UNA VOCE CHIARA E UNA MANO SICURA

Gv 10, 27-30 – IV Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

Il Buon Pastore dà la vita eterna alle sue pecore. Per avere in eredità la vita eterna è necessario entrare a far parte del gregge condotto dal Buon Pastore. Questo è il senso di ogni esistenza, ciò che orienta una vita umana verso la sua meta. La vita eterna che offre alle sue pecore il Pastore Bello è intessuta in un rapporto intimo e duraturo con Lui, per dare accesso al cuore del Padre, che è dimora di sicurezza e di felicità.

Per stringere la relazione vitale con Gesù, Bel Pastore, sono necessari due movimenti: l’orecchio vigile alle sonorità della Sua voce e la mano tesa a lasciarsi stringere dalla mano del Padre.

Il Pastore infatti chiama per nome. Si tratta di una esperienza di liberazione e di un sussulto di commozione. Il nome di ognuno di noi è stato pronunciato nel silenzio dei tempi dal Padre che ci ha creati; Egli conosce ogni pecorella da sempre, e nel pronunciare il suo nome le ha dato identità ed esistenza. Il nome è la totalità del nostro essere, e ne è anche la direzione da percorrere.

Il Padre, in confidenza, ha sussurrato ogni nostro nome all’orecchio del Figlio, Buon Pastore, e così Gesù rinnova il miracolo della creazione chiamando a voce alta le Sue pecore a seguirlo. La garanzia di entrare a far parte del Suo gregge non è l’appartenenza a una dinastia, o un cognome altisonante fatto di meriti e di virtù praticate; si diventa Sue pecorelle solo se si aprono gli orecchi in ascolto quando la Sua voce amorevole pronuncia ancora una volta il nostro nome.

Chiamandomi, Gesù mi invita a entrare in un dialogo con Lui. Mi interpella, in qualche modo mi invoca, perché mi convoca fra i suoi. Se Lui mi conosce da sempre, perché ha raccolto dal Padre le confidenze su di me, nel chiamarmi mi apre l’accesso al Suo cuore per poterlo anch’io conoscere.

È il mistero della vocazione. Rivelandomi chi è Lui, infinito desiderio di comunione, mi manifesta a me stesso chi sono io, intima nostalgia della stessa unità. Conoscerlo è tutto ciò che conta. Seguirlo  sulla scia dell’eco melodiosa e ferma con cui risuona il mio nome intonato dalla Sua voce è l’unica via per conoscerlo. Il Pastore si svela nell’agire amoroso, nel parlare franco e tenero insieme, nell’urgenza della carità. La Parola pronunciata diventa sempre evento: anche il mio nome, in me, plasma la mia verità. E così, chi ascolta il proprio nome pronunciato nell’intimità della preghiera, sente strutturarsi dentro una incrollabile vita interiore, che resiste alle intemperie del tempo.

È la vita eterna. Attuale e mai pienamente compiuta su questa terra. Mistero di gioia che trasforma, lasciandosi percepire senza mai poterla possedere del tutto. Per ora, almeno.

Ma l’eterno non tradisce. Colui che ‘è più grande di tutti’ non inganna e non abbandona. Il nome di ciascuno di noi, trepidanti e timorosi nella nostalgia di entrare a far parte del Suo gregge, è impresso a lettere di fuoco nel palmo della mano di Dio, l’Eterno. Il più antico tatuaggio, racconta la Parola, sta nella carne del Creatore che ha voluto legarsi definitivamente alla Sua creatura con vincolo indistruttibile d’amore.

Dunque stringere la mano del Padre attraverso le mani ferite e aperte del Figlio crocifisso e risorto è garanzia di vita eterna. Dentro agli smarrimenti della storia, frastornati dalle incertezze dell’umanità che rischia di perdere anche l’identità propria e di ciascuno, scossi dalle false idee che deformano la verità di noi stessi, ecco che ci sentiamo prendere per mano, come bimbi mai sicuri di avere davvero imparato a camminare da soli.

E il Padre stringe forte la presa! Non vuole lasciarci scappare, non vuole che nessun mercenario strappi le sue pecorelle amate da questo legame vitale.

‘Perché il mondo oggi ha tanta paura di parlare di Dio?’, mi ha chiesto un giovane 17enne. Forse perché il mondo si illude di poter stare in piedi senza lasciarsi stringere forte dal ‘più grande di tutti’, supponendo di poter vivere da lupo quando siamo tutti pecorelle. Forse perché ci si maschera di eroi o di vittime, senza accorgersi che siamo fatti per essere unità e relazione.

