TERRA DI DELIZIE

Lc 7, 11-17 – X domenica del tempo ordinario – Anno C

Commento per lavoratori cristiani

Due folle in cammino si incontrano.

Vi è una folla pellegrinante, che dalle periferie entra in città. Camminano con il Signore della vita coloro che da moltitudine desiderano divenire popolo, e riconoscersi in un luogo che divenga appartenenza. Un luogo che ha un nome, destinato a rimanere scritto nei secoli: la città si chiama ‘Delizie’, ed è la terra promessa, meta di chi intraprende il proprio viaggio dietro al Maestro. La folla che entra a Nain, quindi, è un popolo in esodo, che cerca lo sposo del Cantico con cui condividere la dimora e la terra in cui scorre latte e miele.

Un’altra folla, invece, esce. Un corteo di morte, molta gente raggruppata attorno a una bara portata in spalla, come giogo pesante sulle spalle degli uomini ma soprattutto sul cuore di una madre vedova. Questa gente percorre le strade ordinarie, conosciute e calpestate ogni giorno, sulle tracce di una donna senza marito: rimasta sola, ora anche la vita appare definitivamente averla abbandonata. Perché il figlio è l’eredità promessa, è l’Alleanza che si compie: e ora non è più! La folla che cammina sulle tracce di un morto è una moltitudine senza speranza, aggregata da una tradizione religiosa destinata solo alla tomba.

Le due folle si incontrano. La vita incrocia la morte, il ventre ormai reso sterile dal fallimento viene sfiorato dalla fecondità dello Sposo. Un ponte si genera, inatteso e sorprendente come lo è la vita nuova in Cristo. Uno sguardo e le viscere di misericordia di Gesù gettano le travi di questo contatto. Gesù la vede: vede la donna, vede il suo pianto, vede il suo grembo inaridito. È la donna che lo colpisce. Ed è invece il grembo di Gesù a sussultare di compassione. Vedere e sentire: ecco i movimenti della misericordia.

Gesù è la vita che non rifugge lo sguardo profondo e vero su ciò che della vita fa parte: il passaggio della morte. Gesù sa che non c’è esodo senza l’attraversamento di questo guado. Gesù però conosce le profondità delle acque in cui ogni figlio inizia la sua esistenza, ed anche lo Spirito genera alla vita nel battesimo.

Il resto è la tenerezza che si fa evento. La misericordia che salva non è mai astratta e teorica. Gesù si avvicina per asciugare il pianto, dopo averlo riconosciuto e accolto: sarà il pianto di sua Madre, della nostra Madre sotto la croce. Gesù tocca la bara, preparandosi a starci dentro, a penetrare le profondità della terra, fino a invadere con l’esultanza della vita anche il regno dei morti. Gesù ferma così il flusso della disperazione e l’onda della folla che si allontana dalle Delizie promesse, per annunciare e realizzare una trasformazione definitiva: ‘Alzati!’. È la resurrezione, che nel Suo corpo glorioso troverà il compimento definitivo.

‘Ragazzo, dico a te…’ …a te, con il tuo nome unico e irripetibile, figlio amato di un amore fedele e inesauribile! …a te, che sperimenti la morte del cuore, che ti senti orfano di padre, che ti accorgi di avere tante volte abbandonato la madre! …a te, prediletto da sempre: Dio ti dice ‘Alzati!’.

È una storia che si compie nella meraviglia di un incontro personalissimo, come quando nell’intimità degli sguardi gli occhi si riconoscono e nel riconoscersi a vicenda ritroviamo energia di vita.

Allo stesso tempo, è un incontro che trasforma una massa in un popolo, e che trasfigura l’antico patto, incapace di donare vita, nella nuova Alleanza, in cui la Chiesa si rinnova, resa sposa e madre dall’Amante.

Siamo coinvolti in questo mistero di salvezza, chiamati a scegliere non tanto in quale corteo stare, ma a quale sguardo rivolgere i nostri occhi. Se ancora esitiamo, aggrappati alle bare della nostra esistenza, oggi si rinnova la buona notizia: anche noi possiamo girare lo sguardo, convertirci allo Sposo e ritornare a guastare le Delizie del Suo banchetto.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL LINGUAGGIO DELL’AMORE

Gv  14, 15-16.23-26 – Solennità della Pentecoste

Commento per lavoratori cristiani

 

Stamattina hanno suonato alla porta. Sono andato ad aprire: il giovane che stava lì in attesa si era voltato, guardando altrove. All’affacciarmi, sono rimasto sorpreso: sembrava non essersi accorto del mio arrivo, e anche al mio altisonante ‘buongiorno’ non ha dato cenni di risposta. Ho insistito, alzando un poco la voce. Lui era lontano alcuni passi, per cui a un certo punto, tra lo stupito e l’infastidito, mi sono avvicinato, ponendomi davanti al suo sguardo. Mi ha sorriso e mi ha porto subito una cartellina con una penna: chiedeva aiuto, qualche offerta, senza però dire una parola… Era sordomuto!

Non c’è dubbio che lo Spirito, a tempo opportuno, sa stupire e trasformare la preghiera in vita. La Pentecoste è festa della comunicazione, è inno all’incontro, è mistero di unità nella diversità dei linguaggi. Ed ecco allora, improvvisamente come improvvisa è la vita ordinaria, l’opportunità di renderla carne e di lasciare operare lo Spirito.

Per comunicare con un sordomuto c’è bisogno di pazienza, arte e fantasia. Ma soprattutto, c’è da spogliarsi dalla presunzione di esserne capaci. C’è da lasciarsi coinvolgere in una relazione che all’inizio ha un sapore buffo, e ti mette nella condizione di scoprire la tua rigidità e di smascherare quanto sei impacciato e duro.

