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Venerdì, 15 Dicembre 2017 15:06

Unità nella Carità 4-2017

Pubblicato in Unità nella Carità
Venerdì, 08 Dicembre 2017 14:31

MARIA, DONNA PIENAMENTE VULNERABILE

Lc 1, 26-38 – Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Commento per lavoratori cristiani

 

Da Dio, tutti noi siamo stati ‘scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità’ (Ef 1,4). In Maria questa promessa si è compiuta già in pienezza. Per noi è un cammino ancora in atto, mai del tutto realizzato su questa terra. E tuttavia è il cammino, non la meta. È necessario interiorizzare questo dettaglio non secondario, per non correre il rischio di stazionare ben lontani dalla Promessa, che viene da Dio e non da noi, ed ha dunque il timbro della certezza, la garanzia del compimento. Se si confonde il cammino con la meta, si rischia anche di piazzare Maria così lontano da noi da percepirla come il modello irraggiungibile e quindi – nonostante i moti devozionali delle nostre emozioni – l’estranea alle nostre scelte.

Maria non è la meta, è il cammino. In lei si compie la pienezza dell’umanità qui e ora, non domani. E lei dal Cielo può esserci vera compagna di viaggio perché sulla terra ha incarnato la totalità della nostra condizione, al pari del Figlio, essendo però lei semplicemente e meravigliosamente creatura.

C’è infatti una certa idea distorta di Maria che ha trasformato il privilegio dell’Immacolata concezione in una specie di assicurazione contro la fatica e il dolore. Sembra quasi che l’essere stata preservata dal peccato originale le abbia regalato una condizione di assoluta indifferenza rispetto ai travagli della carne e dell’anima umana. Un po’ avrebbe supplito la tragedia di un Figlio da accompagnare alla morte ingiusta e tremenda, appeso a una croce e diffamato come il peggiore dei delinquenti. Il dolore del Figlio diviene il dolore della Madre. Questo è vero. Ma è vero anche tanto altro, che viene prima di quella terribile ‘spada’ che trapassa il cuore della Vergine.

Maria, infatti, nell’essere preservata dal peccato, ha ricevuto in dono l’opportunità di fare i conti… senza sconti con la propria umanità. Quella tutta intera, quella pienamente vulnerabile, quella che ci fa penare ogni giorno, nei nostri trambusti interiori. Proviamo a comprendere, ragionando dall’esperienza.

Immaginiamo una qualsiasi situazione che ci turba, nelle nostre giornate in famiglia o al lavoro, quando si crea un conflitto o una tensione con qualcuno. Ciò nasce sempre dal fatto di sentirci ‘toccati’ nel nostro amor proprio, nel nostro bisogno di esercitare un pizzico di potere, nella fame di autostima che ci abita, nel vuoto di affetto che cerchiamo di riempire mendicando comprensione. E quando siamo sfiorati nella nostra fragilità, ci difendiamo: con la fuga, con l’aggressione, con l’indifferenza. Comunque, ci camuffiamo da ricci o da piovre, da orsi o da lupi. Quando il nostro egocentrismo prende il sopravvento, allora si tramuta in egoismo e superbia, con tutte le sfumature del caso. È il peccato. Un immediato espediente per evitarci di fare i conti con l’abisso di sofferenza che la nostra povertà ci restituisce tanto spesso quando siamo in relazione con gli altri.

Il peccato, in fondo, è questo: un tentativo inizialmente efficace di scappare dal dolore della nostra incompiutezza. A volte funziona a lungo, ma è sempre una maschera della nostra debolezza. Ci fa credere di essere forti, persino autosufficienti. Mentre non lo siamo. Il peccato è una bugia che ci uccide nella nostra umanità più profonda. Prima o poi ne paghiamo il prezzo.

A Maria è stato dato in dono di non cedere a questa seduzione ingannevole. Ma questo vuol dire che in ogni situazione, anche le più ordinarie, così simili alle nostre, lei ha fatto i conti ‘in toto’ con il misterioso peso della propria vulnerabilità. Perché anche Maria aveva bisogno di affetto e di stima, anche lei cercava umana comprensione e desiderava amicizia e reciprocità… E non sempre li ha ottenuti come se li aspettava, nemmeno da Gesù! Tutto questo non è peccato. È semplicemente vita, vita vera, vita intera. Maria non è stata preservata dalle lotte delle relazioni quotidiane. Anzi, si è immersa ancora di più nell’abisso del proprio cuore, facendo i conti con l’incertezza della ricerca e con la progressiva faticosa e affascinante chiamata ad accogliere se stessa e a viversi in pienezza.

