TERRA DI DELIZIE

Lc 7, 11-17 – X domenica del tempo ordinario – Anno C

Commento per lavoratori cristiani

Due folle in cammino si incontrano.

Vi è una folla pellegrinante, che dalle periferie entra in città. Camminano con il Signore della vita coloro che da moltitudine desiderano divenire popolo, e riconoscersi in un luogo che divenga appartenenza. Un luogo che ha un nome, destinato a rimanere scritto nei secoli: la città si chiama ‘Delizie’, ed è la terra promessa, meta di chi intraprende il proprio viaggio dietro al Maestro. La folla che entra a Nain, quindi, è un popolo in esodo, che cerca lo sposo del Cantico con cui condividere la dimora e la terra in cui scorre latte e miele.

Un’altra folla, invece, esce. Un corteo di morte, molta gente raggruppata attorno a una bara portata in spalla, come giogo pesante sulle spalle degli uomini ma soprattutto sul cuore di una madre vedova. Questa gente percorre le strade ordinarie, conosciute e calpestate ogni giorno, sulle tracce di una donna senza marito: rimasta sola, ora anche la vita appare definitivamente averla abbandonata. Perché il figlio è l’eredità promessa, è l’Alleanza che si compie: e ora non è più! La folla che cammina sulle tracce di un morto è una moltitudine senza speranza, aggregata da una tradizione religiosa destinata solo alla tomba.

Le due folle si incontrano. La vita incrocia la morte, il ventre ormai reso sterile dal fallimento viene sfiorato dalla fecondità dello Sposo. Un ponte si genera, inatteso e sorprendente come lo è la vita nuova in Cristo. Uno sguardo e le viscere di misericordia di Gesù gettano le travi di questo contatto. Gesù la vede: vede la donna, vede il suo pianto, vede il suo grembo inaridito. È la donna che lo colpisce. Ed è invece il grembo di Gesù a sussultare di compassione. Vedere e sentire: ecco i movimenti della misericordia.

Gesù è la vita che non rifugge lo sguardo profondo e vero su ciò che della vita fa parte: il passaggio della morte. Gesù sa che non c’è esodo senza l’attraversamento di questo guado. Gesù però conosce le profondità delle acque in cui ogni figlio inizia la sua esistenza, ed anche lo Spirito genera alla vita nel battesimo.

Il resto è la tenerezza che si fa evento. La misericordia che salva non è mai astratta e teorica. Gesù si avvicina per asciugare il pianto, dopo averlo riconosciuto e accolto: sarà il pianto di sua Madre, della nostra Madre sotto la croce. Gesù tocca la bara, preparandosi a starci dentro, a penetrare le profondità della terra, fino a invadere con l’esultanza della vita anche il regno dei morti. Gesù ferma così il flusso della disperazione e l’onda della folla che si allontana dalle Delizie promesse, per annunciare e realizzare una trasformazione definitiva: ‘Alzati!’. È la resurrezione, che nel Suo corpo glorioso troverà il compimento definitivo.

‘Ragazzo, dico a te…’ …a te, con il tuo nome unico e irripetibile, figlio amato di un amore fedele e inesauribile! …a te, che sperimenti la morte del cuore, che ti senti orfano di padre, che ti accorgi di avere tante volte abbandonato la madre! …a te, prediletto da sempre: Dio ti dice ‘Alzati!’.

È una storia che si compie nella meraviglia di un incontro personalissimo, come quando nell’intimità degli sguardi gli occhi si riconoscono e nel riconoscersi a vicenda ritroviamo energia di vita.

Allo stesso tempo, è un incontro che trasforma una massa in un popolo, e che trasfigura l’antico patto, incapace di donare vita, nella nuova Alleanza, in cui la Chiesa si rinnova, resa sposa e madre dall’Amante.

