Messaggio della Commissione Episcopale italiana per il clero e la vita consacrata

per la XX Giornata Mondiale della vita consacrata

(2 febbraio 2016)

 La coincidenza della chiusura dell’Anno della Vita Consacrata, in questo 2 febbraio 2016, con il Giubileo straordinario della Misericordia, da poco iniziato, entrambi voluti da papa Francesco, ci spinge a riflettere sul rapporto tra misericordia e vita consacrata.

Come Vescovi della Chiesa di Dio in Italia, benediciamo  il Signore per l’incommensurabile dono di tanti carismi di consacrazione, attraverso i quali lo Spirito ha mantenuto e mantiene viva la testimonianza del Vangelo, che trova la sua massima espressione nella parola di Gesù: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36).

Siamo convinti che ogni vera esperienza di vita consacrata debba trovare il suo principale fondamento nella gioia della misericordia assaporata personalmente. Ogni vocazione, la vostra in particolare, proviene da uno sguardo che è allo stesso tempo espressione di misericordia e di elezione da parte del Signore (miserando atque eligendo). Solo nella misura in cui siete consapevoli di avere ricevuto e di ricevere continuamente, anzitutto nella preghiera, l’amore misericordioso, potete offrire una gioiosa testimonianza di vita evangelica.

Da questa esperienza personale, sempre più coinvolgente, scaturisce la prima missione: quella di trasformare le vostre comunità in luoghi nei quali ogni giorno imparate a mettere in atto il dono e il perdono reciproco, la correzione fraterna, la mutua accoglienza delle diversità e il servizio. Questo diventa un prezioso laboratorio delle virtù umane e cristiane nelle quali concretamente s’incarna la misericordia.

Vi sollecitiamo anche a riscoprire e a rileggere i propri carismi in ordine alla missione evangelica di portare la tenerezza di Dio agli uomini sfiduciati che, feriti dalla vita, hanno chiuso il cuore alla speranza.

 

Risuona ancora oggi in modo urgente il mandato che il Crocifisso di San Damiano fece a Francesco di Assisi: “Va’ e ripara la mia casa”, invito che rinnoviamo a ognuno di voi. Lo stesso Francesco ha interpretato questa parola, prima come un invito a “riformare” la sua vita “che era in rovina”, per poi contagiare, con la sua conversione, la Chiesa e il mondo intero.

Sempre lo Spirito ha provveduto a suscitare persone consacrate che, in ogni epoca, hanno reso presente quell’Amore che non si stanca di chinarsi verso la miseria umana.

In particolare, in questi ultimi secoli, ha suscitato una molteplice varietà di carismi dediti soprattutto ai tanti poveri ed emarginati a causa delle nuove ideologie. Non sono stati proprio questi carismi a tenere in piedi “l’architrave della misericordia” e a sorreggere la vita della Chiesa?

 

Gesù è il volto dell’amore paterno e materno di Dio. Simeone e Anna riconoscono e benedicono come “Lumen gentium” il volto visibile di quel Dio che “nessuno ha mai visto” e che si fece carne in Gesù Bambino.

Chiediamoci come questo volto misericordioso, che è il cuore del Vangelo, possa e debba “rivoluzionare” (il Papa parla della rivoluzione della tenerezza) il nostro modo di pensare e di vivere, di celebrare e di testimoniare con le opere caritative la missione stessa di Cristo. Ciò richiede una profonda revisione di vita che porti a superare pesantezza e stanchezza, a non cedere alla mediocrità e alla mondanità spirituale, a non fare della vita consacrata un luogo protetto, a svegliarsi e ad abbandonare ogni stile di vita non evangelico. È proprio la Misericordia che ci chiede questa profonda conversione: “L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro”.

Fa eco papa Francesco: tutto “dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza” e nulla “può essere privo di Misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’Amore misericordioso e compassionevole” (MV 10).

Come dare oggi un volto all’amore misericordioso di Dio? Il volto è sempre qualcosa di concreto, non un’idea astratta. Si rende visibile nelle opere di misericordia corporali e spirituali. Santa Teresa del Bambin Gesù si è offerta vittima all’Amore misericordioso, moltiplicando le attenzioni nei confronti delle sorelle, intercedendo incessantemente per le necessità della Chiesa missionaria.

Santa Faustina Kowalska chiede al Signore la grazia di essere interamente trasformata nella sua divina misericordia: occhi, udito, lingua, mani, piedi e cuore.