La voce del Figlio, che pronuncia nitido il mio nome, e la mano del Padre, che mi si porge e mi stringe nella mia insicurezza, manifestano la verità della mia esistenza. Sono al mondo perché qualcuno mi chiami e per rispondere; esisto per camminare aggrappato all’Amore e divenire così capace di sorreggere chi ancora traballa, perché ancora non sa di avere anche lui un nome dall’eternità.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

PROFUMI DI RESURREZIONE

Gv 20, 1-9 - Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

Il sepolcro è vuoto! Lui non c’è più!

Mi par di vederti, Maria, mentre corri verso la Chiesa acerba, Pietro e gli altri, travolta da un miscuglio di sentimenti dentro, mentre la mistura di oli e profumi è rimasta là, ormai inutile e superflua. D’altronde, non ricordi? Il corpo del tuo Signore porta ancora in sé il profumo di nardo di Betania, con cui una donna come te aveva preparato questi momenti.

Il corpo del tuo Signore era intriso di Amore, Maria: per questo non poteva restare chiuso dentro quel sepolcro. L’Amore non può essere contenuto. Quando si compie, l’Amore trabocca, oltrepassa i limiti e le aspettative, stupisce con aromi di vita nuova.

Il sepolcro è vuoto: difficile da credere! Per tutti: per te e gli apostoli, Chiesa primitiva ormai prossima a nascere, e per noi, Chiesa attuale che continua a correre verso il Signore sulla scia dei profumi lasciati da voi e da tanti altri nel corso dei secoli. Il vostro profumo di cristiani, unti della fragranza della fede, la vostra testimonianza ci attrae, ci invita, ci fa alzare e correre ancora, sebbene spesso le ginocchia siano infiacchite.

La fede vi ha portato oltre, accanto all’Amore. L’assenza del volto di Lui, che avevate visto ucciso e crocifisso per noi, vi ha condotto alla certezza della Sua presenza. La carne ora è trasfigurata, resa gloriosa nello Spirito: lo scoprirete poco a poco. Ciò che è certo, però, è che non può essere stata trafugata, perché la pietra pesante è tolta, mentre il sudario è accuratamente appoggiato in un luogo a parte. Una mistura di potenza e di tenerezza.

È risorto!

È una certezza e un grido che si impone nel cuore di chi ama. Perché solo la forza di Dio può spingere via con determinata risolutezza la roccia che sbarra il passo alla vita, e allo stesso tempo spendere lunghi istanti a sistemare delicatamente le stoffe che hanno asciugato il sangue del volto di Gesù. Divinità e umanità si incontrano, anche nel momento cruciale. Quando la vita sconfigge definitivamente la morte, Dio si manifesta nel Figlio che, alzandosi dai morti, mostra la sua eterna cura per i vivi.

È risorto! Il sepolcro è vuoto, il sudario ‘avvolto in un luogo a parte’!

Nella corsa affannosa dei discepoli, con te, o donna, intravediamo la nostra  scomposta ricerca di Lui, e l’invocazione mista di timore e di speranza con cui spesso, e forse anche oggi, ci rivolgiamo a Dio. La nostra, come la tua anima, è una mistura di tensioni e contraddizioni; il nostro, come il tuo spirito, è stato lacerato da ‘sette demoni’, il peso del peccato che divide dentro e rompe le relazioni. Ma è proprio nella guerra del nostro cuore, vera radice di ogni altra guerra, che percepiamo con te la verità: Colui che pensavamo non trovasse dimora in essa, con la Sua mancanza dice invece di prendersene cura, per guarirla e pacificarla.

La pace del Risorto è la promessa di questo santo mattino, alba di nuovi profumi primaverili. A noi, come a voi, testimoni semplici e credibili, è chiesto solo di chinarci e vedere. Le ginocchia infiacchite ora si piegano per fede, davanti a Colui il cui Nome è al di sopra di ogni altro Nome. Piegare le ginocchia e lasciar libero corso alle lacrime, per riconoscere il Suo sguardo di misericordia, è la via per ritrovare vigore e riprendere la corsa nella vita. Non più affranti da i sensi di colpa del passato né ansiosamente smarriti a cercare una garanzia di futuro, ma fermamente ancorati alla certezza del presente abitato per sempre e divenuto eternità.

Cristo è risorto, è veramente risorto! Anche il sepolcro più intimo della nostra miseria, dove pareva potessero stare soltanto odori di morte, è invece arieggiato e ricolmo di profumi di Resurrezione. Nelle nostre tenere e dolorose contraddizioni, l’infinita nostalgia di Cielo ha ora un grido di bellezza che trabocca: il Signore, il mio Signore è risorto!

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL CORPO DONATO

Gv 13, 1-15 – Giovedì Santo (Messa in Coena Domini)

Commento per lavoratori cristiani

 

In alcuni Paesi dell’America Latina, quando si celebra un funerale, si dice che la messa è celebrata ‘a corpo presente’, per indicare che vi è la salma del defunto e per distinguerla dalla celebrazione di commemorazione.

