POLVERE DI STELLE

Gv 8, 1-11 – V domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 Ma perché gli scribi e i farisei se ne sono andati tutti? Perché di fronte a un gesto di misericordia, che desidera arrivare a tutti, loro scappano? Sarà la vergogna, l’imbarazzo, lo smacco inaspettato a far sì che la compassione abbia una simile potenza di disarmo?

Gesù scrive con il dito per terra. È il dito del Creatore, lo stesso dito che fece le stelle del firmamento (cfr. Sal 8,4). È il dito di un artista: con le dita si fanno i dettagli, si curano i particolari. L’uomo, invece, era stato plasmato dalla terra con la mano di Dio. Ora Gesù tocca nuovamente la stessa terra, e ne ridefinisce le sfumature. Davanti ha una donna lacerata: è la Sposa caduta nel peccato, è l’infedeltà all’Alleanza che ha ferito l’umanità prediletta. E Gesù, come Sposo fedele, la sfiora con la delicatezza dell’Amante, di colui che sistema le ciocche di capelli spettinate e carezza le rughe di dolore. Il dito di Gesù non si limita a restituite dignità a chi ha sbagliato, ma rende più bello il volto di chi è sprofondato nella bruttura. Con l’argilla era stato fatto l’uomo, impastato dai palmi di Dio. Con la polvere, a cui l’uomo deve tornare, Gesù modella la preziosità dei lineamenti, feriti nella loro vulnerabilità, e per questo di nuovo aperti all’amore.

Il dito di Gesù è lo stesso che toccherà le piaghe di Tommaso incredulo. Perché se all’apostolo focoso sarà dato il privilegio di allungare la mano per metterla nel costato del Risorto, questo gesto poi non gli sarà più necessario. E allora sarà il dito di Gesù a carezzarne lo stupore, a risanare la spaccatura della diffidenza, a ricucire lo strappo di chi non ha avuto fiducia. Lo stesso dito, dunque, che alla polvere oggi dona un profumo di stelle. Il firmamento torna a brillare nella carne e nel cuore di una donna, che ha sbagliato, ma che Dio non ha smesso di amare e di cercare.

E allora ci si chiede, addolorati come Gesù: come si può fuggire di fronte a tanto amore?

Nella festa del perdono senza misura e della misericordia che oltrepassa la legge, perché va al cuore della legge, ci riconosciamo anche noi, spesso, farisei terrorizzati dall’amore. Ci spaventa poter essere coinvolti in una vertigine che non controlliamo. Ci spiazza l’invito a lasciarci travolgere da un fiume di grazia che viene da Lui e di cui noi non siamo proprietari, ma destinatari prediletti. Ci fa’ tremare le gambe la tenera carezza di un dito che ci sfiora, più potente di ogni imposizione violenta e di ogni giudizio minaccioso.

Quanto avrà desiderato, il cuore misericordioso di Gesù, che almeno uno di quegli uomini, assieme alle pietre, lasciasse cadere a terra il muro dell’orgoglio e magari anche le ginocchia irrigidite, per poi vedersi rialzare, accanto alla donna, ad una nuova dignità! Quanto avrà sofferto il Signore per non aver potuto abbracciare nella nube del perdono anche le membra dure degli esperti della Legge, così che tutta la comunità potesse trarre profitto dalla trasfigurazione dei suoi capi!

Ogni uomo e ogni donna, oggi, sono chiamati a stare nel mezzo, a rimanere ben in vista, davanti allo sguardo di Dio. Sono occhi benevoli e benedicenti, ma sono anche penetranti come spada che raggiunge le giunture dove avvengono le nostre scelte importanti. Sono occhi che bruciano le scorie e restituiscono purezza di vita. Ogni uomo e ogni donna, oggi, può decidere di non fuggire al crogiuolo dell’amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA PAROLA CHE VIENE

Lc 3, 1-6 – II domenica di Avvento C

Commento per lavoratori cristiani

 

La Parola di Dio viene nella storia! La Parola di Dio continua a plasmare la creazione! La Parola di Dio orienta il cammino dell’umanità!

Questo unico grande mistero viene annunciato oggi a coloro che si pongono in ascolto di ‘una voce che grida nel deserto’. È il deserto del cuore dell’uomo e delle relazioni tra le persone, deserto di ieri e di oggi. È il deserto che anela vita, acqua, speranza. In questo deserto un uomo dà voce al grido silenzioso di ogni uomo. Giovanni è l’anima nostra più profonda, assetata e arida, che grida verso l’alto, e alimenta l’attesa.

Impressiona la concretezza del tempo descritto. I potenti della storia di allora sono specchio dei potenti di oggi; i libri ricordano gli imperi e i regni della terra, che ieri come ora pretendono di dominare e comandare. Anche la religione ufficiale afferma il suo diritto al potere nei nomi di coloro che manderanno in croce la Parola fatta carne. Nella storia si succedono persone e nomi, regni e domini. Passano, lasciando scie di violenza e di sofferenza.