La Beata Madre Speranza diceva: “Un amore che non opera non è amore, se non riscalda e non brucia non è amore”.

Voi consacrati e consacrate, per vocazione, avete un particolare compito nel mantenere accesa questa “fiamma viva di amore” (San Giovanni della Croce), perché, come ricordava saggiamente il Beato Paolo VI, “Ogni istituzione umana è insidiata dalla sclerosi e minacciata dal formalismo… pertanto è necessario ravvivare incessantemente le forme esteriori con lo slancio interiore, senza il quale esse si trasformerebbero ben presto in carico eccessivo” (Evangelica Testificatio, n. 12).

Le tre parole che il Papa vi ha indicato nel logo per l’anno della vita consacrata sono: Vangelo, Profezia, Speranza. Siate sempre portatori della gioia del Vangelo in una società sazia e, tuttavia, triste e senza orizzonti di senso. Lo farete attraverso la Profezia della vostra vita povera, casta, obbediente, con cui svegliare un mondo addormentato nell’edonismo e nell’indifferenza. Così diventate testimoni di Speranza per tanti fratelli e sorelle che si sentono soli e tentati dalla disperazione per le situazioni che attraversano. In particolare per chi si sente più disgraziato, abbandonato e miserabile, voi dovrete essere sguardo di compassione e mani operose, riflesso di quella tenerezza immensa di padre e di madre con cui Dio ama tutti i suoi figli.

Se l’anno scorso vi chiedevamo di portare l’abbraccio di Dio a tutti, in continuità con quel messaggio, quest’anno vi supplichiamo di essere volti concreti dell’amore di Dio che si china sulle molteplici miserie. Date un volto alla misericordia, fate risplendere nella vostra testimonianza lo splendore del volto di Cristo, accogliendo il profugo, il drogato, l’affamato e nudo, il senza casa o senza lavoro, il coniuge separato o divorziato, il bambino abusato, l’anziano solo, il carcerato, il malato incurabile, il padre e la madre che non sanno come portare avanti la famiglia. Risuona attuale l’invito della Beata Teresa di Calcutta che diceva: “Anziché lamentarsi delle tenebre, è molto meglio accendere una piccola luce”.

Voi persone consacrate siate quegli angeli che accompagnano le sorelle e i fratelli feriti ad attraversare con fiducia la porta della misericordia. Noi, infatti, per primi siamo coloro a cui è stata usata misericordia, siamo stati amati, accolti e perdonati mille volte, e quindi possiamo solo cercare di essere umilmente e pazientemente “misericordiosi come il Padre”.

La Vergine Maria ha assicurato che la misericordia di Dio attraversa tutte le generazioni. Sia Lei, la felix caeli porta, a rendere efficace la vostra missione in un mondo che ha bisogno di Amore e Misericordia.

 

Roma, 28 gennaio 2016

Memoria di San Tommaso d’Aquino

La Commissione Episcopale

per il clero e la vita consacrata

 

 

“Ogni comunità, e ogni famiglia, sappia trovare tempi e modi

per sospendere ogni sua attività e sostare in preghiera comune”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/trasfigurare-la-sintesi-di-goffredo-boselli/)

 

Il recente Convegno ecclesiale di Firenze, il IV della Chiesa italiana, che ha avuto per titolo ‘In Gesù Cristo il nuovo umanesimo’ (cfr.: http://www.firenze2015.it/ ), è stata una significativa esperienza di comunione e di fraternità. La presenza di papa Francesco e la sua vicinanza alla gente, simbolicamente confermata dalla sua visita a Prato, che esprime una attenzione particolare al mondo del lavoro e alle sue problematiche, ha trovato eco in una dinamica di confronto e di dialogo assai significativa all’interno del Convegno.