Siamo tutti un po’ sordomuti. Sordi verso le parole degli altri, verso i messaggi dei piccoli, verso le indicazioni della vita. Sordi anche verso noi stessi, e le esigenze più profonde del cuore, incasellate dentro schemi di comunicazione spesso inamidati e sclerotizzati. Così diveniamo sordi alla voce di Dio, supponendo di avere già ascoltato tutto il necessario, oppure – che forse è peggio – ritenendoci ormai inadatti ad ‘aprire gli orecchi, attenti come gli iniziati’ (cfr. Is 50,4).

E da sordi si rimane muti, incapaci di trasformare in dialogo la trepidante ansia di relazione che ci abita in corpo. Al massimo balbettiamo bisogni, senza accorgersi che, se viviamo alla superficie, anche i nostri messaggi rimangono sterili, a volte violenti, perfino utilitaristici.

Siamo comunità umane e cristiane di isole, così desiderose di incontro eppure così impaurite dal diverso. Siamo comunità monche, dalle lingue tagliate e dagli orecchi tappati. Siamo…

Ma oggi non vogliamo più esserlo! Oggi lo Spirito soffia, come vento impetuoso; oggi nuove lingue di fuoco scendono e si impossessano di noi; oggi il terremoto scuote la nostra interiorità e genera un trambusto nei nostri rapporti. Oggi è il tempo della Chiesa, dell’Assemblea nuova dei discepoli: è il tempo che vince la paura dell’altro e ci scaraventa nei piazzali ad annunciare l’Amore!

Dio infrange gli schemi in cui si sente stretto e che non possono trattenerne la creatività e la fantasia traboccante. Dio invia il Suo Spirito per renderci capaci di comunicazione e di relazione. Il Padre e il Figlio, nella loro diversità interdipendente, ci coinvolgono con passione ad imparare l’arte di tessere unità fra gli opposti. La lingua dell’altro ha bisogno di sciogliersi, ed è per questo che a me dà il coraggio di fare un passo, di pormi davanti al suo sguardo, di stringere le mani e di imparare a leggere le parole che escono timide e commosse dalle labbra strette.

La voce tenera dello Spirito consola e collega, congiunge menti e cuori, ma anche mani e passi. Per capirci, infatti, nel nuovo linguaggio dell’amore, c’è bisogno di esserci tutti interi, per scoprire il varco attraverso il quale passa l’incontro e l’accoglienza dell’altro.

Questi miracoli, e molto più, realizza lo Spirito di Dio, per chi si abbandona docile al suo doloroso e perseverante lavorio di artista. Lui, Persona che è Relazione, fa di noi verità e pienezza, sprigionando le energie nascoste. Così anche i sordomuti saliranno sui tetti e grideranno, cantando, la gioia del Vangelo!

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

UNA VOCE CHIARA E UNA MANO SICURA

Gv 10, 27-30 – IV Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

Il Buon Pastore dà la vita eterna alle sue pecore. Per avere in eredità la vita eterna è necessario entrare a far parte del gregge condotto dal Buon Pastore. Questo è il senso di ogni esistenza, ciò che orienta una vita umana verso la sua meta. La vita eterna che offre alle sue pecore il Pastore Bello è intessuta in un rapporto intimo e duraturo con Lui, per dare accesso al cuore del Padre, che è dimora di sicurezza e di felicità.

Per stringere la relazione vitale con Gesù, Bel Pastore, sono necessari due movimenti: l’orecchio vigile alle sonorità della Sua voce e la mano tesa a lasciarsi stringere dalla mano del Padre.

Il Pastore infatti chiama per nome. Si tratta di una esperienza di liberazione e di un sussulto di commozione. Il nome di ognuno di noi è stato pronunciato nel silenzio dei tempi dal Padre che ci ha creati; Egli conosce ogni pecorella da sempre, e nel pronunciare il suo nome le ha dato identità ed esistenza. Il nome è la totalità del nostro essere, e ne è anche la direzione da percorrere.

Il Padre, in confidenza, ha sussurrato ogni nostro nome all’orecchio del Figlio, Buon Pastore, e così Gesù rinnova il miracolo della creazione chiamando a voce alta le Sue pecore a seguirlo. La garanzia di entrare a far parte del Suo gregge non è l’appartenenza a una dinastia, o un cognome altisonante fatto di meriti e di virtù praticate; si diventa Sue pecorelle solo se si aprono gli orecchi in ascolto quando la Sua voce amorevole pronuncia ancora una volta il nostro nome.

Chiamandomi, Gesù mi invita a entrare in un dialogo con Lui. Mi interpella, in qualche modo mi invoca, perché mi convoca fra i suoi. Se Lui mi conosce da sempre, perché ha raccolto dal Padre le confidenze su di me, nel chiamarmi mi apre l’accesso al Suo cuore per poterlo anch’io conoscere.

È il mistero della vocazione. Rivelandomi chi è Lui, infinito desiderio di comunione, mi manifesta a me stesso chi sono io, intima nostalgia della stessa unità. Conoscerlo è tutto ciò che conta. Seguirlo  sulla scia dell’eco melodiosa e ferma con cui risuona il mio nome intonato dalla Sua voce è l’unica via per conoscerlo. Il Pastore si svela nell’agire amoroso, nel parlare franco e tenero insieme, nell’urgenza della carità. La Parola pronunciata diventa sempre evento: anche il mio nome, in me, plasma la mia verità. E così, chi ascolta il proprio nome pronunciato nell’intimità della preghiera, sente strutturarsi dentro una incrollabile vita interiore, che resiste alle intemperie del tempo.

È la vita eterna. Attuale e mai pienamente compiuta su questa terra. Mistero di gioia che trasforma, lasciandosi percepire senza mai poterla possedere del tutto. Per ora, almeno.

