Articoli filtrati per data: Novembre 2017
Mercoledì, 08 Novembre 2017 09:53

PASSAPAROLA: TIMORE

Chi ha paura dell’uomo nero ?” era la frase che dava il via ad un gioco che, forse, alcuni ricordano. La frase gridata conteneva la parola “paura” e l’espressione ”l’uomo nero”, che oggi potrebbe essere equivocata, ma che allora non aveva nessun significato razziale, si limitava a concentrare tutti i terrori infantili per quello che non si conosce: dal lupo, all’orco, alla strega. Era un modo per prendersi gioco della paura. Pauratimore, due parole simili ma con un significato diverso. Spesso la paura è una reazione a una minaccia portata alla nostra vita, o la risposta a un pericolo vero o presunto: dal pericolo più grande di tutti, che è quello della morte, ai pericoli particolari che minacciano o la tranquillità, o l’incolumità fisica, o il nostro mondo affettivo; a volte è una manifestazione del nostro istinto di conservazione. Ognuno ha il proprio tallone d’Achille, la propria paura. La paura è un allarme che scatta di fronte a rischi dai quali fuggire o difendersi, oppure davanti a ciò che ci sembra a prima vista estraneo, sconosciuto. È questo il senso che la Scrittura attribuisce alla parola paura: è una situazione in cui per l’uomo “Dio è “estraneo”e la paura ha il sopravvento sulle varie situazioni che  ci troviamo a vivere.  Il “timore”, più in generale, esprime il senso della distanza o la necessità di mantenere una certa distanza tra me e un'altra persona a cui io riconosco una certa autorevolezza. Possiamo pensare alla relazione tra genitori e figli, tra insegnanti e allievi o alle relazioni che quotidianamente viviamo nei vari ambienti, incontrando persone diverse, che conosciamo in modo superficiale e alle quali dobbiamo rispetto. Per il credente il timore è il rispetto che l’uomo sente nei confronti di Dio. Timore non significa paura, la paura ha a che fare ad esempio con la punizione, il timore è un'altra cosa: esprime una relazione personale con Dio a cui si riconosce un’autorità e, nello stesso tempo, verso il quale si compie un atto di fede e di adorazione. Vivere il timore del Signore ci aiuta a comprendere e a pregare con le parole del salmista: “Se guardo il cielo, opera delle tue dita, la luna e le stelle che Tu hai fissate, che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, il figlio dell’uomo perché te ne curi?”.

Pubblicato in Famiglia

 

Anche le norme della Chiesa devono mirare a manifestare l'amore e la misericordia di Dio. È importante pertanto conoscerle.

 

Tanti sono stati i frutti del Sinodo dei Vescovi sul tema “Matrimonio e famiglia” le cui proposte scaturite sono state recepite ed integrate in modo organico nell’Esortazione apostolica "Amoris Laetitia" (La gioia dell'amore). Tra questi frutti uno dei più importanti è certamente la riforma del processo di nullità del matrimonio attuata attraverso i due "motu proprio" (documenti scritti per iniziativa propria del Papa) “Mitis Iudex” (Giudice clemente) e “Misericors Jesus” (Gesù misericordioso) di papa Francesco.

È importante innanzitutto chiarire che la nuova normativa di diritto canonico non modifica il diritto sostantivo vale a dire che non aggiunge nuovi “capi di nullità”, motivazioni di annullamento, del matrimonio che restano gli stessi, ma mira sostanzialmente a favorire una maggiore celerità ed accessibilità del processo canonico matrimoniale. Papa Francesco ha voluto che questa riforma favorisse una apertura alla funzione diaconale del diritto. Vediamo qui di delinearne brevemente i punti più salienti.

Servizio di accompagnamento delle coppie separate.

Ai fini dell’applicazione della riforma è prevista la nascita di uno specifico servizio giuridico-pastorale nell’ambito della pastorale familiare che dovrà innanzitutto accogliere le coppie e vagliare se ci siano possibilità di risolvere la crisi coniugale tramite un adeguato supporto spirituale, quindi valutare se sussistano dubbi rilevanti circa la validità del matrimonio ed in questo caso raccogliere elementi utili per l’introduzione del processo di annullamento.

L’istituzione di un solo grado di giudizio.