Al di là, infatti, dei contenuti discussi ed esplicitati, maturati anche dai contributi giunti nei mesi precedenti dalle varie diocesi d’Italia, sembra che i partecipanti abbiano messo in evidenza come una novità che suscita speranza il metodo di lavoro impiegato. Mons. Galantino, segretario della CEI, l’ha sintetizzato come ‘espressione della sinodalità della Chiesa’. E il tema della sinodalità sembra essere il tratto ecclesiale che meglio esprime la novità del Concilio Vaticano II, assunta decisamente da papa Francesco, sulla scia del cammino aperto dai suoi predecessori. A Firenze, mi pare, si è avuta come l’impressione che le intuizioni e le direttive che vengono ‘dall’alto’, cioè dalla riforma in atto a livello di Vaticano, possa arrivare anche alla base, dove – hanno sottolineato i partecipanti al Convegno – se da un lato esistono emblematiche e decennali esperienze profetiche di servizio e di comunione (per cui la Chiesa italiana ‘non parte da zero’), dall’altro si vivono in prima linea le contraddizioni di atteggiamenti individualisti e clericali che ancora persistono. In effetti, alcuni vescovi sono tornati a casa con il desiderio di ‘applicare’ il metodo anche nei percorsi diocesani.

 

“L’esperienza e lo stile che abbiamo vissuto destano un desiderio di modalità di vita ecclesiale”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/uscire-la-sintesi-di-don-duilio-albarello/)

 

Sinodalità, metodo, comunione… Ma di che cosa si è trattato, in pratica? Qual è stata la novità di questo Convegno che ha colpito così tanto?

È stato proprio il modo in cui si è lavorato: i circa 2000 delegati delle diocesi italiane sono stati organizzati per 2 giorni in 200 tavoli, suddivisi nei 5 grandi temi che facevano da assi portanti del contenuto (i verbi: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare). Ogni tavolo, animato da un facilitatore, era costituito quindi di 10 membri, chiamati a confrontarsi, discutere, dialogare sul tema in assoluta libertà e confidenza, per poi ‘passare’ il succo del lavoro ai 4 moderatori della propria area di lavoro, e ascoltare il tutto sintetizzato da 5 voci nell’assemblea conclusiva dell’ultimo giorno.

Ma ancora non ho detto il tratto più bello di questa metodologia, per noi forse a dir poco nota: ciò che ha colpito tutti è stato il fatto che ai tavoli erano seduti ‘alla pari’ vescovi, presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, laici e laiche! Un piccolo dettaglio per capirci: i tesserini di riconoscimento portavano soltanto lo spazio per il nome e il cognome, non per il titolo o il ruolo. Tutti accomunati dal battesimo, tutti chiamati ad ascoltare e a opinare senza appellarsi a un pregiudiziale concetto di autorità che a volte è dato dal titolo, o meglio dalla maniera (anche metodologica) in cui si interpreta un ruolo. Ne sono nate così ricchissime esperienze di relazione prima di tutto umana! Ecco il nuovo umanesimo! Ecco la sinodalità e la comunione!

 

“È forte in tutti i gruppi di lavoro la volontà di creare relazioni, prendersi cura e accompagnare.

Passare da una attenzione esclusiva verso chi viene evangelizzato

a una specifica attenzione a chi evangelizza”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/annunciare-la-sintesi-di-flavia-marcacci/)

 

Non ci sentiamo di etichettare il tutto come ‘niente di nuovo sotto il sole’. Anzi: la scelta di privilegiare questo incontro fraterno, pur preceduto dalle validissime conferenze per inquadrare il tema, ha ricadute enormi, mi pare, sul modo di percepirsi come Chiesa e obbliga, più che a soffermarsi su particolari concetti teorici – che forse non sono stati, e magari neanche potevano essere, di particolare originalità – hanno messo in moto nuovi dinamismi di relazione e quindi di azione. Perché dalle relazioni, molto più che dalle idee, nascono le motivazioni!

A questo punto, è sorta in me la personale e comunitaria domanda vocazionale, per quanto riguarda la nostra Famiglia. Nessuno di noi – religiosi, sorelle, amici – era presente al Convegno. Peccato, mi viene da dire! La Famiglia di don Ottorino non c’era. D’altro canto, è comprensibile, vista la nostra piccolezza e anche l’attuale tempo di fragilità delle nostre comunità. Ma tra noi ci sono anche persone estremamente impegnate negli ambiti diocesani e nazionali, oltre che parrocchiali. Tuttavia, fisicamente non c’eravamo. Spero almeno che abbiamo potuto seguire, con interesse e passione, alcuni passaggi del cammino ecclesiale, perché per noi è costitutivo essere incarnati e vivi dentro la realtà ecclesiale della nazione in cui operiamo. Fa parte del nostro DNA! E anche se a volte la complessa e variegata realtà italiana ci può spaventare o ci può sembrare troppo impegnativa e grande – sì, a volte ci sembra più impegnativa l’Italia che non le missioni in altri Paesi! -, spero davvero che abbiamo potuto gustare ancora una volta la bellezza della nostra Chiesa e lodare Dio perché ci chiama a farne parte, con la nostra originalità e povertà insieme.