Ciò che invece celebriamo oggi, e che continueremo a celebrare nei giorni santi del Triduo Pasquale – che sono come un unico santo giorno -, è una messa ‘a corpo donato’. Così è, infatti, di Gesù, della sua morte e risurrezione: un mistero di totale donazione! Esso culmina nel ‘corpo assente’ del sepolcro, dove non ci sarà mai più un cadavere a indicare la vicinanza di Dio all’uomo, ma la mancanza che alimenta un desiderio e una verità: Egli è risorto e noi siamo fatti per l’eternità!

Quest’oggi in particolare, nella memoria dell’ultima cena e nel gesto suggestivo e toccante della lavanda dei piedi, contempliamo il senso profondo di quanto accadrà domani e nella meravigliosa veglia pasquale. Il senso di tutto è proprio l’offerta senza misura, l’incondizionata consegna di sé che Dio compie assumendo senza limiti la nostra povera e fragile umanità mortale.

Gesù, Figlio fatto uomo in un corpo, che è carne abitata dallo Spirito, coinvolge in questa sua vita umana e divina anche i suoi discepoli più intimi, gli apostoli chiamati a continuare la sua missione. Gesù fa corpo con i suoi, attraverso il contatto dei corpi: la carezza delle mani che lavano i piedi, la delicatezza di asciugare e sollevare le piaghe del cammino, la tenerezza umile di un gesto che nemmeno lo schiavo era tenuto a compiere. Gesù rende tutti noi corpo con Lui: noi Chiesa siamo un solo corpo, il Corpo di Cristo che abita il mondo da salvare. Gesù Eucaristia è il Corpo vivo che rende viva la Chiesa, e la trasfigura in ogni Santa Messa facendo così presente ancora una volta il Suo Corpo.

Siamo invitati e anche resi abili, in questo giorno santo, di sentirci uniti come un unico corpo, ognuno accanto e legato inseparabilmente all’altro, in virtù del battesimo. Il Corpo di Gesù ci fa popolo, assemblea, famiglia: oggi ci scopriamo uno in Lui, perché Egli dona ad ognuno l’esempio e la capacità di servire il corpo dell’altro.

Questo corpo di Gesù è donato, consegnato, al punto da perdersi in una logica di amore ‘sino alla fine’. Nulla è trattenuto per sé. Così la Chiesa è fedele al Suo Signore, al Capo del corpo. Se a partire dall’Eucaristia, sacramento che rinnova l’offerta del Capo, esce e si consegna in ogni dove, a ogni prossimo, per ogni malcapitato che scende a Gerico. La Chiesa samaritana, che tocca con mano il dolore del corpo e dello spirito dell’altro, continua la missione di essere dono donato.

Questo è il senso del nostro esistere e ciò che il mondo, necessitato di salvezza, si aspetta – anche senza saperlo – da noi che siamo Chiesa. Che ci doniamo, con la fantasia delle opere di misericordia, con la ricchezza delle loro opportunità. Così un padre e una madre sono Corpo di Cristo nel riprendere un figlio che sbaglia, ma anche nell’accarezzarlo perché è triste. Così un lavoratore è Corpo di Cristo nel compiere con onestà il proprio dovere per non rubare, ma anche condividendo parte dello stipendio con il collega se c’è il rischio che sia licenziato. Così un anziano è Corpo di Cristo se sopporta con pazienza la vecchiaia che rende fragili, ma anche se non smarrisce il gusto di donare la propria sapienza a figli e nipoti smarriti. Così un giovane è Corpo di Cristo nel generare creative esperienze di servizio e di volontariato, ma anche nel lasciarsi guidare per orientare la propria esuberanza.

Il Corpo donato di Cristo, quest’oggi, rende possibile e sollecita il dono di noi stessi. Ma non isolati ed eroici promotori di assistenza, bensì corpo unico, uniti sotto il manto della misericordia ricevuta, per fare della vita della Chiesa intera una concreta vita eucaristica.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

TRA DESIDERIO E NECESSITÀ

Lc 22,14-23,56 – Domenica delle Palme C

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi’ (22,15).

La Pasqua di Gesù comincia da un intimo desiderio di amicizia e di condivisione. Gesù desidera mangiare con i suoi, prima di affrontare il dramma della Croce. La scelta di avviarsi su per la salita di Gerusalemme, con passo deciso e risoluto, nonostante la consapevolezza di quanto lo attende, sgorga in Gesù da un animo che coltiva il desiderio. Gesù, uomo perfetto, non si lascia dominare dagli eventi, non accompagna passivamente la storia, non subisce le inevitabili conseguenze dei fatti: ma li abita, li riempie di presenza, li orienta secondo un orientamento voluto e cercato. Ed è la spinta del desiderio a sostenere il suo camminare, coltivato con passione e secondo un preciso senso di marcia.