Era da tempo che si auspicava l’abolizione nelle cause matrimoniali della doppia sentenza conforme (sentenze di primo e secondo grado). Questo permetterà ai coniugi di passare immediatamente a nuove nozze dopo la prima sentenza di nullità del precedente matrimonio, evitando così estenuanti attese che duravano anni.

Gratuità dei processi.  

Si tratta di una novità non meno rilevante delle precedenti in particolar modo per i fedeli meno abbienti riguardo i costi da affrontare per instaurare una causa per la dichiarazione di nullità del matrimonio. Rappresenta inoltre un importante segnale di apertura nei confronti di un mondo al cui raggiungimento di ogni obiettivo è tassativamente associato un prezzo da pagare.

Processo brevior (processo più breve).

È certamente l’elemento di maggiore innovazione introdotta dalla riforma voluta da Papa Francesco, si tratta di un processo il cui rito è abbreviato ed in cui giudice unico è il vescovo diocesano. Per essere richiesto ci devono essere due condizioni: i due coniugi devono essere consenzienti e in base a fatti e persone la nullità del matrimonio deve risultare manifesta.

Concludendo non possiamo che affermare ancora una volta che il discernimento attuato dal Papa Francesco ha riconsiderato questo Mistero grande che è il matrimonio alla luce della Divina Misericordia. Pertanto la dottrina canonistica, alla luce della fede e fragilità dell’uomo, è stata riformata con uno sguardo preminentemente ecclesiale piuttosto che civilistico e giuridico.

 

Antonio e Tiziana

Pubblicato in Famiglia

 

 

"Chiediamoci: la gioia possiamo imbottigliarla un po' per averla sempre con noi? No, perché se noi vogliamo avere questa gioia soltanto per noi alla fine si ammala e il nostro cuore diviene un po’ stropicciato, e la nostra faccia non trasmette quella gioia grande ma quella nostalgia, quella malinconia che non è sana. Alcune volte questi cristiani malinconici hanno più faccia da peperoncini all’aceto che proprio di gioiosi che hanno una vita bella. La gioia non può diventare ferma: deve andare. La gioia è una virtù pellegrina. È un dono che cammina, che cammina sulla strada della vita, cammina con Gesù: predicare, annunziare Gesù, la gioia, allunga la strada e allarga la strada. È proprio una virtù dei grandi, di quei grandi che sono al di sopra delle pochezze, che sono al di sopra di queste piccolezze umane, che non si lasciano coinvolgere in quelle piccole cose interne della comunità, della Chiesa: guardano sempre all’orizzonte. La gioia è 'pellegrina'. Il cristiano canta con la gioia, e cammina, e porta questa gioia. È una virtù del cammino, anzi più che una virtù è un dono."

(Papa Francesco)

Pubblicato in Papa e don Ottorino
Domenica, 05 Novembre 2017 16:43

IL CRITERIO APOSTOLICO DELLA GIOIA

L'annuncio del Vangelo non può essere che un annuncio di Gioia che scaturisce dal cuore di chi si è incontrato con Gesù.                                                                                                                                 

La Chiesa esiste per evangelizzare: il Concilio e poi i Papi Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI   e, adesso,  Francesco lo affermano  con  forza crescente, attualizzando il mandato apostolico di Gesù "andate e annunciate" e l'autoincitamento missionario "guai a me se non evangelizzo" di Paolo. Questa personalizzazione del dovere e diritto di trasmettere il Vangelo diventa consegna diffusa,  responsabilità assimilata: ogni evangelizzato deve essere un evangelizzatore,  con la  consapevolezza altrettanto ineludibile che soltanto coloro che sono veramente  evangelizzati possono evangelizzare in modo autentico. Che l'evangelizzazione  sia compito affidato da Dio a tutti i discepoli di Gesù... si può affermare ormai come di verità di fede. La motivazione è chiara: "Vi dico questo - cioè vi do il Vangelo - perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena".