Siamo coinvolti in questo mistero di salvezza, chiamati a scegliere non tanto in quale corteo stare, ma a quale sguardo rivolgere i nostri occhi. Se ancora esitiamo, aggrappati alle bare della nostra esistenza, oggi si rinnova la buona notizia: anche noi possiamo girare lo sguardo, convertirci allo Sposo e ritornare a guastare le Delizie del Suo banchetto.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL LINGUAGGIO DELL’AMORE

Gv  14, 15-16.23-26 – Solennità della Pentecoste

Commento per lavoratori cristiani

 

Stamattina hanno suonato alla porta. Sono andato ad aprire: il giovane che stava lì in attesa si era voltato, guardando altrove. All’affacciarmi, sono rimasto sorpreso: sembrava non essersi accorto del mio arrivo, e anche al mio altisonante ‘buongiorno’ non ha dato cenni di risposta. Ho insistito, alzando un poco la voce. Lui era lontano alcuni passi, per cui a un certo punto, tra lo stupito e l’infastidito, mi sono avvicinato, ponendomi davanti al suo sguardo. Mi ha sorriso e mi ha porto subito una cartellina con una penna: chiedeva aiuto, qualche offerta, senza però dire una parola… Era sordomuto!

Non c’è dubbio che lo Spirito, a tempo opportuno, sa stupire e trasformare la preghiera in vita. La Pentecoste è festa della comunicazione, è inno all’incontro, è mistero di unità nella diversità dei linguaggi. Ed ecco allora, improvvisamente come improvvisa è la vita ordinaria, l’opportunità di renderla carne e di lasciare operare lo Spirito.

Per comunicare con un sordomuto c’è bisogno di pazienza, arte e fantasia. Ma soprattutto, c’è da spogliarsi dalla presunzione di esserne capaci. C’è da lasciarsi coinvolgere in una relazione che all’inizio ha un sapore buffo, e ti mette nella condizione di scoprire la tua rigidità e di smascherare quanto sei impacciato e duro.

Siamo tutti un po’ sordomuti. Sordi verso le parole degli altri, verso i messaggi dei piccoli, verso le indicazioni della vita. Sordi anche verso noi stessi, e le esigenze più profonde del cuore, incasellate dentro schemi di comunicazione spesso inamidati e sclerotizzati. Così diveniamo sordi alla voce di Dio, supponendo di avere già ascoltato tutto il necessario, oppure – che forse è peggio – ritenendoci ormai inadatti ad ‘aprire gli orecchi, attenti come gli iniziati’ (cfr. Is 50,4).

E da sordi si rimane muti, incapaci di trasformare in dialogo la trepidante ansia di relazione che ci abita in corpo. Al massimo balbettiamo bisogni, senza accorgersi che, se viviamo alla superficie, anche i nostri messaggi rimangono sterili, a volte violenti, perfino utilitaristici.

Siamo comunità umane e cristiane di isole, così desiderose di incontro eppure così impaurite dal diverso. Siamo comunità monche, dalle lingue tagliate e dagli orecchi tappati. Siamo…

Ma oggi non vogliamo più esserlo! Oggi lo Spirito soffia, come vento impetuoso; oggi nuove lingue di fuoco scendono e si impossessano di noi; oggi il terremoto scuote la nostra interiorità e genera un trambusto nei nostri rapporti. Oggi è il tempo della Chiesa, dell’Assemblea nuova dei discepoli: è il tempo che vince la paura dell’altro e ci scaraventa nei piazzali ad annunciare l’Amore!

Dio infrange gli schemi in cui si sente stretto e che non possono trattenerne la creatività e la fantasia traboccante. Dio invia il Suo Spirito per renderci capaci di comunicazione e di relazione. Il Padre e il Figlio, nella loro diversità interdipendente, ci coinvolgono con passione ad imparare l’arte di tessere unità fra gli opposti. La lingua dell’altro ha bisogno di sciogliersi, ed è per questo che a me dà il coraggio di fare un passo, di pormi davanti al suo sguardo, di stringere le mani e di imparare a leggere le parole che escono timide e commosse dalle labbra strette.

La voce tenera dello Spirito consola e collega, congiunge menti e cuori, ma anche mani e passi. Per capirci, infatti, nel nuovo linguaggio dell’amore, c’è bisogno di esserci tutti interi, per scoprire il varco attraverso il quale passa l’incontro e l’accoglienza dell’altro.