Gesù, vero uomo come noi, alimenta il proprio desiderio di donazione, di servizio, di consegna totale. Ne parla ai suoi negli attimi cruciali dell’ultima cena, perché di questo ha colmato tutta la sua esistenza. Si giunge ai momenti ultimi dell’esistenza portando con sé ciò che di ultimo si è cercato per tutta l’esistenza. Alla fine dei giorni si porta quello che ha riempito i nostri giorni.

‘Deve compiersi in me questa Parola della Scrittura’ (22,37).

Accanto al desiderio, dimensione estremamente personale, se non a volte soggettiva, Gesù ha consapevolezza che esiste una necessità, un dovere, forse anche una ineluttabilità della storia. Esiste, nel mondo, qualcosa che ‘deve’ essere così, e non può essere altrimenti. C’è un elemento che ‘bisogna’ accogliere come tale, pena il rifiuto della storia stessa e lo smarrimento nel pellegrinaggio della vita. Anzi, pena la negazione di se stessi e della propria umanità.

Che cos’è questo dato? È uno spazio di limite e di condizionamento tale da non poterne sfuggire.

Gesù assume in sé tutto questo. Si entra così nella tensione pesantissima tra il desiderare personale e la necessità di accogliere qualcosa che non dipende da sé. La vita vera, in fondo, è fatta di questo. E forse sta lì il vero senso della Passione: non solo l’ineluttabilità della morte, ma lo scontro tra il limite e la restrizione che essa comporta e quell’infinita aspirazione di vivere per sempre, di onnipotenza e onnipresenza che dimora nella profondità del cuore.

‘Desidero’… ma ‘devo’… Non sempre conciliabili, non sempre armoniosamente orientati allo stesso fine. Almeno in apparenza. L’uomo si ritrova così lacerato, e tende a rifiutare la lacerazione e lo scarto. Si sente meno uomo, se non può affermare la propria indiscussa autonomia. Si ritrova meno uomo, se non riesce ad assumere ogni dimensione dell’esistente, anche quando questo gli sfugge nella sua verità. Perché l’uomo è dato a se stesso, non c’è nulla da fare! Ma allo stesso tempo custodisce un appello di autorealizzazione che non può sradicare da sé!

E allora patisce, soffre, urla, suda sangue! Forse è proprio questa la necessità: bisogna che tu, o uomo, o Figlio, ascolti e assecondi il desiderio immenso di diventare uomo davvero!

Dove sta la chiave? Quale la risposta? Cosa attutisce o ‘porta a compimento’ la ricerca?

‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’ (22,42).

Ecco la via: donarsi totalmente all’unico che è Tutto. Senza ridimensionare il desiderio, ma trasformandolo in relazione. Senza evadere alla necessità, ma riconoscendola come volontà di un Altro. Non è il fato, né la casualità a portare il Figlio sulla croce: è la scelta consapevole di assecondare il desiderio di essere tutto del Padre. Che la Sua volontà diventi la mia! Che nell’essere in due diventiamo uno!

Così la via che si svela è percorribile anche da noi. Si tratta di far divenire nostro desiderio ciò che il Padre vuole. Così il dolore e l’offerta intessono nuovi ricami che ricuciono gli strappi del cuore: non siamo più affannati a rivendicare indipendenza per sfuggire all’inevitabile morte, ma ci troviamo abbandonati con fede alla cura amorevole di Colui che rimane accanto e dentro il nostro quotidiano sacrificio. La Sua presenza, umanissima e divina, consola e asciuga le nostre lacrime, che pur tuttavia continueranno a cadere. Perché, per chi desidera vivere, è necessario piangere.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

CHE NOI DIMINUIAMO E TU CRESCA

Lc 3, 15-16.21-22 – Battesimo del Signore

Commento per lavoratori cristiani

  

Ci sono momenti, nella storia, in cui è saggio tirarsi da parte. E questo non per modestia o per una particolare strategia educativa, quasi a voler poi ricercare in noi i meriti e i ringraziamenti per le abilità e i doni di chi viene dopo di noi. Si correrebbe il rischio di sentirsi allenatori di tutti i campioni di calcio apparsi nelle squadre di un ipotetico campionato, oppure ci si assumerebbe il vanto di aver generato vita in chi invece ha imparato da altri a camminare con la testa alta e le gambe solide.