 

“Vivere la realtà della parrocchia in maniera adeguata alle sfide del nostro tempo

lasciando più spazio ai carismi dei laici”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/abitare-la-sintesi-di-adriano-fabris/)

 

Ma ho anche pensato: che cosa sono stati i tavoli di lavoro di Firenze se non una esperienza di ‘laboratorio’ così come abbiamo vissuto noi preparando il Capitolo e l’Assemblea della Famiglia di luglio 2015? E che cosa sono stati questi laboratori se non la concretizzazione – limitata e da rivedere, ma validissima – dell’intuizione delle ‘comunità ministeriali’ così come sono state teorizzate e sperimentate per 3 anni nella realtà pastorale di Crotone? Non abbiamo puntato anche noi proprio alla ‘relazione alla pari’, al coinvolgimento di tutti, al dialogo che fa crescere, attraverso la conoscenza, anche nella corresponsabilità?

Certamente ci sono aspetti da verificare, ed è un processo da monitorare costantemente. Ma anche a Firenze vi sono stati elementi da migliorare: le sintesi conclusive, per esempio, non potevano tenere conto del contributo di tutti i tavoli, perché era troppo poco il tempo dell’ascolto dei facilitatori! La scelta dei delegati delle diocesi, poi, ha lasciato uno spazio troppo limitato alla presenza di giovani.

Ma non fa parte del metodo anche la verifica? E a proposito di metodo, non si è trattato – a Firenze – di un evento speciale di discernimento comunitario ecclesiale, così come noi ci proponiamo di vivere in uno stile famigliare? E allora, quando noi parliamo di famiglia e di spirito di famiglia, non stiamo esprimendo in termini più affettivi l’idea di sinodalità?

 

“Favorire il discernimento e la cura di coloro che la comunità

ha individuato come educatori e formatori”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/educare-la-sintesi-di-sr-pina-del-core/)

 

Sento insomma che la Famiglia di don Ottorino è stata presente a Firenze più di quanto possa sembrare: nella propria ricerca interna e nel desiderio di uno stile sempre più fedele al Vangelo e ai segni dei tempi. Ne sono uscito consolato e confermato. Allo stesso tempo, però, come ogni Parola di Dio, mi sono sentito interpellato, perché mi chiedo come riuscire a far interagire maggiormente le nostre intuizioni carismatiche e le vie di sperimentazione e di crescita che cerchiamo di vivere con il cammino della Chiesa italiana, dalla quale continuiamo a ricevere tanto, ma che allo stesso tempo siamo chiamati a servire con la nostra specificità carismatica. Se il metodo reso manifesto a Firenze è quello indicato, se anche per noi la dimensione del discernimento è fatta soprattutto di volti e incontri, allora non c’è dubbio che il nostro servizio deve passare attraverso un costante e intenso investimento sulle relazioni.

C’è dunque bisogno di persone che si preparano, di energie che si investono, ma anche e soprattutto di una profonda consapevolezza vocazionale, circa la ricchezza del dono che abbiamo ricevuto e che non ci appartiene. Una certa visibilità non ha niente a che fare con l’esibizionismo e la ricerca di sé vanitosa e superba: è piuttosto una coraggiosa e a volte dolorosa risposta alla vocazione che ci è stata data, perché la lucerna non può restare nascosta sotto il moggio.

In questo, vorrei sottolineare l’intuizione capitolare e il rapido passo profetico realizzato dal Consiglio, nel costituire e rendere subito operativa l’Equipe centrale della Famiglia, per camminare insieme (=met-odo) religiosi, sorelle e amici, come in un unico ‘tavolo’ telematico (e non solo) di discernimento comunitario (=sin-odale). L’esperienza che abbiamo iniziato e che pian piano diverrà patrimonio della nostra tradizione carismatica può dare alla Chiesa italiana, umilmente ma decisamente, un significativo esempio di intreccio tra la dimensione locale e nazionale e l’apertura alla missionarietà e alla internazionalità. E per noi religiosi pastori, sorelle e amici incarnati nella Chiesa italiana probabilmente il confronto con i frutti del Convegno di Firenze può divenire un importante strumento di maturazione nel discernimento dei prossimi 10 anni di cammino.