Dopo che Papa Francesco ha sorpreso il mondo e la cristianità con il felicissimo esordio del suo primo documento programmatico "Evangelii gaudium": "La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita di coloro che si incontrano con Gesù", nella missione evangelizzatrice della Chiesa e di ogni cristiano si sta affermando, imponendo il criterio apostolico della gioia, cioè di quello spirito che anima l'intera Esortazione e che caratterizza le applicazioni che lo stesso Papa fa con il magistero quotidiano della parola e dell'esempio. Papa Francesco ha scelto di porsi non come maestro che ribadisce i punti fermi della dottrina ma come autentico accompagnatore spirituale. Una scossa di rianimazione che supera le teorie su ciò che è o non è la nuova evangelizzazione e che dà criteri per convertire le pratiche evangelizzatrici nella direzione della scelta decisiva dello "spirito buono", incoraggiando la Chiesa ad uscire e a rischiare facendo sul campo esperienza di ciò che si è chiamati ad annunciare.

Proiettata su questo sfondo la scelta di Papa Francesco appare chiarissima: l'insistenza sulla gioia, termine che ricorre 59 volte nell'Esortazione, ha il carattere del lieto annuncio che si riconnette alla esperienza fondamentale e sorgiva della Pasqua: la gioia di incontrare Gesù Risorto tre giorni dopo averlo visto Crocifisso. Non soddisfatto sentimento  di piacevolezza ma atteggiamento di chi sa che sofferenza e morte esistono e li ha attraversati sperimentando che la vita è più forte. Come accennato, sono la voce e le opere quotidiane di Francesco a dare ragione della cifra del suo programma apostolico. Ai giovani: siete meravigliosi anche se molti di voi sono vittime della logica della mondanità. Nostro impegno è stare accanto a voi per contagiarvi con la gioia del Vangelo e dell'appartenenza a Cristo.  Ai coniugi: la gioia dell'Amore matrimoniale implica accettare che il matrimonio è necessaria combinazione di gioie e di fatiche, di sofferenza e di liberazione: la Chiesa vi incontra e vi sostiene. Ai poveri: dobbiamo  lasciarci evangelizzare da voi, affinché l'annuncio del Vangelo non affoghi  in parole e non perda la  sua carica di trasformazione e di gioia. A tutti: ricuperiamo il fervore e la dolce e confortante gioia di evangelizzare... avendo per primi ricevuto in noi la gioia del Cristo.

don Zeno Daniele

Pubblicato in Papa e don Ottorino
Domenica, 05 Novembre 2017 16:39

LA GIOIA DELL’INCONTRO

Obiettivo 2017-2018: Nello spirito della Famiglia di don Ottorino rinnovare la gioia di essere scelti da Dio, promuovere e comunicare la gioia dell'incontro con Lui, con i fratelli e le sorelle e con tutti, in particolare i giovani

La vita cristiana ha una sorgente: l’incontro con Gesù! Ha pure una cartina di tornasole, un ‘sintomo’ inequivocabile che ne garantisce l’originalità: la gioia! Essere cristiano significa avere incontrato Gesù, o meglio, essersi lasciato incontrare da Lui, e sprizzare dunque gioia da tutti i pori. Una gioia pacata, costante, profonda, sebbene allo stesso tempo sia traboccante e incontenibile. Una gioia ricevuta in dono, da Colui che ha preso l’iniziativa e si è mosso per venirci incontro, così da fare sperimentare a chi lo accoglie un’unica verità: ‘io ti amo!’. L’incontro gioioso con Gesù è dunque un’esperienza di indicibile amore.

Di questo ogni persona ha bisogno: di sentirsi amati per imparare ad amare. Questo è l’anelito più intimo di ogni cuore. Al cristiano è stato dato il dono (non il privilegio) di attingere direttamente alla fonte di tale amore. E tuttavia egli stesso ha costantemente bisogno di ritornare ad essa, di prendere consapevolezza della sua esistenza, come pure della necessità di accoglierla in sé.

Per questo, nella Famiglia di don Ottorino, piccola parte della Chiesa in cui i cristiani sono colorati delle sfumature del carisma di Gesù sacerdote servo, si è colta la necessità di dare voce all’invito di papa Francesco: riscoprire la gioia racchiusa nell’incontro con Gesù in persona! Si tratta di rinvigorire insieme un patrimonio che don Ottorino ha conosciuto e testimoniato con la freschezza dei santi.

Per noi, membri di questa Famiglia, ‘la gioia dell’incontro’ sarà il tema che accompagnerà il cammino della delegazione di Italia e Albania, con opportuni appuntamenti e una costante attenzione a metterci in sintonia gli uni con gli altri per vivere questa esperienza in profondità.