Piuttosto, a volte, si tratta semplicemente di constatare una realtà di fatto: ‘viene colui che è più forte di me’ (v. 16)! E dunque è necessario lasciargli spazio, restituirgli il campo che gli appartiene, porsi a lato o dietro la fila. Si potrebbe al massimo constatare di avere fatto al meglio il proprio dovere, e accogliere con animo grato gli eventuali gesti di riconoscenza, più gratuiti che guadagnati. ‘Siamo servi inutili’ potrebbe riassumere l’atteggiamento del cuore di chi conosce bene la propria condizione di creatura. Chi infatti potrebbe attribuire a sé anche solo il merito di respirare e di saper sudare? Chi – in tutta onestà – potrebbe dire che anche il più piccolo gesto di bene operato non sia in realtà un dono ricevuto da una sottile e meravigliosa trama della vita che l’ha reso possibile?

La venuta di ‘colui che è più forte’ restituisce a questa stessa vita i giusti equilibri, e consegna a me la visione più autentica della realtà. Detto in altri termini, significa che mi ridona il gusto della libertà, perché è la verità che mi fa libero, cioè una sana coscienza di ciò che io sono, attraverso la scoperta di ciò che Lui è.

Ebbene, il Forte, che è nato piccolo – inesauribile paradosso dell’Amore! – mi riconduce all’esperienza originaria della mia piccolezza. Lo ha fatto con Giovanni il Battista, ‘il più grande fra i nati di donna’; lo può fare anche con me e con chiunque si lasci coinvolgere in questo misterioso dialogo di grazia.

Gesù è il Forte: Lui, e solo Lui può battezzare ‘in Spirito e fuoco’, cioè iniettare nella miseria della nostra esistenza di esiliati e poveri la potenza della divinità, la passione per orizzonti infiniti, la dimensione eterna della nostra origine e del nostro destino. Solo nella sua misericordia, ventre che genera e dona vita, ci dissetiamo ‘con acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo’ e diventiamo ‘eredi della vita eterna’ (Tt 3,6.7). Quale figlio può raccogliere eredità più meravigliosa? Cosa possiamo desiderare di più dai nostri cari che, avendoci generati, ci lasciano per continuare a camminare con le nostre gambe? Quale consolazione più bella per chi si è sentito allontanato dalla propria terra e ha cercato affannosamente una nuova casa e una nuova abitazione nel cuore di pastori di carne?

Gesù è il Forte: chi lo segue, affascinato dalla sua dolcezza, può nutrirsi della vita che da Lui sgorga, e sentirsi rinvigorire le gambe vacillanti per non perdersi nel cammino. Ogni altra relazione ha senso se porta a Lui. Ma ogni relazione è chiamata a scomparire nel mantello dell’eternità – che è sinonimo di umiltà – per non oscurare mai la vera fonte battesimale.

Nessuno conta opere e medaglie sufficienti per poter assurgere a diritto la figliolanza divina: solo un pazzo potrebbe pensarlo! Ma tutti possiamo essere immersi nella sorgente che trasforma la nostra sete di eternità in autentica partecipazione alla vita del Figlio! Non ci sono applausi né riconoscimenti terreni che possano competere con la gioia di essere abbracciati gratis dell’amore dell’unico veramente Forte!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

“Ogni comunità, e ogni famiglia, sappia trovare tempi e modi

per sospendere ogni sua attività e sostare in preghiera comune”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/trasfigurare-la-sintesi-di-goffredo-boselli/)

 

Il recente Convegno ecclesiale di Firenze, il IV della Chiesa italiana, che ha avuto per titolo ‘In Gesù Cristo il nuovo umanesimo’ (cfr.: http://www.firenze2015.it/ ), è stata una significativa esperienza di comunione e di fraternità. La presenza di papa Francesco e la sua vicinanza alla gente, simbolicamente confermata dalla sua visita a Prato, che esprime una attenzione particolare al mondo del lavoro e alle sue problematiche, ha trovato eco in una dinamica di confronto e di dialogo assai significativa all’interno del Convegno.

Al di là, infatti, dei contenuti discussi ed esplicitati, maturati anche dai contributi giunti nei mesi precedenti dalle varie diocesi d’Italia, sembra che i partecipanti abbiano messo in evidenza come una novità che suscita speranza il metodo di lavoro impiegato. Mons. Galantino, segretario della CEI, l’ha sintetizzato come ‘espressione della sinodalità della Chiesa’. E il tema della sinodalità sembra essere il tratto ecclesiale che meglio esprime la novità del Concilio Vaticano II, assunta decisamente da papa Francesco, sulla scia del cammino aperto dai suoi predecessori. A Firenze, mi pare, si è avuta come l’impressione che le intuizioni e le direttive che vengono ‘dall’alto’, cioè dalla riforma in atto a livello di Vaticano, possa arrivare anche alla base, dove – hanno sottolineato i partecipanti al Convegno – se da un lato esistono emblematiche e decennali esperienze profetiche di servizio e di comunione (per cui la Chiesa italiana ‘non parte da zero’), dall’altro si vivono in prima linea le contraddizioni di atteggiamenti individualisti e clericali che ancora persistono. In effetti, alcuni vescovi sono tornati a casa con il desiderio di ‘applicare’ il metodo anche nei percorsi diocesani.