Non sarà facile, non mancheranno le fatiche e anche i fallimenti; ma ci sembra che questa possa divenire la sofferenza della Croce, perché in tutti percepiamo un sincero e profondo desiderio di unità, che in fondo è la matrice più autentica della sinodalità auspicata dal Concilio, dai nostri papi, dal Convegno di Firenze.

don Luca Garbinetto

DESIDERIO, INCONTRO, SEQUELA

Mc 10, 46-52 – XXX domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

A Gerico avviene un incontro tra figli. Il figlio di Timeo incontra il figlio di Davide, che è anche figlio di Giuseppe. E il figlio di Giuseppe, venuto dal nord, dalla Galilea, restituisce a Bar-timeo (figlio di Timeo in ebraico) la dignità di figlio di Davide. Bartimeo, come Gesù, appartiene a un popolo, al popolo eletto. L’aveva scordato, mendicante di attenzioni e di pane, e ne era rimasto escluso: imprigionato dalle norme e dalla folla, dalle paure che diventano catene.

È anche incontro tra un figlio dell’uomo e il Figlio di Dio. E in questo incontro Gesù, che si è fatto Figlio dell’Uomo, dona a Bartimeo la consapevolezza di essere chiamato a divenire figlio di Dio anche lui. È una storia di fratellanza, dunque, smarrita e ritrovata. È una storia di vocazione: nell’incontro, Gesù restituisce a Bartimeo la bellezza di scoprire se stesso e di decidere di vivere da protagonista la propria vita con Lui.

Sembrano delinearsi tre tappe di un itinerario vocazionale: il desiderio, l’incontro, la sequela.

Bartimeo, al passaggio di Gesù, sente sgorgare da dentro un desiderio che era rimasto forse nascosto, seppellito, ammutolito dall’oscurità e dalla Legge da tanto tempo. È probabilmente e semplicemente il desiderio di vivere, di appartenere, di esistere ed essere riconosciuto da qualcuno. Esce in maniera scomposta, come capita spesso a noi, ai nostri giovani, a ogni persona. Esce come un grido esagitato, fuori luogo, che turba. La folla cerca di farlo ritornare al proprio posto, spento nel silenzio delle proprie viscere buie e abbandonate. Qualche volta rischiamo anche noi, inesperti pedagoghi, di tacciare il grido del desiderio, perché lo percepiamo esagerato, scomposto, inadeguato, fuori dalle righe. Urge, invece, aiutarci e aiutare a far tornare a galla, nel tram-tram quotidiano, il trepidante bisogno di alterità, di trascendenza, che significa relazione autentica. Il figlio dell’uomo non può vivere solo, né tanto meno escluso. Ha bisogno dell’altro, e quindi di Dio. Per questo cerca un altro Figlio a cui rivolgersi! E grida…

Gesù si ferma. Avviene l’incontro, la chiamata. Anche la chiamata passa attraverso la folla, la stessa folla irritata e spaventata dalla difficile gestione del desiderio. È la Chiesa, povera, affannata, ammassata attorno al Maestro, di cui poco capisce, ma che qualche volta sa accompagnare nella sua appassionata tenerezza per l’ultimo. Avviene l’incontro, tra il Figlio di Davide e il figlio di Timeo, tra Gesù e ognuno di noi, che ci riconosciamo figli della nostra storia, fragile e irripetibile allo stesso tempo. L’incontro toglie dall’anonimato definitivamente. Siamo preziosi agli occhi di Gesù: la nostra voce, pur sconclusionata e stonata nel coro del mondo, è cara al Figlio di Dio. È Lui che, cercato, ci cerca. È Lui che, desiderato, ci attrae a sé. E Bartimeo butta via le sue difese e le sue resistenze antiche, quel mantello che gli concedeva di sentirsi a posto anche nella sua passività, perché decide di lasciarsi incontrare. Dall’incontro con Gesù scocca la scintilla della fede e dell’amore che salva.