Ma la Parola rimane, perché non si stanca di venire. La fedeltà della Parola è l’insistenza a voler entrare nella storia, per orientarla verso una logica nuova, per indicare la direzione giusta.

Anche il creato, fatto dalle dite amorevoli del Creatore, ha bisogno di continuo rimodellamento. La terra tutta e la natura sono il grande tempio dove si svolge la storia. La casa comune, che rischia di divenire cumulo di macerie, grida con l’uomo il suo gemito, la sua ansia di liberazione.

E la Parola viene, e rimane. Non perché si stabilisce quale irremovibile conferma di un progetto precostituito, ma perché continua a plasmare, a trasformare, a ricreare. La bellezza del creato è il suo cammino per i sentieri dell’amore. La fedeltà della Parola è il movimento lungo le vie dell’armonia da tornare a cercare, a costruire, ad abitare con passione.

E nella storia, nella creazione, cammina l’uomo, camminiamo noi. Il nostro cuore si specchia nella sofferenza delle creature, ed è trepidante ed ansimante dentro le alterne e dolorose vicende dei popoli. Oggi la Parola ci invita ad alzare, con la voce, anche lo sguardo. Ci converte verso coloro che soffrono, verso l’umanità schiacciata dagli egoismi, verso il fratello da vedere, riconoscere e amare.

È peccato terribile di ieri e di oggi lo sguardo accecato dai propri interessi, il petto gonfio dei propri titoli e delle proprie rivendicazioni, la voce spenta quando si tratta di consolare chi soffre. È peccato che esige conversione e perdono la sottile catena di sospetto che si insinua nelle valli oscure del nostro animo, e l’orgoglio menefreghista che si inerpica sui monti del nostro egocentrismo.

La Parola, fedele, mai doma, instancabile, viene ancora. E chiede ospitalità nei nostri cuori. Chiede il permesso del lavoro artigianale e delicato, paziente e doloroso di disinnescare le bombe sepolte sotto le nostre paure e di raddrizzare i tortuosi pensieri ispirati alla vendetta.

La Parola di Dio venne e viene, per farsi grido fra i popoli: grido di comunione, grido di giustizia e di misericordia, grido di pace. Quello che noi non sappiamo più nemmeno chiedere, perché forse abbiamo esaurito voce e fiato, la Parola ce lo restituisce come intimo e coraggioso inno alla speranza.

Grida, uomo nel deserto, grida dal più profondo di te stesso: la salvezza di Dio è vicina! E tu la vedrai!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Il campo minato

C’era una volta un campo minato. Ai suoi confini  stava scritto a grandi lettere “Pericolo di morte, campo minato”.

Era un campo come tutti gli altri, avrebbe potuto essere la gioia per il divertimento di bambini e adulti, invece era pericoloso, estremamente pericoloso!

Per questo, abbandonato da tutti, lo infestavano erbacce di tutti i tipi e vegetazione disordinata e selvatica.

Una notte una lepre saltò in aria su una mina che, esplodendo, la ridusse il mille pezzi e il prato, che in fondo era buono, pianse lacrime amare, ritrovandosi così pericoloso e funesto.

Guai per tutti attraversarlo, guai calpestare il suo terreno: sarebbe esploso in modo straziante!

Un giorno si avvicinarono a lui degli strani personaggi. Lo trattarono con estrema cautela e delicatezza come si fa con un malato grave. Lo perquisirono palmo a palmo, lo liberarono dalle mine, disattivandole e tirandole fuori una ad una dal terreno. Fu un lavoro molto duro. Di tra gli arbusti il prato non perdeva d’occhio quegli uomini che, tutti tesi, lavoravano con la fronte imperlata di sudore.

Un bel giorno fu portata a termine la bonifica, le erbacce e gli arbusti furono tagliati, il “campo minato” divenne un bellissimo prato e si fece una grande festa. Per giorni e giorni la gente lo riempì di canzoni e di balli. Poi ritornò ad essere un campo normale. Non più pericoloso, fu arato e seminato e produsse grano e frutti.

Tolti i cartelli, non era più famoso per la sua pericolosità; era diventato un campo come tutti i campi che lo attorniavano.

Così si addormentò, lasciando che il lavorio della vita lo rendesse sempre più bello e fecondo, cioè un campo meravigliosamente normale.

Chi fa saltare in aria chiunque lo incontra è un campo minato, fa paura certo, si fa rispettare, ma nessuno si fida di lui…
essere un campo normale fa trasalire di gioia sia che sia pieno di messi, sia che sia un prato o un giardino incantevole per tutti...

don Matteo Pinton

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