 

“L’esperienza e lo stile che abbiamo vissuto destano un desiderio di modalità di vita ecclesiale”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/uscire-la-sintesi-di-don-duilio-albarello/)

 

Sinodalità, metodo, comunione… Ma di che cosa si è trattato, in pratica? Qual è stata la novità di questo Convegno che ha colpito così tanto?

È stato proprio il modo in cui si è lavorato: i circa 2000 delegati delle diocesi italiane sono stati organizzati per 2 giorni in 200 tavoli, suddivisi nei 5 grandi temi che facevano da assi portanti del contenuto (i verbi: uscire, annunciare, abitare, educare, trasfigurare). Ogni tavolo, animato da un facilitatore, era costituito quindi di 10 membri, chiamati a confrontarsi, discutere, dialogare sul tema in assoluta libertà e confidenza, per poi ‘passare’ il succo del lavoro ai 4 moderatori della propria area di lavoro, e ascoltare il tutto sintetizzato da 5 voci nell’assemblea conclusiva dell’ultimo giorno.

Ma ancora non ho detto il tratto più bello di questa metodologia, per noi forse a dir poco nota: ciò che ha colpito tutti è stato il fatto che ai tavoli erano seduti ‘alla pari’ vescovi, presbiteri, diaconi, religiosi e religiose, laici e laiche! Un piccolo dettaglio per capirci: i tesserini di riconoscimento portavano soltanto lo spazio per il nome e il cognome, non per il titolo o il ruolo. Tutti accomunati dal battesimo, tutti chiamati ad ascoltare e a opinare senza appellarsi a un pregiudiziale concetto di autorità che a volte è dato dal titolo, o meglio dalla maniera (anche metodologica) in cui si interpreta un ruolo. Ne sono nate così ricchissime esperienze di relazione prima di tutto umana! Ecco il nuovo umanesimo! Ecco la sinodalità e la comunione!

 

“È forte in tutti i gruppi di lavoro la volontà di creare relazioni, prendersi cura e accompagnare.

Passare da una attenzione esclusiva verso chi viene evangelizzato

a una specifica attenzione a chi evangelizza”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/annunciare-la-sintesi-di-flavia-marcacci/)

 

Non ci sentiamo di etichettare il tutto come ‘niente di nuovo sotto il sole’. Anzi: la scelta di privilegiare questo incontro fraterno, pur preceduto dalle validissime conferenze per inquadrare il tema, ha ricadute enormi, mi pare, sul modo di percepirsi come Chiesa e obbliga, più che a soffermarsi su particolari concetti teorici – che forse non sono stati, e magari neanche potevano essere, di particolare originalità – hanno messo in moto nuovi dinamismi di relazione e quindi di azione. Perché dalle relazioni, molto più che dalle idee, nascono le motivazioni!

A questo punto, è sorta in me la personale e comunitaria domanda vocazionale, per quanto riguarda la nostra Famiglia. Nessuno di noi – religiosi, sorelle, amici – era presente al Convegno. Peccato, mi viene da dire! La Famiglia di don Ottorino non c’era. D’altro canto, è comprensibile, vista la nostra piccolezza e anche l’attuale tempo di fragilità delle nostre comunità. Ma tra noi ci sono anche persone estremamente impegnate negli ambiti diocesani e nazionali, oltre che parrocchiali. Tuttavia, fisicamente non c’eravamo. Spero almeno che abbiamo potuto seguire, con interesse e passione, alcuni passaggi del cammino ecclesiale, perché per noi è costitutivo essere incarnati e vivi dentro la realtà ecclesiale della nazione in cui operiamo. Fa parte del nostro DNA! E anche se a volte la complessa e variegata realtà italiana ci può spaventare o ci può sembrare troppo impegnativa e grande – sì, a volte ci sembra più impegnativa l’Italia che non le missioni in altri Paesi! -, spero davvero che abbiamo potuto gustare ancora una volta la bellezza della nostra Chiesa e lodare Dio perché ci chiama a farne parte, con la nostra originalità e povertà insieme.