Ma l’eterno non tradisce. Colui che ‘è più grande di tutti’ non inganna e non abbandona. Il nome di ciascuno di noi, trepidanti e timorosi nella nostalgia di entrare a far parte del Suo gregge, è impresso a lettere di fuoco nel palmo della mano di Dio, l’Eterno. Il più antico tatuaggio, racconta la Parola, sta nella carne del Creatore che ha voluto legarsi definitivamente alla Sua creatura con vincolo indistruttibile d’amore.

Dunque stringere la mano del Padre attraverso le mani ferite e aperte del Figlio crocifisso e risorto è garanzia di vita eterna. Dentro agli smarrimenti della storia, frastornati dalle incertezze dell’umanità che rischia di perdere anche l’identità propria e di ciascuno, scossi dalle false idee che deformano la verità di noi stessi, ecco che ci sentiamo prendere per mano, come bimbi mai sicuri di avere davvero imparato a camminare da soli.

E il Padre stringe forte la presa! Non vuole lasciarci scappare, non vuole che nessun mercenario strappi le sue pecorelle amate da questo legame vitale.

‘Perché il mondo oggi ha tanta paura di parlare di Dio?’, mi ha chiesto un giovane 17enne. Forse perché il mondo si illude di poter stare in piedi senza lasciarsi stringere forte dal ‘più grande di tutti’, supponendo di poter vivere da lupo quando siamo tutti pecorelle. Forse perché ci si maschera di eroi o di vittime, senza accorgersi che siamo fatti per essere unità e relazione.

La voce del Figlio, che pronuncia nitido il mio nome, e la mano del Padre, che mi si porge e mi stringe nella mia insicurezza, manifestano la verità della mia esistenza. Sono al mondo perché qualcuno mi chiami e per rispondere; esisto per camminare aggrappato all’Amore e divenire così capace di sorreggere chi ancora traballa, perché ancora non sa di avere anche lui un nome dall’eternità.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL CORPO DONATO

Gv 13, 1-15 – Giovedì Santo (Messa in Coena Domini)

Commento per lavoratori cristiani

 

In alcuni Paesi dell’America Latina, quando si celebra un funerale, si dice che la messa è celebrata ‘a corpo presente’, per indicare che vi è la salma del defunto e per distinguerla dalla celebrazione di commemorazione.

Ciò che invece celebriamo oggi, e che continueremo a celebrare nei giorni santi del Triduo Pasquale – che sono come un unico santo giorno -, è una messa ‘a corpo donato’. Così è, infatti, di Gesù, della sua morte e risurrezione: un mistero di totale donazione! Esso culmina nel ‘corpo assente’ del sepolcro, dove non ci sarà mai più un cadavere a indicare la vicinanza di Dio all’uomo, ma la mancanza che alimenta un desiderio e una verità: Egli è risorto e noi siamo fatti per l’eternità!

Quest’oggi in particolare, nella memoria dell’ultima cena e nel gesto suggestivo e toccante della lavanda dei piedi, contempliamo il senso profondo di quanto accadrà domani e nella meravigliosa veglia pasquale. Il senso di tutto è proprio l’offerta senza misura, l’incondizionata consegna di sé che Dio compie assumendo senza limiti la nostra povera e fragile umanità mortale.

Gesù, Figlio fatto uomo in un corpo, che è carne abitata dallo Spirito, coinvolge in questa sua vita umana e divina anche i suoi discepoli più intimi, gli apostoli chiamati a continuare la sua missione. Gesù fa corpo con i suoi, attraverso il contatto dei corpi: la carezza delle mani che lavano i piedi, la delicatezza di asciugare e sollevare le piaghe del cammino, la tenerezza umile di un gesto che nemmeno lo schiavo era tenuto a compiere. Gesù rende tutti noi corpo con Lui: noi Chiesa siamo un solo corpo, il Corpo di Cristo che abita il mondo da salvare. Gesù Eucaristia è il Corpo vivo che rende viva la Chiesa, e la trasfigura in ogni Santa Messa facendo così presente ancora una volta il Suo Corpo.

Siamo invitati e anche resi abili, in questo giorno santo, di sentirci uniti come un unico corpo, ognuno accanto e legato inseparabilmente all’altro, in virtù del battesimo. Il Corpo di Gesù ci fa popolo, assemblea, famiglia: oggi ci scopriamo uno in Lui, perché Egli dona ad ognuno l’esempio e la capacità di servire il corpo dell’altro.

Questo corpo di Gesù è donato, consegnato, al punto da perdersi in una logica di amore ‘sino alla fine’. Nulla è trattenuto per sé. Così la Chiesa è fedele al Suo Signore, al Capo del corpo. Se a partire dall’Eucaristia, sacramento che rinnova l’offerta del Capo, esce e si consegna in ogni dove, a ogni prossimo, per ogni malcapitato che scende a Gerico. La Chiesa samaritana, che tocca con mano il dolore del corpo e dello spirito dell’altro, continua la missione di essere dono donato.

Questo è il senso del nostro esistere e ciò che il mondo, necessitato di salvezza, si aspetta – anche senza saperlo – da noi che siamo Chiesa. Che ci doniamo, con la fantasia delle opere di misericordia, con la ricchezza delle loro opportunità. Così un padre e una madre sono Corpo di Cristo nel riprendere un figlio che sbaglia, ma anche nell’accarezzarlo perché è triste. Così un lavoratore è Corpo di Cristo nel compiere con onestà il proprio dovere per non rubare, ma anche condividendo parte dello stipendio con il collega se c’è il rischio che sia licenziato. Così un anziano è Corpo di Cristo se sopporta con pazienza la vecchiaia che rende fragili, ma anche se non smarrisce il gusto di donare la propria sapienza a figli e nipoti smarriti. Così un giovane è Corpo di Cristo nel generare creative esperienze di servizio e di volontariato, ma anche nel lasciarsi guidare per orientare la propria esuberanza.

