all’acqua corrente di essere contenuta e di scorrere verso la meta che l’attende.

Le regole e i comandamenti fanno sì che la persona orienti tutta se stessa alla propria verità, proprio come le rive del fiume gli permettono di essere fiume, ed evitano all’acqua di disperdersi, cioè di sparire e morire. Per poter intendere e gustare gli orientamenti della Legge in questo modo, anche quando la violenza dell’acqua, cioè dell’energia vitale che è in noi, si scontra con la durezza della roccia che la contiene e ne soffre, è necessario avere uno sguardo coraggioso per riconoscere la bellezza della nostra identità di figli. Così ci vede Gesù, chiamandoci ad essere ‘perfetti come è perfetto il Padre vostro che è nei cieli’ (6, 48). Gesù desidera che il fiume scorra fino a diventare mare, che è la sua naturale vocazione. E per questo coglie la Legge non come un ostacolo, ma come un pedagogo (così la chiamerà Paolo) che promette compimento alla nostra sete di felicità. C’è da percorrere con pazienza e perseveranza le vie del limite per poter approdare all’infinito dell’oceano, che attende le nostre acque zampillanti facendoci gustare gocce della sua bellezza!

Nessun comandamento, dunque, viene colto da Gesù nella sua sfera di proibizione. Diviene invece contenitore di potenzialità enormi, spesso inespresse. Così, quando si impara ad accettare e a riorientare la rabbia, si diviene capaci di una dolcezza e mitezza contagiose, operando scelte di pace coraggiose e instancabili. Quando si impara a fare i conti con la propria paura di essere abbandonati e si riscopre la tenerezza del proprio bisogno di affetto, si diviene capaci di trasformare la diversità in luogo di incontro, in ardito passo di superamento per assaporare il mistero dell’altro, tanto nel matrimonio, come nella castità consacrata che diviene amicizia.

Quando poi si accetta di non essere noi il centro del mondo, faro e misura delle leggi della vita, si accoglie con disarmante e liberante abbandono la presenza di un Dio che non ragiona a partire da garanzie mondane, ma rinnova il miracolo della fiducia verso di noi per renderci a nostra volta capaci di ferma e credibile verità.

Padre Luca Garbinetto
Pia Società San Gaetano

Pubblicato in Lavoro

Impegno di Vita di Febbraio 2017

“Non spegnete lo Spirito” (1 Ts 5, 19)

 

San Paolo scrive ai cristiani di Tessalonica, incoraggiandoli a continuare nel cammino iniziato alla sequela di Cristo, cammino che avevano cominciato grazie alla sua predicazione. Nella sua prima lettera, nel capitolo 5°, ricorda ciò che lo stesso Gesù aveva detto circa la fine dei tempi: verrà come un ladro nella notte (Mt 24, 43) e il momento dell’arrivo è sconosciuto. Pertanto l’invito, che rivolge loro è quello di stare attenti, di vivere nella luce, protetti dalla fede, e a questo fine dà una serie di raccomandazioni: la stima reciproca, l’amore mutuo, incoraggiare i timidi, sostenere i deboli, essere sempre allegri, pregare senza sosta, e “date grazie a Dio in ogni occasione: ciò è quanto Dio vuole da tutti voi, in Cristo Gesù”. E finisce dicendo: “Non spegnete lo Spirito..., esaminate tutto e rimanete con ciò che è buono”. Queste parole saranno per noi motivo di meditazione durante questo mese: non solo non spegnere lo Spirito, ma ravvivarlo nella nostra Famiglia. Don Ottorino ripeteva spesso che tutti siamo responsabili della Famiglia che lui aveva fondato, responsabili della spiritualità della Famiglia, affinché risponda a ciò che Dio vuole da lei. Lo preoccupava notare un certo “raffreddamento” nel modo di vivere la spiritualità, soprattutto che ciascuno la vivesse a modo suo, secondo i propri criteri personali. Segnalava un “addormentamento” rispetto alla ricerca constante della volontà di Dio come comunità, come gruppo, come famiglia. È la tentazione di fare ciascuno il proprio camino, giudicando e criticando gli altri, misurando gli altri secondo il proprio criterio, però lontani dalla spiritualità che Dio vuole per la Famiglia. Durante questo mese siamo invitati dalla Parola di Dio e dalla preoccupazione di don Ottorino a un sincero esame di coscienza come Famiglia, per vedere come mettiamo in pratica la nostra responsabilità comunitaria di vivere e promuovere la spiritualità, che Dio ci ha lasciato come tesoro. Responsabilità che ci invita non solo a non “spegnere” ciò che lo Spirito ha suscitato tra di noi, ma anche a farlo crescere per “incendiare il mondo”, come diceva don Ottorino, perché “è Dio che lo vuole”. Una chiamata ad uscire dai “nostri” criteri, dai “nostri” giudizi sugli altri e ritornare alle sorgenti della nostra spiritualità semplice e popolare (Regola di Vita, Costituzioni n. 71), sentendoci tutti responsabili della nostra Famiglia. E fare un passo che ci aiuti a ravvivare il “fuoco” dello Spirito come Famiglia di Don Ottorino.

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Condividere comunitariamente come stiamo vivendo la spiritualità della Famiglia e identificare i passi da fare per ravvivarla nella nostra comunità, nel nostro gruppo.

Parola di don Ottorino

Nella ricerca insieme della volontà di Dio evitiamo il raffreddamento spirituale

Io sto notando un raffreddamento, perché da qualche tempo ci si sta addormentando. Per esempio, non vedo una ricerca di specchiarsi un pochino per vedere qual è la volontà di Dio. Non potete farvi una Congregazione per conto vostro, un modo di vivere per conto vostro; avete il dovere di cercare dinanzi a Dio e dinanzi alla Congregazione stessa di uniformarvi, e con questo non intendo adesso dire di diventare delle "bugie stampate", ma di uniformarvi. Guardate che ci rendiamo tutti responsabili, perché vi ho detto più di una volta che siamo tutti superiori generali, cioè tutti responsabili della spiritualità della Congregazione, ma non della Congregazione condotta come vogliamo noi, ma come vuole Dio. Ora mi dà l’impressione che stiamo un pochino addormentandoci, che stiamo un pochino andando per la nostra strada, che ognuno crea il suo quieto vivere, va avanti secondo quello che gli pare vada bene. So che nei principi siete a posto, ma poi ognuno crea la sua strada: lui giudica tutti; tutto quello che va bene secondo lui va fatto, e l’altro non va fatto. Siamo però ben lontani dalla realizzazione dello spirito della Congregazione! (Med. del 2 maggio 1967)

Pubblicato in Impegno di Vita
Go to top