 

Gioia dell'incontro con se stessi

 

È prima di tutto l’incontro con se stessi, fatto del paziente e umile ascolto della propria interiorità, della vigilanza sui propri atteggiamenti, dell’impegno a mettere a servizio di tutti i propri talenti e a crescere nella disponibilità a superare i limiti che ci rendono tristi e malinconici. L’arte di custodire spazi di silenzio e di presenza viva a se stessi permetterà di ritrovare in profondità motivazioni autentiche per essere nella gioia anche quando la malattia ci tocca nella carne e la vecchiaia avanza, oppure sperimentiamo momenti di delusione e di fatica nel nostro impegno pastorale e missionario.

Pubblicato in Famiglia

Carissimi,

nei miei viaggi all'estero c'è una cosa che mi emoziona sempre, l'incontro tra chi arriva da lontano e chi lo aspetta all’aeroporto. Scene di festa, baci inumiditi da lacrime, abbracci interminabili abbarbicati uno all'altro senza voler più separarsi. Altrettanto bello e festoso l'incontro, seppur quotidiano tra le mura domestiche, dei bimbi che corrono ad aprire la porta a mamma, papà, nonni, che rientrano a casa.

Sono le prime immagini che mi sono passate davanti quando mi sono proposto di parlare dell’incontro che ognuno di noi dovrebbe avere con Dio. Tutto dipende dall’amore. Se hai la grazia di sentire che papà Dio è innamorato di te, ti viene logico provare gioia quando puoi incontrarti con Lui.

Preghiera allora vista come dovere o preghiera piacere? Preghiera intesa come formule imparate a memoria o preghiera cuore a cuore, occhi negli occhi, a tu per tu con il tuo Dio? É tutta qui la differenza. Sì, tutto dipende dall'amore.

Grazie a Dio la maggioranza di noi è cresciuta respirando religiosità, imparando formule meravigliose che hanno profonde radici nel cammino di fede della comunità cristiana. La fede però non la si impara, non la si copia, la fede la si scopre entrando piano piano in un alone di amore, incontrandosi a tu per tu con Lui, il nostro Papà e con suo Figlio, il nostro fratello Gesù.

Don Ottorino, vero mistico dei nostri giorni, attingendo dalla sua esperienza personale, ha così definito la preghiera: È un incontro personale e cosciente con Dio.

Ogni parola è un programma. Referente è nientemeno che Dio in persona, creatore e padre, con il quale si stabilisce un "incontro", si realizza cioè un contatto diretto come tra due esseri intelligenti e liberi; "personale" sta per qualcosa di vivo, non anonimo e sterile, ma da persona a persona; "cosciente", che va cioè al di là del ripetitivo, abitudinario, fatto solo di suoni, ma pregno di “presenza”. Quanto è facile pregare e cantare con le labbra, mentre il cuore è lontano, formulare parole che escono dalla superficie e non dall’anima!

La nostra principale difficoltà nasce dal fatto che Dio, pur essendo certi che è lì con noi, anzi in noi, reale più di qualunque altra presenza al mondo, però non lo si vede, non lo si sente. Per quanto ti sforzi di immaginarlo sarà sempre una presenza “assente”. Eppure è lì e mi guarda, mi parla, mi ama.

Il segreto della tua gioia nell’incontrarlo sta comunque tutto nel metterti a contatto con lui in maniera “cosciente e personale”, come insegnava don Ottorino.

“Guardate che la sostanza è qui. Se non vogliamo bene al Signore, se non siamo preoccupati di fare la volontà del Signore, se non siamo interamente consacrati a Lui, è perché manca questo contatto personale con Dio, è perché non siamo convinti che sia una persona che vive dentro di noi. La mia impressione è questa: si parte con un’unione vera con il Signore, poi, piano piano, si finisce col recitare delle preghiere, si finisce col dire delle formule, si finisce per fare delle cose, ma non per incontrarsi intimamente con il Signore.”

Che dite? Perché non ricominciare ogni giorno a camminare su questa strada?

Buon cammino.

                                                      don Venanzio

Sabato, 04 Novembre 2017 23:02

LA CATTEDRA DEL SERVO

Mt 23, 1-12 - XXXI domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

La cattedra di Mosè, nella sinagoga, rimane vuota durante la preghiera. È il posto riservato al profeta, a Colui che tornerà a dare compimento alla Legge di Mosè. È il trono – una seggiola – su cui siederà il Messia atteso. Fino ad allora, la presenza è significata dall’assenza: nessun uomo può sostituirsi a Dio, e nessuno può pretendere di spiegare o di possedere Dio.