Il Corpo donato di Cristo, quest’oggi, rende possibile e sollecita il dono di noi stessi. Ma non isolati ed eroici promotori di assistenza, bensì corpo unico, uniti sotto il manto della misericordia ricevuta, per fare della vita della Chiesa intera una concreta vita eucaristica.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

TRA DESIDERIO E NECESSITÀ

Lc 22,14-23,56 – Domenica delle Palme C

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi’ (22,15).

La Pasqua di Gesù comincia da un intimo desiderio di amicizia e di condivisione. Gesù desidera mangiare con i suoi, prima di affrontare il dramma della Croce. La scelta di avviarsi su per la salita di Gerusalemme, con passo deciso e risoluto, nonostante la consapevolezza di quanto lo attende, sgorga in Gesù da un animo che coltiva il desiderio. Gesù, uomo perfetto, non si lascia dominare dagli eventi, non accompagna passivamente la storia, non subisce le inevitabili conseguenze dei fatti: ma li abita, li riempie di presenza, li orienta secondo un orientamento voluto e cercato. Ed è la spinta del desiderio a sostenere il suo camminare, coltivato con passione e secondo un preciso senso di marcia.

Gesù, vero uomo come noi, alimenta il proprio desiderio di donazione, di servizio, di consegna totale. Ne parla ai suoi negli attimi cruciali dell’ultima cena, perché di questo ha colmato tutta la sua esistenza. Si giunge ai momenti ultimi dell’esistenza portando con sé ciò che di ultimo si è cercato per tutta l’esistenza. Alla fine dei giorni si porta quello che ha riempito i nostri giorni.

‘Deve compiersi in me questa Parola della Scrittura’ (22,37).

Accanto al desiderio, dimensione estremamente personale, se non a volte soggettiva, Gesù ha consapevolezza che esiste una necessità, un dovere, forse anche una ineluttabilità della storia. Esiste, nel mondo, qualcosa che ‘deve’ essere così, e non può essere altrimenti. C’è un elemento che ‘bisogna’ accogliere come tale, pena il rifiuto della storia stessa e lo smarrimento nel pellegrinaggio della vita. Anzi, pena la negazione di se stessi e della propria umanità.

Che cos’è questo dato? È uno spazio di limite e di condizionamento tale da non poterne sfuggire.

Gesù assume in sé tutto questo. Si entra così nella tensione pesantissima tra il desiderare personale e la necessità di accogliere qualcosa che non dipende da sé. La vita vera, in fondo, è fatta di questo. E forse sta lì il vero senso della Passione: non solo l’ineluttabilità della morte, ma lo scontro tra il limite e la restrizione che essa comporta e quell’infinita aspirazione di vivere per sempre, di onnipotenza e onnipresenza che dimora nella profondità del cuore.

‘Desidero’… ma ‘devo’… Non sempre conciliabili, non sempre armoniosamente orientati allo stesso fine. Almeno in apparenza. L’uomo si ritrova così lacerato, e tende a rifiutare la lacerazione e lo scarto. Si sente meno uomo, se non può affermare la propria indiscussa autonomia. Si ritrova meno uomo, se non riesce ad assumere ogni dimensione dell’esistente, anche quando questo gli sfugge nella sua verità. Perché l’uomo è dato a se stesso, non c’è nulla da fare! Ma allo stesso tempo custodisce un appello di autorealizzazione che non può sradicare da sé!

E allora patisce, soffre, urla, suda sangue! Forse è proprio questa la necessità: bisogna che tu, o uomo, o Figlio, ascolti e assecondi il desiderio immenso di diventare uomo davvero!

Dove sta la chiave? Quale la risposta? Cosa attutisce o ‘porta a compimento’ la ricerca?

‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’ (22,42).

Ecco la via: donarsi totalmente all’unico che è Tutto. Senza ridimensionare il desiderio, ma trasformandolo in relazione. Senza evadere alla necessità, ma riconoscendola come volontà di un Altro. Non è il fato, né la casualità a portare il Figlio sulla croce: è la scelta consapevole di assecondare il desiderio di essere tutto del Padre. Che la Sua volontà diventi la mia! Che nell’essere in due diventiamo uno!

Così la via che si svela è percorribile anche da noi. Si tratta di far divenire nostro desiderio ciò che il Padre vuole. Così il dolore e l’offerta intessono nuovi ricami che ricuciono gli strappi del cuore: non siamo più affannati a rivendicare indipendenza per sfuggire all’inevitabile morte, ma ci troviamo abbandonati con fede alla cura amorevole di Colui che rimane accanto e dentro il nostro quotidiano sacrificio. La Sua presenza, umanissima e divina, consola e asciuga le nostre lacrime, che pur tuttavia continueranno a cadere. Perché, per chi desidera vivere, è necessario piangere.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

POLVERE DI STELLE

Gv 8, 1-11 – V domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 Ma perché gli scribi e i farisei se ne sono andati tutti? Perché di fronte a un gesto di misericordia, che desidera arrivare a tutti, loro scappano? Sarà la vergogna, l’imbarazzo, lo smacco inaspettato a far sì che la compassione abbia una simile potenza di disarmo?

Gesù scrive con il dito per terra. È il dito del Creatore, lo stesso dito che fece le stelle del firmamento (cfr. Sal 8,4). È il dito di un artista: con le dita si fanno i dettagli, si curano i particolari. L’uomo, invece, era stato plasmato dalla terra con la mano di Dio. Ora Gesù tocca nuovamente la stessa terra, e ne ridefinisce le sfumature. Davanti ha una donna lacerata: è la Sposa caduta nel peccato, è l’infedeltà all’Alleanza che ha ferito l’umanità prediletta. E Gesù, come Sposo fedele, la sfiora con la delicatezza dell’Amante, di colui che sistema le ciocche di capelli spettinate e carezza le rughe di dolore. Il dito di Gesù non si limita a restituite dignità a chi ha sbagliato, ma rende più bello il volto di chi è sprofondato nella bruttura. Con l’argilla era stato fatto l’uomo, impastato dai palmi di Dio. Con la polvere, a cui l’uomo deve tornare, Gesù modella la preziosità dei lineamenti, feriti nella loro vulnerabilità, e per questo di nuovo aperti all’amore.