E infine, terzo e necessario passo che nasce da questa relazione nuova, ecco la decisione di partire, di mettersi in cammino, di seguire le tracce del Figlio di Dio per vivere non soltanto da fratello, ma anche da amico. Gesù apre gli occhi oscurati dal peccato, che ha tante manifestazioni e conseguenze personali e sociali. Gesù ridona la vista sulla propria identità profonda. Gesù restituisce la consapevolezza che la luminosità dell’esistenza dipende più dalla nostra voglia di camminare che dai cliché applicati a noi dagli altri. Siamo liberi, perché Gesù ci rende liberi nella cura della nostra relazione con Lui. E libertà significa legame, ora imprescindibile, irrevocabile: la sequela realizza, passo dopo passo, quella brama di trascendenza che ha urlato nella povertà tutta la passione del figlio. E la folla? Rimane lì, silenziosa; siamo noi, la Chiesa, lasciati liberi di dare la nostra risposta.

Desiderio, incontro, sequela. Ecco l’itinerario della nostra vocazione, come della vocazione di Bartimeo. Che nel lasciarsi coinvolgere in questa spirale di liberazione, scopre la luce di sapersi Bar- Abbà: Figlio del Padre, come Gesù.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

GUARDARE CON LO SGUARDO E IL CUORE DI GESÙ

DOMENICA XXVI - B

Nella Parola di ogni domenica è Gesù che ci parla. È sempre lui che si dona a noi. E noi in questa Parola vogliamo accoglierlo, comprenderlo, amarlo per donarci a nostra volta a lui e donarlo anche ad altri. In questa domenica la Parola, che è lui, ci sorprende con una sua presa di posizione, potremmo dire, fuori dalle righe.

I MAGI, CERCATORI DI DIO

Mt 2, 1-12 – Solennità dell’Epifania di nostro Signore

Commento per lavoratori cristiani

Il cammino dei Magi, venuti dall’oriente, simbolo di tutte le nazioni presenti sulla terra, è da sempre immagine del cammino di ogni uomo che cerca sinceramente Dio. Sono uomini sapienti, desiderosi di scoprire la profondità del senso della vita, abituati a scrutare i misteri del cielo e della terra. Richiamano anche noi alla sapienza del cuore, alla cura di quell’atteggiamento fondamentale per la vita che ci spinge ad andare oltre le apparenze, a non accontentarci del superficiale, a penetrare in profondità la presenza di un Oltre in ogni piccola cosa che viviamo.

I Magi sono immagine del nostro cammino di scoperta della nostra vocazione, del meraviglioso progetto d’amore intessuto da Dio nella nostra storia personale. In qualche modo, sono l’esempio di chi sa di non essere mai arrivato: sono uomini spirituali, poiché mantengono uno spirito in ricerca e desideroso di crescere per tutta la vita.

Il discernimento, dunque, sembra proprio essere il loro stile di vita. La formazione ricevuta – e sicuramente è stata tanta! – non si è ridotta a essere un pacchetto assunto e incamerato una volta per sempre. La formazione degli uomini e delle donne di Dio, infatti, è sempre con-formazione a Colui che chiama e seduce. E la vocazione a essere ‘di Dio’ è per ogni uomo e donna nati su questa terra!

Anche i Magi si sono sentiti chiamare, prima senza comprendere bene, poi con sempre maggior chiarezza: la stella, segno della presenza di Dio, ha lasciato il posto all’incontro personalissimo con Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo.

Siamo così invitati anche noi a verificare come viviamo il nostro processo di formazione umana, spirituale, religiosa. Essere cristiani significa donarsi totalmente giorno per giorno, senza mezze misure. Con-formarsi a Colui che ci ha fatti suoi vuol dire darGli tutto, senza trattenere nulla per noi, perché tutto da Lui abbiamo ricevuto.

I Magi ci fanno ancora una volta da specchio evangelico. Essi infatti viaggiano portando dei doni, che poi lasciano davanti al piccolo Gesù. La tradizione li ha riconosciuti come omaggi alla divinità e alla regalità del Figlio di Dio, come annuncio della sua Passione. Noi vogliamo coglierli come un’offerta di se stessi e dei popoli da cui provengono e a cui torneranno come evangelizzatori.

L’oro, infatti, può indicare tutto il bene che essi hanno compiuto nella loro vita: i moti di bontà, le opere di misericordia, i gesti di servizio. L’oro è la dignità della persona, di ogni persona, che si manifesta in atteggiamenti e scelte di diaconia verso i fratelli. È la bellezza più evidente dell’essere umano, che i Magi porgono a Gesù, in segno di gratitudine, perché sanno di avere ricevuto tutto da Dio.