Questi miracoli, e molto più, realizza lo Spirito di Dio, per chi si abbandona docile al suo doloroso e perseverante lavorio di artista. Lui, Persona che è Relazione, fa di noi verità e pienezza, sprigionando le energie nascoste. Così anche i sordomuti saliranno sui tetti e grideranno, cantando, la gioia del Vangelo!

 Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

UNA VOCE CHIARA E UNA MANO SICURA

Gv 10, 27-30 – IV Domenica di Pasqua C

Commento per lavoratori cristiani

 

Il Buon Pastore dà la vita eterna alle sue pecore. Per avere in eredità la vita eterna è necessario entrare a far parte del gregge condotto dal Buon Pastore. Questo è il senso di ogni esistenza, ciò che orienta una vita umana verso la sua meta. La vita eterna che offre alle sue pecore il Pastore Bello è intessuta in un rapporto intimo e duraturo con Lui, per dare accesso al cuore del Padre, che è dimora di sicurezza e di felicità.

Per stringere la relazione vitale con Gesù, Bel Pastore, sono necessari due movimenti: l’orecchio vigile alle sonorità della Sua voce e la mano tesa a lasciarsi stringere dalla mano del Padre.

Il Pastore infatti chiama per nome. Si tratta di una esperienza di liberazione e di un sussulto di commozione. Il nome di ognuno di noi è stato pronunciato nel silenzio dei tempi dal Padre che ci ha creati; Egli conosce ogni pecorella da sempre, e nel pronunciare il suo nome le ha dato identità ed esistenza. Il nome è la totalità del nostro essere, e ne è anche la direzione da percorrere.

Il Padre, in confidenza, ha sussurrato ogni nostro nome all’orecchio del Figlio, Buon Pastore, e così Gesù rinnova il miracolo della creazione chiamando a voce alta le Sue pecore a seguirlo. La garanzia di entrare a far parte del Suo gregge non è l’appartenenza a una dinastia, o un cognome altisonante fatto di meriti e di virtù praticate; si diventa Sue pecorelle solo se si aprono gli orecchi in ascolto quando la Sua voce amorevole pronuncia ancora una volta il nostro nome.

Chiamandomi, Gesù mi invita a entrare in un dialogo con Lui. Mi interpella, in qualche modo mi invoca, perché mi convoca fra i suoi. Se Lui mi conosce da sempre, perché ha raccolto dal Padre le confidenze su di me, nel chiamarmi mi apre l’accesso al Suo cuore per poterlo anch’io conoscere.

È il mistero della vocazione. Rivelandomi chi è Lui, infinito desiderio di comunione, mi manifesta a me stesso chi sono io, intima nostalgia della stessa unità. Conoscerlo è tutto ciò che conta. Seguirlo  sulla scia dell’eco melodiosa e ferma con cui risuona il mio nome intonato dalla Sua voce è l’unica via per conoscerlo. Il Pastore si svela nell’agire amoroso, nel parlare franco e tenero insieme, nell’urgenza della carità. La Parola pronunciata diventa sempre evento: anche il mio nome, in me, plasma la mia verità. E così, chi ascolta il proprio nome pronunciato nell’intimità della preghiera, sente strutturarsi dentro una incrollabile vita interiore, che resiste alle intemperie del tempo.

È la vita eterna. Attuale e mai pienamente compiuta su questa terra. Mistero di gioia che trasforma, lasciandosi percepire senza mai poterla possedere del tutto. Per ora, almeno.

Ma l’eterno non tradisce. Colui che ‘è più grande di tutti’ non inganna e non abbandona. Il nome di ciascuno di noi, trepidanti e timorosi nella nostalgia di entrare a far parte del Suo gregge, è impresso a lettere di fuoco nel palmo della mano di Dio, l’Eterno. Il più antico tatuaggio, racconta la Parola, sta nella carne del Creatore che ha voluto legarsi definitivamente alla Sua creatura con vincolo indistruttibile d’amore.

Dunque stringere la mano del Padre attraverso le mani ferite e aperte del Figlio crocifisso e risorto è garanzia di vita eterna. Dentro agli smarrimenti della storia, frastornati dalle incertezze dell’umanità che rischia di perdere anche l’identità propria e di ciascuno, scossi dalle false idee che deformano la verità di noi stessi, ecco che ci sentiamo prendere per mano, come bimbi mai sicuri di avere davvero imparato a camminare da soli.