Il dito di Gesù è lo stesso che toccherà le piaghe di Tommaso incredulo. Perché se all’apostolo focoso sarà dato il privilegio di allungare la mano per metterla nel costato del Risorto, questo gesto poi non gli sarà più necessario. E allora sarà il dito di Gesù a carezzarne lo stupore, a risanare la spaccatura della diffidenza, a ricucire lo strappo di chi non ha avuto fiducia. Lo stesso dito, dunque, che alla polvere oggi dona un profumo di stelle. Il firmamento torna a brillare nella carne e nel cuore di una donna, che ha sbagliato, ma che Dio non ha smesso di amare e di cercare.

E allora ci si chiede, addolorati come Gesù: come si può fuggire di fronte a tanto amore?

Nella festa del perdono senza misura e della misericordia che oltrepassa la legge, perché va al cuore della legge, ci riconosciamo anche noi, spesso, farisei terrorizzati dall’amore. Ci spaventa poter essere coinvolti in una vertigine che non controlliamo. Ci spiazza l’invito a lasciarci travolgere da un fiume di grazia che viene da Lui e di cui noi non siamo proprietari, ma destinatari prediletti. Ci fa’ tremare le gambe la tenera carezza di un dito che ci sfiora, più potente di ogni imposizione violenta e di ogni giudizio minaccioso.

Quanto avrà desiderato, il cuore misericordioso di Gesù, che almeno uno di quegli uomini, assieme alle pietre, lasciasse cadere a terra il muro dell’orgoglio e magari anche le ginocchia irrigidite, per poi vedersi rialzare, accanto alla donna, ad una nuova dignità! Quanto avrà sofferto il Signore per non aver potuto abbracciare nella nube del perdono anche le membra dure degli esperti della Legge, così che tutta la comunità potesse trarre profitto dalla trasfigurazione dei suoi capi!

Ogni uomo e ogni donna, oggi, sono chiamati a stare nel mezzo, a rimanere ben in vista, davanti allo sguardo di Dio. Sono occhi benevoli e benedicenti, ma sono anche penetranti come spada che raggiunge le giunture dove avvengono le nostre scelte importanti. Sono occhi che bruciano le scorie e restituiscono purezza di vita. Ogni uomo e ogni donna, oggi, può decidere di non fuggire al crogiuolo dell’amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DENTRO L’ESPERIENZA DI DIO

Lc 9, 28b-36 – II domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 

Gesù oggi ci prende per mano, come compagno e guida che conduce all’esperienza fondamentale. Gesù oggi condivide con i suoi – tra cui anche noi – l’incontro con il Padre, che trasforma la vita  da dentro. Stare dentro l’incontro con Dio è lasciarsi trasfigurare da dentro di noi. È vedere cambiato radicalmente il volto della persona, che ritorna a sfolgorare della bellezza originaria.

Per entrare nell’esperienza di Dio, e rimanerci, c’è prima di tutto da camminare. E si cammina in salita. Si sale sul monte, immagine di una ricerca, ma anche e soprattutto di un’attesa. Lassù il Signore desidera avvolgerci della sua presenza, e ci attira a sé, non per farci patire la distanza tra la nostra miseria e la sua grandezza, ma per rinnovarci la fiducia che noi non siamo fatti per gravitare nelle ombre degli inferi. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni, che sono la Chiesa, e quindi anche tutti noi, e ascende con noi verso il luogo da cui è disceso: il seno del Padre.

Di questa intimità con il Padre, Egli ci è innanzitutto testimone. Perché Gesù, il Figlio, prega. E prega insistentemente. Prega regalandosi spazi di silenzio e di raccoglimento. Ma prega soprattutto nel respiro quotidiano del suo vivere. La preghiera, infatti, è scambio costante con il Padre, è un va e vieni di sguardi e di intese, è un ascolto proteso a lasciarsi modellare dalla Parola. La preghiera plasma. Per questo, al culmine della salita, intravediamo brillare in tutta la persona di Gesù la meraviglia di una identità che si manifesta: la preghiera, infatti, è relazione, e Relazione trinitaria. Il bagliore che squarcia il monte altissimo non è più soltanto lo sconvolgimento della creazione che scuote il Sinai; è invece la luce dello Spirito Santo, celebrazione dell’amore tra il Padre e il Figlio.

Nella preghiera sono coinvolte tutte le creature. Chi prega – e in chi prega sempre prega Gesù, il Figlio – rende partecipe il creato del suo incontro con Dio. E porta il creato, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, dentro una dimensione nuova, più vera. Dai patriarchi ai profeti, dai padri ai figli, dal passato al futuro: tutto si condensa e si ricapitola in questo istante misterioso di luce.

L’esperienza di Dio, però, è anche sempre segnata dall’esperienza dell’umanità. La fragilità, la debolezza, la tragedia del peccato da redimere non rimane estranea. È l’esodo del popolo che si rinnova nel Figlio, il quale esce da sé, inviato dal Padre, per andare incontro all’uomo. Ma è anche l’esodo di ogni figlio, chiamato a uscire dal proprio egoismo per scoprire accanto a sé un fratello da amare. L’amore è sempre esperienza di luce che si intreccia con la croce. Il monte diviene icona e anticipo del Getsemani, ed è il sonno della paura e dell’incomprensione che sfiora minaccioso l’animo del discepolo. Scegliere di camminare nell’esodo della vita non è scontato. L’esperienza di Dio è come fiamma che brucia, è lisciva che purifica, penetrando la ferita dell’autoreferenzialità a cui il demonio vuol costringere l’uomo.