 

“Vivere la realtà della parrocchia in maniera adeguata alle sfide del nostro tempo

lasciando più spazio ai carismi dei laici”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/abitare-la-sintesi-di-adriano-fabris/)

 

Ma ho anche pensato: che cosa sono stati i tavoli di lavoro di Firenze se non una esperienza di ‘laboratorio’ così come abbiamo vissuto noi preparando il Capitolo e l’Assemblea della Famiglia di luglio 2015? E che cosa sono stati questi laboratori se non la concretizzazione – limitata e da rivedere, ma validissima – dell’intuizione delle ‘comunità ministeriali’ così come sono state teorizzate e sperimentate per 3 anni nella realtà pastorale di Crotone? Non abbiamo puntato anche noi proprio alla ‘relazione alla pari’, al coinvolgimento di tutti, al dialogo che fa crescere, attraverso la conoscenza, anche nella corresponsabilità?

Certamente ci sono aspetti da verificare, ed è un processo da monitorare costantemente. Ma anche a Firenze vi sono stati elementi da migliorare: le sintesi conclusive, per esempio, non potevano tenere conto del contributo di tutti i tavoli, perché era troppo poco il tempo dell’ascolto dei facilitatori! La scelta dei delegati delle diocesi, poi, ha lasciato uno spazio troppo limitato alla presenza di giovani.

Ma non fa parte del metodo anche la verifica? E a proposito di metodo, non si è trattato – a Firenze – di un evento speciale di discernimento comunitario ecclesiale, così come noi ci proponiamo di vivere in uno stile famigliare? E allora, quando noi parliamo di famiglia e di spirito di famiglia, non stiamo esprimendo in termini più affettivi l’idea di sinodalità?

 

“Favorire il discernimento e la cura di coloro che la comunità

ha individuato come educatori e formatori”

Dalle sintesi del Convegno di Firenze (http://www.firenze2015.it/educare-la-sintesi-di-sr-pina-del-core/)

 

Sento insomma che la Famiglia di don Ottorino è stata presente a Firenze più di quanto possa sembrare: nella propria ricerca interna e nel desiderio di uno stile sempre più fedele al Vangelo e ai segni dei tempi. Ne sono uscito consolato e confermato. Allo stesso tempo, però, come ogni Parola di Dio, mi sono sentito interpellato, perché mi chiedo come riuscire a far interagire maggiormente le nostre intuizioni carismatiche e le vie di sperimentazione e di crescita che cerchiamo di vivere con il cammino della Chiesa italiana, dalla quale continuiamo a ricevere tanto, ma che allo stesso tempo siamo chiamati a servire con la nostra specificità carismatica. Se il metodo reso manifesto a Firenze è quello indicato, se anche per noi la dimensione del discernimento è fatta soprattutto di volti e incontri, allora non c’è dubbio che il nostro servizio deve passare attraverso un costante e intenso investimento sulle relazioni.

C’è dunque bisogno di persone che si preparano, di energie che si investono, ma anche e soprattutto di una profonda consapevolezza vocazionale, circa la ricchezza del dono che abbiamo ricevuto e che non ci appartiene. Una certa visibilità non ha niente a che fare con l’esibizionismo e la ricerca di sé vanitosa e superba: è piuttosto una coraggiosa e a volte dolorosa risposta alla vocazione che ci è stata data, perché la lucerna non può restare nascosta sotto il moggio.

In questo, vorrei sottolineare l’intuizione capitolare e il rapido passo profetico realizzato dal Consiglio, nel costituire e rendere subito operativa l’Equipe centrale della Famiglia, per camminare insieme (=met-odo) religiosi, sorelle e amici, come in un unico ‘tavolo’ telematico (e non solo) di discernimento comunitario (=sin-odale). L’esperienza che abbiamo iniziato e che pian piano diverrà patrimonio della nostra tradizione carismatica può dare alla Chiesa italiana, umilmente ma decisamente, un significativo esempio di intreccio tra la dimensione locale e nazionale e l’apertura alla missionarietà e alla internazionalità. E per noi religiosi pastori, sorelle e amici incarnati nella Chiesa italiana probabilmente il confronto con i frutti del Convegno di Firenze può divenire un importante strumento di maturazione nel discernimento dei prossimi 10 anni di cammino.

Non sarà facile, non mancheranno le fatiche e anche i fallimenti; ma ci sembra che questa possa divenire la sofferenza della Croce, perché in tutti percepiamo un sincero e profondo desiderio di unità, che in fondo è la matrice più autentica della sinodalità auspicata dal Concilio, dai nostri papi, dal Convegno di Firenze.

don Luca Garbinetto

IL MONDO HA FAME

Gv 6, 1-15 – XVII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Siamo in piena estate, le notizie dei telegiornali non disdegnano le tradizionali carellate di gossip delle vacanze dei vip. A Milano continua la maratona dell’EXPO, dove il tema del cibo è messo bene in mostra, con sfilate di potenti e scambi affascinanti di culture non solo culinarie.