E il Padre stringe forte la presa! Non vuole lasciarci scappare, non vuole che nessun mercenario strappi le sue pecorelle amate da questo legame vitale.

‘Perché il mondo oggi ha tanta paura di parlare di Dio?’, mi ha chiesto un giovane 17enne. Forse perché il mondo si illude di poter stare in piedi senza lasciarsi stringere forte dal ‘più grande di tutti’, supponendo di poter vivere da lupo quando siamo tutti pecorelle. Forse perché ci si maschera di eroi o di vittime, senza accorgersi che siamo fatti per essere unità e relazione.

La voce del Figlio, che pronuncia nitido il mio nome, e la mano del Padre, che mi si porge e mi stringe nella mia insicurezza, manifestano la verità della mia esistenza. Sono al mondo perché qualcuno mi chiami e per rispondere; esisto per camminare aggrappato all’Amore e divenire così capace di sorreggere chi ancora traballa, perché ancora non sa di avere anche lui un nome dall’eternità.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

IL CORPO DONATO

Gv 13, 1-15 – Giovedì Santo (Messa in Coena Domini)

Commento per lavoratori cristiani

 

In alcuni Paesi dell’America Latina, quando si celebra un funerale, si dice che la messa è celebrata ‘a corpo presente’, per indicare che vi è la salma del defunto e per distinguerla dalla celebrazione di commemorazione.

Ciò che invece celebriamo oggi, e che continueremo a celebrare nei giorni santi del Triduo Pasquale – che sono come un unico santo giorno -, è una messa ‘a corpo donato’. Così è, infatti, di Gesù, della sua morte e risurrezione: un mistero di totale donazione! Esso culmina nel ‘corpo assente’ del sepolcro, dove non ci sarà mai più un cadavere a indicare la vicinanza di Dio all’uomo, ma la mancanza che alimenta un desiderio e una verità: Egli è risorto e noi siamo fatti per l’eternità!

Quest’oggi in particolare, nella memoria dell’ultima cena e nel gesto suggestivo e toccante della lavanda dei piedi, contempliamo il senso profondo di quanto accadrà domani e nella meravigliosa veglia pasquale. Il senso di tutto è proprio l’offerta senza misura, l’incondizionata consegna di sé che Dio compie assumendo senza limiti la nostra povera e fragile umanità mortale.

Gesù, Figlio fatto uomo in un corpo, che è carne abitata dallo Spirito, coinvolge in questa sua vita umana e divina anche i suoi discepoli più intimi, gli apostoli chiamati a continuare la sua missione. Gesù fa corpo con i suoi, attraverso il contatto dei corpi: la carezza delle mani che lavano i piedi, la delicatezza di asciugare e sollevare le piaghe del cammino, la tenerezza umile di un gesto che nemmeno lo schiavo era tenuto a compiere. Gesù rende tutti noi corpo con Lui: noi Chiesa siamo un solo corpo, il Corpo di Cristo che abita il mondo da salvare. Gesù Eucaristia è il Corpo vivo che rende viva la Chiesa, e la trasfigura in ogni Santa Messa facendo così presente ancora una volta il Suo Corpo.

Siamo invitati e anche resi abili, in questo giorno santo, di sentirci uniti come un unico corpo, ognuno accanto e legato inseparabilmente all’altro, in virtù del battesimo. Il Corpo di Gesù ci fa popolo, assemblea, famiglia: oggi ci scopriamo uno in Lui, perché Egli dona ad ognuno l’esempio e la capacità di servire il corpo dell’altro.

Questo corpo di Gesù è donato, consegnato, al punto da perdersi in una logica di amore ‘sino alla fine’. Nulla è trattenuto per sé. Così la Chiesa è fedele al Suo Signore, al Capo del corpo. Se a partire dall’Eucaristia, sacramento che rinnova l’offerta del Capo, esce e si consegna in ogni dove, a ogni prossimo, per ogni malcapitato che scende a Gerico. La Chiesa samaritana, che tocca con mano il dolore del corpo e dello spirito dell’altro, continua la missione di essere dono donato.