Il privilegio, dunque, non è stato un impermeabile contro le infiltrazioni degli affetti e dei dolori. È stato invece il dono di stare costantemente in relazione con l’Emmanuele, dentro di lei, davanti a lei, attorno a lei. Così Maria è stata donna tutta intera, donna veramente piena. Piena di umanità, perché piena di Grazia. E l’altro nome della Grazia è la Presenza di Dio nella relazione. Dunque Maria Immacolata ha soprattutto camminato, è divenuta Immacolata avendone ricevuto in dono il germe. Il seme di un amore totale che, morendo, si è trasformato passo a passo nell’albero della sua vita donata, portando frutti abbondanti nel giorno a giorno. Per questo anche ora, dal Cielo, lei può continuare a camminare con noi, e ci indica soprattutto la Via: il suo Figlio Gesù, che vuole venire e nascere ancora nella nostra vulnerabilissima umanità. Gesù, Presenza che non ci abbandona.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

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NON PRETENDETE DI AVERE PER FRATELLI DEGLI ANGELI

Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te (Gv 17,21)

La citazione, che ci accompagna durante questo mese, è parte della preghiera di Gesù per i suoi, però, ampliando l’orizzonte, prega il Padre: Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola (v. 20),chiedendogli: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

Qui appare la grande preoccupazione di Gesù per l’unione che deve esistere nelle comunità. Unità non vuol dire uniformità, ma rimanere nell’amore, nonostante tutte le tensioni e tutti i conflitti; l’amore che unifica tanto da creare tra tutti una profonda unità, come quella che esiste tra Gesù e il Padre. L’unità nell’amore, rivelata nella Trinità, è il modello per le comunità.

La ricetta, che ci rivela Gesù, è geniale. Si tratta di rimanere uniti gli uni con gli altri, però, allo stesso tempo, con Gesù. Questa unione progressiva, di crescita permanente, che costituisce una sfida per la nostra vita quotidiana, alimenta e, allo stesso tempo, fortifica la nostra unione con Gesù e, pertanto, con il Padre. Così è l’unione che ci rende più forti, più grandi, più vicini a Gesù.

È questa unione con Gesù e i fratelli che dobbiamo cercare. Senza gli altri non è possibile nessun avvicinamento a Gesù; senza gli altri non c’è comunità, non c’è Chiesa, non c’è cristianesimo. È proprio meravigliosa la sfida che ci propone Gesù. Non c’è altro modo di rispondere al suo amore che amando i nostri fratelli e, amando loro, amiamo Gesù. Ci costa crederlo e, soprattutto, viverlo.

Don Ottorino ci ricorda che non possiamo pretendere che i nostri fratelli siano angeli, che non abbiano difetti, che non sorgano difficoltà. Ciò che dobbiamo fare è crescere sempre più nella carità verso gli altri, cercando di accettarli come sono, senza diventare censori critici degli altri. Proprio la carità è messa alla prova quando dobbiamo sopportare la mancanza di carità degli altri.

E ci ricorda qualcosa che facilmente dimentichiamo: neppure noi siamo angeli. Abbiamo difetti, mancanze, cosicché anche gli altri devono fare lo sforzo di accettarci come siamo. Si tratta pertanto di costruire insieme l’unità nella carità, per essere testimoni nel mondo.

Terminando l’anno, possiamo rivolgere una preghiera al Padre per tutta la Famiglia di Don Ottorino, trovando il tempo per ricordarci di tutti i fratelli, le sorelle, gli amici e le amiche: una preghiera di ringraziamento per la strada percorsa e, allo stesso tempo, una richiesta perché ci aiuti a vivere il carisma dell’unità nella carità.

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di Vita di questo mese?

Terminando l’anno, esaminare il camino fatto: sono riuscito a crescere nel mio essere famiglia, nella stima del fratello e della sorella che vivono accanto a me, nel passar sopra ai piccoli problemi e apprezzare ciò che Dio mi regala?

 

Parola di don Ottorino:

 

Carità è saper sopportare la mancanza di carità degli altri

Qualche volta noi esigiamo la carità nella comunità e non facciamo niente per portare la carità: cioè, in altre parole, critichiamo la comunità perché nella comunità non c’è la carità e ci dimentichiamo che, appunto, la carità è saper sopportare la mancanza di carità degli altri. Il Signore ci ha detto di avere la carità, non di fare i censori degli altri. Anzi ha detto: “Non giudicate!” Ecco la carità che sopporta, che comprende, che chiude gli occhi e lascia passare, che prende il fratello da una parte e gli dice una parola, e se è necessario fa la correzione fraterna. Mettete in preventivo di trovarvi in un ambiente dove non manca la carità, ma dove ci sono dei fratelli che hanno dei difetti: la storia è diversa! Vorrei farvi capire che non si può pretendere di avere per fratelli degli angeli; per fratelli avete degli uomini, e ricordatevi che siete uomini anche voi, e non siete angeli. Perciò la carità è accettare per fratelli degli uomini, ricordando che siamo uomini; allora è possibile la carità! Questo volevo sottolinearlo perché noi miriamo in alto, ma ricordatevi che porteremo sempre i piedi e i piedi camminando fanno un po’ di puzza. (Med. 26 agosto 1967)

Pubblicato in Impegno di Vita
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