Il peccato degli scribi e dei farisei, dunque, è ben più grave che una semplice incoerenza morale. Non si tratta soltanto di ‘predicare bene e razzolare male’: chi, in fondo, non cede qualche volta a questa tentazione, mossi un po’ dalla vergogna, un po’ dalla pigrizia? Essi, piuttosto, hanno preteso di sedersi al posto dell’inviato di Dio, al posto – quindi – di Dio.

Così facendo, hanno preteso di mettere in bocca a Dio le loro parole, anziché lasciare che la Parola, custodita nei rotoli della Scrittura, illuminasse il loro parlare. Non è l’incoerenza la tragedia dell’uomo che si ripercuote sulla comunità, ma la subdola e micidiale superbia di chi presume di conoscere tanto bene Dio da acquisirne per sé le prerogative, l’agire, e il Nome.

È proprio di chi esercita potere scivolare facilmente nella melma di questa tentazione. Ma non è il caso di puntare troppo il dito, poiché ognuno di noi occupa il suo pur piccolo spazio di potere; o perché forse, se più potere avessimo, non saremmo nemmeno noi esenti da questo rischio. Il potere deformato veste la persona dell’arroganza di stare in alto e di pretendere che gli altri pieghino le proprie ginocchia a venerarne il lustro. D’altro canto, è davanti al Nome che ‘ogni ginocchio si piega, in cielo, sulla terra e sotto terra’ (Fil. 2,10).

Ma il Nome non appartiene a nessuna classe di uomini. Nessuna categoria, nessuna casta, nessuna razza o nazione può presumere di possedere, tanto meno meritare di arruolare Dio per i propri interessi. Oggi più che mai va ribadito, in un mondo mai stanco di dividere, di aggredire, di contrapporre. Va ribadito anche per non cadere nella sottile seduzione di benedire una qualche cultura o un qualche sistema sociale come l’assoluto della presenza di Dio nel mondo.

No: il Nome è di Gesù, vero Dio e vero uomo. Ma Dio è presente perché rimane assente, e in questo indefettibile mistero, che sfugge alle liste di norme e ai sistemi minuziosi di giustizia, è garantita la continuità salvifica del suo agire nel mondo. E Dio sta silenzioso in cattedra perché ha parlato definitivamente con il corpo vivente del Figlio, il Messia che è già venuto e che molti non hanno riconosciuto. La cattedra di Dio è il pavimento su cui si curva il servo. I suoi strumenti di predicazione sono il grembiule e il catino. La sua predica più efficace è la lavanda dei piedi.

Lì riconosciamo il Maestro, che può pronunciare un insegnamento perché la già impregnato di sudore. Lì abbracciamo il Padre, che ha preferito svuotare tutti i troni celesti e terrestri per potersi fare prossimo ai suoi figli. Lì scegliamo la nostra Guida, che indica il cammino nella spogliazione e nell’amore reciproco.

Di misericordia è impregnata la Legge di Dio, l’agire del Servo. Così Egli lega a sé coloro che Egli ama. Chi invece lega fardelli, come gli scribi e i farisei, attraverso pratiche di controllo e di imposizione, non si accorge di diventare troppo goffo e pesante per sapersi chinare a servire. Chi alza troppo la fronte in altezzoso atteggiamento di dominio, non riesce a incrociare lo sguardo tenero del Servo amante che desidera poter lavare i piedi anche a lui. E così si perdono, uomini e donne troppo pieni di sé per essere felici, nell’incessante frenesia di chi deve difendere diritti, sistemi, concetti pur di non lasciarsi denudare dalla disarmante pedagogia del Signore.

