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Sabato, 21 Ottobre 2017 16:20

RENDIAMO A DIO I CUORI E LA STORIA

Mt 22, 15-21 - XXIX domenica del tempo ordinario

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’: Gesù non ha mai voluto immischiarsi in diatribe legate a questioni strettamente partitiche. Non sono gli ordinamenti sociali e amministrativi l’ambito della sua predicazione, tanto meno Egli ha pensato di avvallare o di condannare questo o quel organismo di governo. Così, la famosa espressione che fa da coda e da vertice al vangelo di oggi non può essere motivo di manipolazioni di alcun tipo. Si rischierebbe di cadere nella logica dei farisei e degli erodiani, se si provasse a trasferire un monito così radicale ad un livello di confronto sulle strutture della ‘cosa pubblica’.

Ciò non significa che per Gesù e per i suoi discepoli siano indifferenti la città e il modo in cui essa è governata. Al contrario, al cristiano che vuole vivere alla maniera del Maestro, nulla è estraneo e indifferente. La fede non è un passaporto per l’astrazione, né un anestetico delle coscienze. Tuttavia, lo sguardo con cui nella fede ci si approccia alle vicende della vita, del mondo e della storia cambia radicalmente. Letteralmente: si tratta di andare alla radice!

‘Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio’, quindi, richiama innanzitutto la capacità del cristiano, e dell’uomo in genere, di mettere in ordine la gerarchia dei valori dell’esistenza. Sappiamo bene che coloro che mettono alla prova Gesù denunciano un riconosciuto sistema di tassazione e di controllo militare a dir poco oppressivo da parte dei romani sulla terra di Israele. Ma sappiamo bene anche che con la stessa moneta – cioè la violenza e l’inganno: questa è l’immagine impressa sul denaro che esce da mani empie e circola tra mani altrettanto empie – molti settori della popolazione ebraica avrebbe voluto tentare di risolvere la questione. Essi aspirano a incontrare un Messia condottiero, un liberatore abile di spada, un inviato celeste fautore di rivolte e di metodi aggressivi. Oggi potremmo tradurre, in un sistema politico come quello italiano – per non disperderci troppo con uno sguardo a tutte le nazioni -, che la soluzione ai problemi di ingiustizia e di corruzione alberghi nella scelta di questo o di quel partito vecchio o nuovo, di questo o di quel sistema di organizzazione delle istituzioni, di questa o di quella legge elettorale, ecc.

Senza dubbio, la storia è fatta di concretezza. Tanto più la storia della conduzione dei popoli. Ma Gesù sa bene che qualsiasi organizzazione politica, sociale, economica o culturale che sia è costituita da uomini. E sono gli uomini che ne determinano l’andamento, l’orientamento, il funzionamento. Gesù sa bene che alla radice della pianta ci sono i cuori delle perone, la libertà e la responsabilità con cui esse operano, la coerenza dell’adesione a dei valori che siano realmente umani e per i quali siano disposte a portarne il peso del compimento. Dunque, Gesù sposta lo sguardo sul fondamento, che regge ogni ambito dell’esistenza umana: la persona concreta. Essa non è padrona di se stessa. La persona appartiene a Dio. Dimenticare questo è tragico!

Dio ne è il creatore, Dio ne è il custode, Dio ne è la sorgente di vita. A Dio dunque va restituito il posto che gli spetta nelle quotidiane scelte di ogni persona, a qualsiasi livello dell’esistenza esse si collochino. Ciò che riguarda la sfera dell’esistenza privata, come tutto quello che avviene nel contesto pubblico delle relazioni umane, ha bisogno di essere ordinato riscoprendo la fontale provenienza da Dio e l’orientamento ultimo verso di Lui.

Con ciò avviene paradossalmente che il cristiano è ben lungi dal disinteressarsi di quanto capita nei contesti civili e politici dell’esistenza. Poco ha a che vedere con il Vangelo l’atteggiamento tanto diffuso tra i nostri credenti di tradizione o tra i giovani ‘ribelli’ imbevuti delle spiritualità disincarnate postmoderne, che alimenta indifferenza e scetticismo per l’impegno nel panorama delle durissime problematiche delle città e delle nazioni. Al contrario, a Gesù sta proprio a cuore il bene di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, e a questo bene radicale e totale sollecita a volgere lo sguardo per una rinnovata responsabilizzazione circa le relazioni malate fra i popoli.

Dalla fede, il cristiano trova così la forza per occuparsi del bene comune e per agire di conseguenza. Dalla fede, i cristiani insieme si sentono mossi ad operare instancabilmente per costruire qui e ora un frammento del Regno di Dio, di cui si avrà pieno godimento soltanto nell’incontro decisivo con il Signore. Dalla fede, la Chiesa missionaria si sente spinta ad annunciare senza sosta e a collaborare con ogni uomo e donna di buona volontà perché si instaurino strutture e organismi rispettosi del desiderio che abita il cuore di Dio: fare di tutti i suoi figli un’unica famiglia di fratelli e sorelle in Cristo.

A ogni Cesare, dunque, restituiamo la responsabilità di promuovere la giustizia e la pace, come è doveroso per chi governa e comanda su questa terra. Ma ad ognuno di noi riconsegniamo la coscienza di poter e dover compiere la nostra parte, dato che a nessuno è precluso quel piccolo spazio di dominio, anche se fosse in una o due relazioni ordinarie che viviamo e che nessuno può vivere al posto nostro.

A Dio affidiamo, una volta ancora, ciò che da sempre e per sempre gli appartiene: la Signoria dei nostri cuori, la Signoria della storia. E la possibilità di esprimerla alla Sua maniera: nell’offerta misericordiosa della propria vita, secondo la logica del Servo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

Pubblicato in Lavoro
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