Dentro il dolore si intuisce però il desiderio. L’Infinito infatti si fa presente proprio nell’infinita vulnerabilità della creatura. A noi, con Pietro, non rimane che gridare – magari tra le lacrime – l’impotenza che anela alla gioia, e l’intuizione che lì, dentro quell’incontro, sta l’unica e irripetibile gioia. Sono moti di ingenuo altruismo, ancora acerbi, perché ancora incapaci di accogliere veramente l’altro nella sua originalità e dignità. Ma sono i passi previi, per poter essere poi marcati a fuoco dal sigillo della Croce. Con Pietro, anche noi dovremo passare per l’umiliazione dell’atrio di Gerusalemme, e scoprire stupiti di aver preso lo stesso accento del Maestro.

Questo turbinio di contraddizioni ci spaventa. La fiamma e la nube che avvolgono i discepoli, la Chiesa, la nostra vita a volte ci scombussolano, perché non sono in nostro possesso. Siamo noi che abbiamo bisogno di lasciarci possedere, o meglio, di scoprirci appartenenti a Lui. È il Signore che si prende cura del suo popolo, e lo accompagna di notte e di giorno per le vie del deserto della vita.

E risuona una voce, la Sua voce, la voce del Diletto: ‘Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!’. Non ci resta che tendere l’orecchio. E la mano, per non lasciare solo Gesù dentro questa esperienza che, unica, trasfigura.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

TENTATI DALLA PAROLA

Lc 4, 1-13 – I domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 

La Parola è una grande protagonista della battaglia che si scatena nel deserto. Da una parte Gesù, Figlio di Dio fatto uomo, sospinto dallo Spirito che lo riempie oltre modo come aveva riempito di grazia traboccante la Madre. Dall’altra il maligno, subdolo compagno di 40 giorni di solitudine e privazione, che della debolezza condivisa dal Figlio ne fa occasione di tentazione e di prova.

La Parola è l’arma vincente di Gesù. Egli si appella alla sua forza che agisce, alla sua efficacia che disarma, alla sua potenza che genera e trasforma. Gesù conosce bene la Parola, perché Egli è la Parola; ma allo stesso tempo è la Parola che gli rivela la propria vocazione e missione.

Tuttavia, qualcosa di scandaloso accade: anche il diavolo conosce la Parola, e la cita e la utilizza per rendere più dura e insidiosa la tentazione. Si può essere perfetti conoscitori della Parola, senza che questa diventi motivo di salvezza e di trasfigurazione. Come è possibile? Che cosa differenzia il Figlio di Dio che salva da satana che accusa e condanna?

Due percorsi, due ambienti di vita si manifestano come necessari affinché la Parola resti se stessa, strumento di liberazione.

Il primo, è la viscerale solidarietà con la fragilità della creatura umana. Gesù percorre questo itinerario nel deserto: sperimenta nella carne la debolezza, fino ad avere fame. Ebbe davvero tanta fame! Ebbe cioè nelle proprie membra i segni tangibili del prezzo di essere umani; sentì tutto il peso della creatura, peso paradossale perché viene dal vuoto della propria piccolezza. Gesù, che è Dio, sentì tutto lo svuotamento di chi non è Dio, pur desiderando ardentemente raggiungerne le vette. In questa esperienza vitale, in questo coraggioso cammino dentro le vertigini del deserto, che genera smarrimento e bisogno, Gesù è rimasto senza sconti. Ecco il primo passo necessario affinché la Parola resti se stessa e sia vera: deve ardere della bruciatura del nostro limite, deve tagliare come spada a doppio taglio le aspirazioni umane che rivendicano grandezza, facendo sentire tutto il dolore delle potature. Gesù ne porta la ferita nella carne. Per questo la Parola è illuminata dalla fiamma dello Spirito.

Non così il maligno, che guarda la debolezza come uno spettatore scettico e la rifiuta quale impedimento alla propria realizzazione. Per questo, ci insegna la fede, Egli cadde dal Paradiso, perché rivendicava una esistenza di creature con le prerogative di Dio. Chi guarda la vita, fatta di povertà e dolore, come si guarda uno spettacolo da giudicare e rifiutare soltanto, non può cogliere la Parola nella sua potenza rivelatrice e liberatrice, ma ne farà un oggetto a proprio uso e consumo per giustificare il proprio accanimento egoista.

Ma non basta stare dentro la vita, per viverla bene e vincere le tentazioni. È anche necessario avere lo sguardo rivolto verso l’altro, verso l’Altro. Non essere concentrati solo su se stessi. È il secondo ambiente vitale, la relazione di consegna. Gesù ha gli occhi fissi sul Padre. Egli è il Figlio, ma Lui è il Padre. E la Parola è di Dio: Gesù si lascia possedere e condurre, perché non si percorre la via del deserto da soli. La Parola citata solo a partire dai propri bisogni è sfigurata. Il diavolo ne abusa, perché ha lo sguardo concentrato su se stesso, e degli altri vuole solo farne uno strumento da sfruttare. Ecco allora che la Parola può davvero divenire per noi la forza di una prova che trasforma se abbiamo continuamente il cuore ancorato alla Fonte, e gli orecchi attenti ad ascoltare Colui che la pronuncia.

È l’esperienza del popolo di Israele, per il quale il deserto è cammino voluto proprio da Dio. “Ricordati di tutto il cammino che Il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore” (Dt 8,2). La Parola di Dio diviene guida, impegnativa e dura come lama affilata che discerne il bene dal male nel nostro cuore. Ma lo è soltanto se siamo costantemente preoccupati di rivolgerci – di tornare a volgerci - a Dio stesso, che questa Parola pronuncia incessantemente con la propria Voce di misericordia. Nessun utilizzo individualista della Parola è fonte di bene; nessuna Parola “è soggetta a privata interpretazione” (2Pt 1,20), ci ricorda l’apostolo Pietro.