L’incenso è l’intimo desiderio di andare oltre, la nostalgia di infinito che abita i loro cuori, la spinta alla trascendenza che li muove. In fondo, si sono messi in cammino per questo, per dissetare la loro sete di Dio. Così è l’uomo: l’unica creatura al mondo capace di relazione con Dio! La preghiera, il silenzio della meditazione, la celebrazione della vita, che per noi cristiani diventa liturgia, sono elementi indispensabili per essere veramente uomini. Esigono la capacità di fermarsi e di ascoltare se stessi, e la voce di Dio in noi. I Magi porgono a Gesù anche questa vita interiore, di cui sono umilmente riconoscenti.

E infine la mirra. Unguento destinato ai defunti, essa è simbolo di tutte le sofferenze e i dolori dell’uomo e della donna, di ogni popolo. L’esperienza della fragilità è parte costitutiva dell’essere creatura,e per i figli dell’uomo è necessario percorrere un itinerario che aiuti a riconciliarsi con la propria debolezza. Quanta paura ci fa la morte, di cui ogni contatto con la vulnerabilità è annuncio! I Magi offrono a Gesù anche la loro piccolezza, perché sanno che solo in Dio essa trova senso: nella nostra miseria, siamo invitati ad alzare lo sguardo per contemplare l’infinita misericordia di Dio, e sarà Lui che trasformerà la nostra povertà in umiltà.

Nella carovana dei Magi siamo anche noi. Facendo il punto del cammino, siamo invitati a riflettere e a condividere la nostra bellezza, il nostro rapporto con Dio, la nostra fragilità. Quanto più scopriamo chi siamo e ci riconosciamo in queste dimensioni del nostro esistere, tanto più siamo capaci di condividerle per trasformare i nostri incontri in fraternità. Solo la relazione autentica, infatti, svela e guarisce, scava e accoglie, libera e fa crescere.

 

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

ACCANITI NEL PERDONO

Mt 18, 15-20 – XXIII domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Il conflitto, l’errore, lo sbaglio fanno parte dell’esperienza di ogni relazione e di ogni convivenza. Ci sono individui che si accaniscono a denunciarli e a condannarli, puntando il dito senza pietà sui presunti responsabili. E ci sono, dal lato opposto, coloro che – oggi sempre più frequenti – sostengono una vaga autodeterminazione, per cui ognuno può fare della propria vita quello che vuole, a patto che il suo libero arbitrio – e quindi anche i suoi sbagli – non intralcino la loro esistenza. Questi ultimi diventano estremamente violenti quando qualcuno, imprudentemente, sfiora appena la loro rigida autonomia. I due atteggiamenti, forse, non aiutano…

Eppure non c’è verso di incontrare da nessuna parte una comunità o una famiglia, un gruppo di colleghi o di amici, in cui prima o poi non emerga la fatica della diversità. In qualsiasi angolo del mondo si decida di scappare per mettere alla prova i propri sogni di pace, si rischia la delusione. L’ideale di una condivisione senza screzi né tensioni pare riconducibile soltanto a illusorie propagande televisive o a seducenti artifici di manipolazione sociale e politica.

La cosa va presa sul serio: è una questione di verità, e quindi di vita o di morte. Chi si illude di raggiungere un giorno la perfetta – cioè asettica – relazione, priva di ogni attrito tra le persone, si condanna da solo al perfetto isolamento!

Tale realtà è così inscritta nella nostra natura umana che lì si manifesta il nostro autentico esistere come irripetibili creature predilette da Dio. È la stessa diversità, che ci caratterizza come persone singole e originali, ognuna differente dall’altra, che presuppone di doversi riconoscere, accogliere, accettare come irriducibili agli schemi e alle attese reciproche. Per il solo fatto di non essere uguali, qualche contraddizione o qualche tensione sarà inevitabile. Per questo non ha senso, anzi, è controproducente insistere su una omologazione delle esistenze a livello mondiale.

Siamo originali, siamo unici al mondo, così come siamo stati consegnati a noi stessi. E allo stesso tempo lo siamo e lo possiamo scoprire soltanto nella misura in cui ci giochiamo la vita nei rapporti così come sono, facendocene carico gli uni per gli altri.

Ecco allora il paradosso che ci propone Gesù, in quella che potremmo riconoscere come la versione pratica della regola d’oro di ogni comunità cristiana: ‘Fai agli altri quello che vuoi che gli altri facciano a te’ (cfr. Mt 7,12). Gesù ci suggerisce, o meglio, ci raccomanda come necessaria la correzione fraterna.