Chiunque desideri, dunque, percorrere il cammino che conduce a salire in alto, preferisca abbassare lo sguardo per cercare gli occhi di chi conosce la strada e ha scelto di condividerci il segreto per farla nostra. Che in fondo, ciò che davvero ci mette in sintonia con la gioia è l’ardita decisione di rimanere per sempre discepoli anche quando ci è chiesto di piegare le ginocchia e di farci strumenti del Maestro, Guida e Pastore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

Pubblicato in Lavoro
Mercoledì, 01 Novembre 2017 10:47

IL SANTO, CUSTODE DELLA NOSTALGIA DEL CIELO

Mt 5, 1-12a – Solennità di Tutti i Santi

Commento per lavoratori cristiani

Seduto sul monte, con accanto i suoi discepoli, Gesù guarda le folle. Deve essere stato uno sguardo di una tenerezza struggente. Dalle parole che seguono trasuda la commozione del Padre, che irrompe nel cuore del Figlio con una luce dirompente: quella del Paradiso! È lo Spirito che suggerisce. Mai come nelle beatitudini il Cielo e la terra manifestano l’incrocio del loro reciproco cercarsi.

Gesù vede la gente, la sua gente, che è tutta l’umanità, ed ha un sussulto di desiderio e di speranza: ‘oh come vorrei che foste già tutti così!’, sembra voler dire, mentre annuncia il cammino della beatitudine. ‘Oh come vorrei che il fuoco fosse già acceso e consumato!’. Il fuoco della santità, che ci fa simili a Dio, l’unico veramente santo.

È proprio nell’incontro di desideri, o meglio del desiderio intimo, che abita il mistero della santità. Dio desidera incontrare l’uomo, e Gesù siede per poter conversare con lui, come tanto tempo addietro sotto le fronde del Giardino. E l’uomo, nella profondità di se stesso, desidera incontrare Dio, lasciarsi penetrare dal Suo sguardo. È nell’incompiutezza della propria persona che risiede la possibilità della santità, che coincide con l’opportunità data a Dio di dimorare e prendere possesso dello spazio di vuoto che ci fa creature e rende autentica la figliolanza.

I poveri, gli afflitti, ma anche i miti e i misericordiosi, come i puri di cuore, sono uomini e donne che lasciano emergere dai marosi della propria interiorità il grido più profondo e originale: non più o non soltanto il bisogno di una risposta immediata, bensì il desiderio che Qualcuno sia presente per sempre in quella costitutiva necessità. I beati sono esseri desideranti, che hanno saputo disfarsi delle brame superficiali o degli aneliti distratti, e vanno all’essenziale: ‘di Te, mio Dio, ho infinito desiderio’.

Gli operatori di pace, gli affamati e assettati di giustizia, i perseguitati per il Suo nome sono coloro che di questo desiderio hanno fatto il motivo della lotta. Perché non si tratta di una propensione all’altro serena e tranquilla. La vita stessa genera lo scontro e la tensione con il limite che è personale, ma anche storico e relazionale. Il desiderio di vivere in Dio, di lasciarlo vivere in noi per divenire Sua trasparenza, di intessere la relazione vitalizzante con la Sua presenza non è automatico e immune da tentazioni. La santità è la scelta consapevole e fedele di intraprendere la battaglia contro ogni forza che allontana o – peggio ancora – deforma e camuffa il volto autentico dell’Amato. ‘Voglio conoscere Te, mio Dio, per conoscere me in Te’.

E così, in questa dinamica di relazione, che scava dentro orizzonti inaspettati di bellezza, anche nel bel mezzo dei travagli della vita di ogni giorno – ben conosciuta da Dio: in fondo, il primo beato è Gesù di Nazareth –, la gioia che ne consegue diviene zampillo da non trattenere. Nessuna beatitudine è donata per un autocompiacimento. Non è il vanto della propria perfezione quello che un umile può portare al mondo, bensì la testimonianza di una pienezza che trabocca nello stile dei rapporti, nel modo di porsi, nei toni di voce, negli sguardi presi in prestito dal Signore. La beatitudine, la santità è contagiosa di suo. Chi ne è contagiato, o per lo meno scosso, se ne rende conto. All’interessato, invece, al beato e santo rimane il travaglio di continuare la lotta, e di sentirsi sempre un po’ più mancante: non di perfezionismo, ma della Sua presenza, che già e ora vorrebbe totale e perenne. Del santo, dunque, immancabilmente missionario dell’Amore, colpisce soprattutto la incontenibile nostalgia del Paradiso. Nostalgia che profuma di Cielo, qui e ora, quanto di più semplice e ordinario egli è chiamato a vivere.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

Pubblicato in Lavoro

LA CORREZIONE FRATERNA È ATTO DI CORAGGIO, AMORE E APOSTOLATO

Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli (Lc 17,3)