È la Chiesa convocata a celebrare la Parola che garantisce la Sorgente, da cui è chiamata a essere assemblea e che allo stesso tempo custodisce come tesoro prezioso. Nella Chiesa che cammina portando nel cuore le gioie e le speranze, le angosce e le tribolazioni del popolo, si ascolta e si è tentati in maniera salutare dalla potenza della Parola che salva.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Messaggio della Commissione Episcopale italiana per il clero e la vita consacrata

per la XX Giornata Mondiale della vita consacrata

(2 febbraio 2016)

 La coincidenza della chiusura dell’Anno della Vita Consacrata, in questo 2 febbraio 2016, con il Giubileo straordinario della Misericordia, da poco iniziato, entrambi voluti da papa Francesco, ci spinge a riflettere sul rapporto tra misericordia e vita consacrata.

Come Vescovi della Chiesa di Dio in Italia, benediciamo  il Signore per l’incommensurabile dono di tanti carismi di consacrazione, attraverso i quali lo Spirito ha mantenuto e mantiene viva la testimonianza del Vangelo, che trova la sua massima espressione nella parola di Gesù: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36).

Siamo convinti che ogni vera esperienza di vita consacrata debba trovare il suo principale fondamento nella gioia della misericordia assaporata personalmente. Ogni vocazione, la vostra in particolare, proviene da uno sguardo che è allo stesso tempo espressione di misericordia e di elezione da parte del Signore (miserando atque eligendo). Solo nella misura in cui siete consapevoli di avere ricevuto e di ricevere continuamente, anzitutto nella preghiera, l’amore misericordioso, potete offrire una gioiosa testimonianza di vita evangelica.

Da questa esperienza personale, sempre più coinvolgente, scaturisce la prima missione: quella di trasformare le vostre comunità in luoghi nei quali ogni giorno imparate a mettere in atto il dono e il perdono reciproco, la correzione fraterna, la mutua accoglienza delle diversità e il servizio. Questo diventa un prezioso laboratorio delle virtù umane e cristiane nelle quali concretamente s’incarna la misericordia.

Vi sollecitiamo anche a riscoprire e a rileggere i propri carismi in ordine alla missione evangelica di portare la tenerezza di Dio agli uomini sfiduciati che, feriti dalla vita, hanno chiuso il cuore alla speranza.

 

Risuona ancora oggi in modo urgente il mandato che il Crocifisso di San Damiano fece a Francesco di Assisi: “Va’ e ripara la mia casa”, invito che rinnoviamo a ognuno di voi. Lo stesso Francesco ha interpretato questa parola, prima come un invito a “riformare” la sua vita “che era in rovina”, per poi contagiare, con la sua conversione, la Chiesa e il mondo intero.

Sempre lo Spirito ha provveduto a suscitare persone consacrate che, in ogni epoca, hanno reso presente quell’Amore che non si stanca di chinarsi verso la miseria umana.

In particolare, in questi ultimi secoli, ha suscitato una molteplice varietà di carismi dediti soprattutto ai tanti poveri ed emarginati a causa delle nuove ideologie. Non sono stati proprio questi carismi a tenere in piedi “l’architrave della misericordia” e a sorreggere la vita della Chiesa?

 

Gesù è il volto dell’amore paterno e materno di Dio. Simeone e Anna riconoscono e benedicono come “Lumen gentium” il volto visibile di quel Dio che “nessuno ha mai visto” e che si fece carne in Gesù Bambino.

Chiediamoci come questo volto misericordioso, che è il cuore del Vangelo, possa e debba “rivoluzionare” (il Papa parla della rivoluzione della tenerezza) il nostro modo di pensare e di vivere, di celebrare e di testimoniare con le opere caritative la missione stessa di Cristo. Ciò richiede una profonda revisione di vita che porti a superare pesantezza e stanchezza, a non cedere alla mediocrità e alla mondanità spirituale, a non fare della vita consacrata un luogo protetto, a svegliarsi e ad abbandonare ogni stile di vita non evangelico. È proprio la Misericordia che ci chiede questa profonda conversione: “L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro”.

Fa eco papa Francesco: tutto “dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza” e nulla “può essere privo di Misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’Amore misericordioso e compassionevole” (MV 10).

Come dare oggi un volto all’amore misericordioso di Dio? Il volto è sempre qualcosa di concreto, non un’idea astratta. Si rende visibile nelle opere di misericordia corporali e spirituali. Santa Teresa del Bambin Gesù si è offerta vittima all’Amore misericordioso, moltiplicando le attenzioni nei confronti delle sorelle, intercedendo incessantemente per le necessità della Chiesa missionaria.

Santa Faustina Kowalska chiede al Signore la grazia di essere interamente trasformata nella sua divina misericordia: occhi, udito, lingua, mani, piedi e cuore.

La Beata Madre Speranza diceva: “Un amore che non opera non è amore, se non riscalda e non brucia non è amore”.

Voi consacrati e consacrate, per vocazione, avete un particolare compito nel mantenere accesa questa “fiamma viva di amore” (San Giovanni della Croce), perché, come ricordava saggiamente il Beato Paolo VI, “Ogni istituzione umana è insidiata dalla sclerosi e minacciata dal formalismo… pertanto è necessario ravvivare incessantemente le forme esteriori con lo slancio interiore, senza il quale esse si trasformerebbero ben presto in carico eccessivo” (Evangelica Testificatio, n. 12).

Le tre parole che il Papa vi ha indicato nel logo per l’anno della vita consacrata sono: Vangelo, Profezia, Speranza. Siate sempre portatori della gioia del Vangelo in una società sazia e, tuttavia, triste e senza orizzonti di senso. Lo farete attraverso la Profezia della vostra vita povera, casta, obbediente, con cui svegliare un mondo addormentato nell’edonismo e nell’indifferenza. Così diventate testimoni di Speranza per tanti fratelli e sorelle che si sentono soli e tentati dalla disperazione per le situazioni che attraversano. In particolare per chi si sente più disgraziato, abbandonato e miserabile, voi dovrete essere sguardo di compassione e mani operose, riflesso di quella tenerezza immensa di padre e di madre con cui Dio ama tutti i suoi figli.