Sembra piuttosto incoerente: si può fare la correzione a un fratello che ha sbagliato, partendo dalla considerazione che anch’io avrei piacere che lui facesse lo stesso con me? Chi, ad essere onesto e al di là di affermazioni moraliste e idealizzanti, può sostenere di provare piacere quando qualcuno gli fa un appunto o una sottolineatura su un proprio errore?

Ebbene sì: Gesù ci invita a scoprire tutta la forza e la potenza liberatrice di questa regola d’oro. ‘Vorrei che tu mi correggessi’ – ‘mi corrigerete’, disse simpaticamente papa Giovanni Paolo II dal balcone della Basilica di San Pietro – non perché mi fa provare piacere, ma perché ho capito che soltanto nel tuo coraggio di affacciarti alla mia povertà si apre il cammino di una relazione autentica.

Nel comandamento di Gesù di farsi carico dello sbaglio del fratello, di portare il peso del suo peccato, non c’è un accanimento di giudizio. Al contrario, c’è l’insistenza della pratica del perdono, che però parte dalla consapevolezza che il peccato esiste. Ed esiste prima e soprattutto il mio. Il peccato è l’espressione estrema, dolorosa, lacerante, sfigurante della mia fragilità. ‘Vorrei, caro fratello, che tu non scappassi di fronte alla mia fragilità, che non ti spaventassi al punto da lasciarmi solo, deluso e stremato dalle mie cadute’. Solo chi vive con questa invocazione cosciente nel cuore è disposto a porsi accanto all’altro con l’atteggiamento della misericordia e della giustizia che Gesù pratica e insegna.

A partire dalla consapevolezza della propria debolezza, del proprio peccato perdonato dall’accanimento al perdono di Dio, il fratello che ama veramente si avvicina a colui che ‘commette una colpa’ per condividere la stessa esperienza di riconciliazione profonda. Lo invita a non avere paura della propria miseria, e lo  invita a porsi faccia a faccia con la corrente di perdono che la può riempire. Questa corrente, però, non è un passaggio indolore e anestetizzante, che fa finta di non vedere il dramma dell’uomo incallito nella propria autoreferenzialità. Anzi: si tratta di una scossa che brucia, di una scarica di vita che ha il potere di scardinare le resistenze dell’orgoglio e dell’autocommiserazione. Ma c’è bisogno di lasciarsi coinvolgere in questa cura radicale.

La comunità vera si fonda in questa capacità di farsi carico l’uno dell’altro e di lasciarsi portare sulle spalle reciprocamente. A volte è più faticoso farsi aiutare che aiutare. Ma è anche doveroso non passare oltre l’errore che sta frantumando l’esistenza del fratello. Probabilmente, il peccato più grave che si vive nelle relazioni umane, sia negli ambiti sociali che in quelli religiosi, è il peccato di omissione. Che è anche un peccato di incoscienza: non ci si rende conto di come la colpa possa distruggere interiormente – oltre che esteriormente – una persona.

Il peccato di omissione praticato sistematicamente nelle comunità cristiane è la radice remota – o non tanto remota – dell’indifferenza con cui si osservano i drammi dell’umanità ferita. Interi popoli perseguitati e oppressi, tragedie umanitarie di dimensioni planetarie, ideologie camuffate di pratiche religiose traboccano ogni giorno in fiumi di sangue. Ma la nostra preghiera, la nostra invocazione di figli spesso trascura e dimentica tanto dolore.

Riuniti, due o tre, nel nome del Padre, rischiamo di ‘passare oltre’ (cfr. Lc 10,29-37): perché il grido degli innocenti sofferenti ci obbliga – più che a qualche lacrima spesa di fronte a una schermata digitale – ad alzare lo sguardo verso chi ci sta accanto per coglierne le derive e le lacerazioni, assumendone le conseguenze insieme per un cambiamento che sia reale e non illusorio. Enorme responsabilità!

Ma d’altro canto, una comunità umana sarà immagine della Trinità divina soltanto nella misura in cui genererà legami che sciolgono i nodi delle paure e della solitudine, spesso matrici di tante sciocchezze che si combinano.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

Parrocchia e vita religiosa

Siamo religiosi pastori: come consacrati, viviamo in piccole comunità; come ministri ordinati, siamo preti e diaconi ed assumiamo insieme la guida pastorale delle parrocchie, con una attenzione privilegiata ai giovani e ai lavoratori.

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