La missione di vivere la fede nella vita ordinaria è il tema che unifica il pezzo di vangelo, che illumina questo mese. Luca scrive a una comunità, che sta sperimentando scandali e divisioni a causa del peccato. Ricorda allora l’avviso di Gesù ai suoi discepoli sul pericolo di essere “pietra di scandalo” per gli altri (v. 1); lo sentiva come qualcosa di così grave da dire che sarebbe meglio, per chi lo procura, essere gettato in mare con una pietra al collo (v. 2). Forse il primo scandalo, che noi dobbiamo evitare, è quello di smentire con la nostra vita il Vangelo che predichiamo e, in questo modo, renderlo inefficace. Gesù già aveva detto: se il sale perde il suo sapore, non serve a niente. Dobbiamo ascoltare il Vangelo ogni giorno per non tradirlo e per evitare che il peccato metta radici nelle nostre vite. È in questo contesto, di scandalo e di divisione, che Gesù propone il perdono come una dimensione essenziale e quotidiana della comunità cristiana. Lui conosce bene la nostra debolezza, per questo aggiunge che la misericordia e il perdono devono predominare sul peccato. Deve sovrabbondare; per questo, aggiunge che si deve perdonare “settanta volte sette”, che significa perdonare sempre. Di fatto, il perdono mai deve mancare nella vita della famiglia di Dio, come dimostrazione di amore e di gioia, che lo stesso Signore ci regala. Di fronte a questa proposta di amore costante, gli apostoli chiedono a Gesù che aumenti la loro fede (v. 5). Anche noi, leggendo la proposta dell’Impegno di Vita: Se il tuo fratello commetterà una colpa, rimproveralo; ma se si pentirà, perdonagli, chiediamo a Gesù che aumenti la nostra fede, perché non è facile vivere concretamente il perdono, la correzione fraterna, la riconciliazione nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie. Don Ottorino mette in stretta relazione la correzione fraterna con l’apostolato. Sa che è necessario coraggio per fare il passo di correggere il fratello, però sa anche che è segno di vera carità. Bisogna pregare, dice, però questa stessa preghiera ci deve portare all’azione. Noi vorremmo realizzare cose straordinarie, clamorose e degne di ammirazione, che dimostrino una fede straordinaria. Però spesso dimentichiamo che ciò che Gesù vuole non è una fede straordinaria, ma che viviamo con fede le cose ordinarie e quotidiane della vita. Ed è una cosa quotidiana avere problemi, discussioni, differenze con gli altri; vedere che un fratello sbaglia, che ha bisogno di cambiare. La tentazione è quella di criticare senza impegnarci. Invece la proposta è l’amore, il coraggio, la missione di correggere e di perdonare.

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di Vita di questo mese?
Durante questo mese cercare di fare l’esercizio concreto della promozione e correzione fraterna nella mia comunità, nel gruppo dell’Impegno di Vita.

 

Parola di don Ottorino: La carità suggerisce la correzione fraterna

Amici miei, tutti sappiamo dove dobbiamo andare, tutti sappiamo la strada che dobbiamo percorrere, lo spirito che ci vuole, ma guardate che ci vuole coraggio per aiutare il fratello. Ognuno vede la schiena dell’altro, ma non la propria, ed è facile, camminando e avendo sempre gli altri davanti, vedere sporca la giacca di uno, la manica di un altro e di un altro ancora, e che fra amici uno dica: “Guarda che giacca che ha quel tale! Non aveva altre giacche da indossare?”. Gli altri, che ti stanno dietro, fanno lo stesso con te. Invece la carità suggerisce di dirgli: “Ehi! Guarda che hai la giacca sporca”. La carità, proprio la carità, lo suggerisce, ma non per criticare. Se oggi non avete il coraggio di fare la correzione fraterna, ma proprio per amore, proprio per fraternità, proprio con il senso di dire: “Io voglio che il mio fratello sia santo”, un domani non farete la conquista apostolica, perché l’uno e l’altro pane escono dallo stesso forno. Tutti vediamo le gemme preziose, ma anche le scarpe nere di ogni confratello; e tutti noi che vediamo, abbiamo il dovere di aiutare il fratello a cambiare il colore delle scarpe. (Med. 22 febbraio 1968)

Pubblicato in Impegno di Vita
Go to top