E intanto, le tragedie degli ultimi del mondo non terminano, anzi sembrano acuirsi con maggiore drammaticità. Ci entrano nelle case e negli occhi le immagini dei disgraziati esuli del Mediterraneo, a volte stravolti ma sopravissuti, altre – tante – volte giunti alla inesistente terra promessa senza più fiato da dare.

E folle di disgraziati si ammassano presso altre innumerevoli frontiere del mondo, verso nazioni che spesso diventano mete vecchie e nuove di illusorie fantasie di salvezza. Gli stati erigono muri e barriere di difesa. O forse sarebbe meglio chiamarle per nome: di discriminazione! Mentre scoppiano le bombe, muoiono gli innocenti anche a casa loro, senza distinzione di stato sociale e di religione.

Non possiamo che guardare a questa immensa folla, oggi, mentre Gesù guarda quella ‘grande folla’ che ‘lo seguiva… perché vedeva i segni che compiva sugli infermi’ (v. 1). In quella gente assetata di un gesto di speranza e di cura, Gesù vede anche noi e questa nostra umanità ferita dei giorni nostri. Siamo lì con loro, e gli occhi allora non possiamo e non dobbiamo chiuderli. Il mondo soffre, e molto. Soffre perché ha fame e sete di giustizia. E continua ad avere fame e sete di pane e di acqua materiali, oltre che spirituali.

È vero, non sono i soldi che risolveranno il problema. Filippo lo dice da economo un po’ tirchio, ma realista. Gesù lo ripete, con un altro stile, però: senza nascondersi dietro la scusa, senza rinunciare alle proprie responsabilità, senza abbattersi e ritirarsi di fronte alla sproporzione del dramma.

Gesù è disposto a pagare di persona. E desidera coinvolgere anche i suoi discepoli nella stessa logica, nella stessa rivoluzione. No, non sono i soldi che risolveranno il problema: i soldi si possono usare anche per comprare armi e per costruire barriere. Ma è la mentalità nuova che compirà il miracolo.

La mentalità di un ragazzo, fresco e pulito come ancora se ne trovano per le strade del mondo. La trasparenza della gioventù va custodita, va amata come un valore necessario alla bellezza del mondo. Un fanciullo, forse un poco ingenuo, mette a disposizione tutto quello che ha, senza trattenere neanche una briciola per sé. Avrebbe avuto senso garantirsi almeno la propria pagnotta: avrebbe forse dato un tono di sicurezza ai suoi genitori, se erano lì presenti. Invece lui dà tutto, disposto a perderlo. Paga di persona, come farà Gesù. Gesù impara dai piccoli.

La purezza di questo dono rende gli occhi di Gesù ancora più teneri. Nel mezzo del sudore della gente, tra tanta stanchezza che lo circonda, oltre il sospetto dei suoi più vicini collaboratori, egli vede la bellezza del creato. C’è ‘molta erba in quel luogo’, segno che il Padre Creatore non si è dimenticato di dare un poco di ristoro a chi è ‘affaticato e oppresso’ (cfr. Mt 11,28). Dio è umile di cuore, come i piccoli. Per questo la folla, che è come un gregge senza pastore, può sedere e trovare ristoro. Il riposo della creazione si rinnova. Ma questa volta Dio non contempla più da solo la meraviglia delle sue creature. Ora insegna anche a loro la via per divenire figli e figlie: è la via della condivisione e della solidarietà, che nasce dal germe del dono. Chi desidera vedere con gli occhi di Dio e imparare a contemplare, deve lavarsi al collirio della gratuità. Chi desidera amare con il cuore di Dio, deve svuotare il proprio e liberare le mani da ogni attaccamento che ne appesantisce le idee.

Così furono saziati. Tutti. E oltre ogni aspettativa. Così ne avanzò tanto, di pane e di pesce, da poter sfamare un altro popolo, il popolo che è la Chiesa. Così la povertà del trattenuto si trasforma nella sovrabbondanza del dono. Profezia commovente - come si è commosso il cuore di Dio in Gesù - di un mondo davvero rinnovato, della vera Terra promessa.

Guardiamo all’unico popolo di oggi, che ha fame, tanta fame di pace e di riconciliazione, di vita e di speranza. Guardiamo con gli occhi e il cuore di Dio, disposti a dare tutto quello che a noi tocca perché si realizzi la comunione annunciata dall’Eucaristia. Guardiamo con la logica del servo, perché è l’animo trasparente e umile del piccolo, e non la corona altezzosa del re, che salverà il mondo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Parrocchia e vita religiosa

Siamo religiosi pastori: come consacrati, viviamo in piccole comunità; come ministri ordinati, siamo preti e diaconi ed assumiamo insieme la guida pastorale delle parrocchie, con una attenzione privilegiata ai giovani e ai lavoratori.

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