Se l’anno scorso vi chiedevamo di portare l’abbraccio di Dio a tutti, in continuità con quel messaggio, quest’anno vi supplichiamo di essere volti concreti dell’amore di Dio che si china sulle molteplici miserie. Date un volto alla misericordia, fate risplendere nella vostra testimonianza lo splendore del volto di Cristo, accogliendo il profugo, il drogato, l’affamato e nudo, il senza casa o senza lavoro, il coniuge separato o divorziato, il bambino abusato, l’anziano solo, il carcerato, il malato incurabile, il padre e la madre che non sanno come portare avanti la famiglia. Risuona attuale l’invito della Beata Teresa di Calcutta che diceva: “Anziché lamentarsi delle tenebre, è molto meglio accendere una piccola luce”.

Voi persone consacrate siate quegli angeli che accompagnano le sorelle e i fratelli feriti ad attraversare con fiducia la porta della misericordia. Noi, infatti, per primi siamo coloro a cui è stata usata misericordia, siamo stati amati, accolti e perdonati mille volte, e quindi possiamo solo cercare di essere umilmente e pazientemente “misericordiosi come il Padre”.

La Vergine Maria ha assicurato che la misericordia di Dio attraversa tutte le generazioni. Sia Lei, la felix caeli porta, a rendere efficace la vostra missione in un mondo che ha bisogno di Amore e Misericordia.

 

Roma, 28 gennaio 2016

Memoria di San Tommaso d’Aquino

La Commissione Episcopale

per il clero e la vita consacrata

 

PAROLA, COMUNITÀ, POVERI

Lc 1, 1-4; 4,14-21 – III domenica del tempo ordinario – Anno C

Commento per lavoratori cristiani

Gesù inizia la sua azione pubblica ‘dove era cresciuto’ e si presenta come il Servo, inviato a portare a compimento ciò che la Scrittura ha annunciato. L’Assemblea convocata in Israele trova in Lui la pienezza: l’Atteso è venuto, il passato di lacrime del popolo diviene un ‘oggi’ di salvezza.

Sono tre le condizioni perché il tempo che passa inesorabile, il kronos, divenga evento salvifico, kairos.

Prima di tutto ci vuole una Parola. L’annuncio che viene dall’altro, il Verbo pronunciato da Dio fin dalle origini, l’apertura del cuore del Creatore che si rivolge e interpella la sua creatura è necessario e fondamentale. La Parola rompe il silenzio, spalanca spazi di relazione, sollecita un incontro. La Parola che Gesù ha accolto, Egli stesso la proclama nuovamente; la Parola che Egli riconosce come sua: parla di Lui, è Lui stesso. La Parola racchiusa nella Scrittura in realtà schiude il senso dei tempi e della storia di oggi, e diviene opportunità per riconoscersi parte di un progetto più grande, che ci precede e non ci lascia soli. La Parola è invocazione di comunione. La Chiesa, dunque, nuovo Israele, Assemblea convocata, nasce e vive della Parola, ed ha necessità costantemente che lo Spirito susciti in essa nuovi ‘ministri della Parola’, per accoglierla, viverla, annunciarla, come sentinelle di pace e di verità nell’oblio del mondo.

Proprio perché interpella, la Parola ha quindi bisogno di qualcuno che l’ascolti. Nessuna relazione è individuale: persino Dio ha avuto bisogno dell’uomo, per poter interagire con lui e amarlo. La Parola è annuncio che rimane con il fiato sospeso, fino a che non ritorna una risposta. La Scrittura si compie se ‘voi avete ascoltato’: è necessaria una comunità che ascolti, e nel linguaggio evangelico ascoltare è lasciare che operi, è mettere in pratica, è riconoscere una trasformazione che accade. La Parola è efficace e salva se incontra orecchi e cuori che desiderano ardentemente essere salvati. Anche Gesù ha bisogno del popolo radunato per ascoltare la Parola: e sarà dolorosissimo il dramma del Servo che, inchinato a lavare i piedi con la misericordia che nasce dalla Parola, si scontrerà con la durezza degli animi di uomini e donne che presumono di potersi salvare da soli. La Chiesa è custode della Parola, perché l’ha ricevuta, l’annuncia e trasmette, la manifesta come abito quotidiano dell’esistenza.

Infine, una comunità che ascolta la Parola si spinge necessariamente verso i poveri, verso coloro che hanno bisogno di liberazione. Per essi è il lieto annuncio portato da Gesù; per essi viene Gesù stesso, la Parola; per essi vive la Chiesa, Corpo di Cristo che continua la sua missione nella storia. Perché chi va dai poveri, arriva a tutti. La Parola che un tempo veniva proclamata dall’alto di un pulpito, oggi deve risuonare dalle periferie dell’umano, dai sobborghi delle città, dai precipizi dell’abbandono, dalle valli della solitudine. La Parola salva perché sblocca le paure e le resistenze a farsi messaggeri di solidarietà e di riconciliazione. La Parola scuote e libera dalle catene dell’individualismo, e sospinge con potenza di amore verso le prigionie di ogni persona, per condividere l’esperienza di riscoprirsi amati e più umani. Non c’è Parola vera né Chiesa senza l’anelito costante a renderne partecipi coloro che da tutte le altre parole e relazioni sono programmaticamente emarginati.

Parola, comunità, poveri. Un progetto di vita. È il progetto di vita del Servo, di Gesù, Parola del Padre fatta carne. È il semplice e disarmante progetto di vita del cristiano, chiamato a essere servo come il suo Signore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

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