Questo è il senso del nostro esistere e ciò che il mondo, necessitato di salvezza, si aspetta – anche senza saperlo – da noi che siamo Chiesa. Che ci doniamo, con la fantasia delle opere di misericordia, con la ricchezza delle loro opportunità. Così un padre e una madre sono Corpo di Cristo nel riprendere un figlio che sbaglia, ma anche nell’accarezzarlo perché è triste. Così un lavoratore è Corpo di Cristo nel compiere con onestà il proprio dovere per non rubare, ma anche condividendo parte dello stipendio con il collega se c’è il rischio che sia licenziato. Così un anziano è Corpo di Cristo se sopporta con pazienza la vecchiaia che rende fragili, ma anche se non smarrisce il gusto di donare la propria sapienza a figli e nipoti smarriti. Così un giovane è Corpo di Cristo nel generare creative esperienze di servizio e di volontariato, ma anche nel lasciarsi guidare per orientare la propria esuberanza.

Il Corpo donato di Cristo, quest’oggi, rende possibile e sollecita il dono di noi stessi. Ma non isolati ed eroici promotori di assistenza, bensì corpo unico, uniti sotto il manto della misericordia ricevuta, per fare della vita della Chiesa intera una concreta vita eucaristica.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

TRA DESIDERIO E NECESSITÀ

Lc 22,14-23,56 – Domenica delle Palme C

Commento per lavoratori cristiani

 

‘Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi’ (22,15).

La Pasqua di Gesù comincia da un intimo desiderio di amicizia e di condivisione. Gesù desidera mangiare con i suoi, prima di affrontare il dramma della Croce. La scelta di avviarsi su per la salita di Gerusalemme, con passo deciso e risoluto, nonostante la consapevolezza di quanto lo attende, sgorga in Gesù da un animo che coltiva il desiderio. Gesù, uomo perfetto, non si lascia dominare dagli eventi, non accompagna passivamente la storia, non subisce le inevitabili conseguenze dei fatti: ma li abita, li riempie di presenza, li orienta secondo un orientamento voluto e cercato. Ed è la spinta del desiderio a sostenere il suo camminare, coltivato con passione e secondo un preciso senso di marcia.

Gesù, vero uomo come noi, alimenta il proprio desiderio di donazione, di servizio, di consegna totale. Ne parla ai suoi negli attimi cruciali dell’ultima cena, perché di questo ha colmato tutta la sua esistenza. Si giunge ai momenti ultimi dell’esistenza portando con sé ciò che di ultimo si è cercato per tutta l’esistenza. Alla fine dei giorni si porta quello che ha riempito i nostri giorni.

‘Deve compiersi in me questa Parola della Scrittura’ (22,37).

Accanto al desiderio, dimensione estremamente personale, se non a volte soggettiva, Gesù ha consapevolezza che esiste una necessità, un dovere, forse anche una ineluttabilità della storia. Esiste, nel mondo, qualcosa che ‘deve’ essere così, e non può essere altrimenti. C’è un elemento che ‘bisogna’ accogliere come tale, pena il rifiuto della storia stessa e lo smarrimento nel pellegrinaggio della vita. Anzi, pena la negazione di se stessi e della propria umanità.

Che cos’è questo dato? È uno spazio di limite e di condizionamento tale da non poterne sfuggire.

Gesù assume in sé tutto questo. Si entra così nella tensione pesantissima tra il desiderare personale e la necessità di accogliere qualcosa che non dipende da sé. La vita vera, in fondo, è fatta di questo. E forse sta lì il vero senso della Passione: non solo l’ineluttabilità della morte, ma lo scontro tra il limite e la restrizione che essa comporta e quell’infinita aspirazione di vivere per sempre, di onnipotenza e onnipresenza che dimora nella profondità del cuore.

‘Desidero’… ma ‘devo’… Non sempre conciliabili, non sempre armoniosamente orientati allo stesso fine. Almeno in apparenza. L’uomo si ritrova così lacerato, e tende a rifiutare la lacerazione e lo scarto. Si sente meno uomo, se non può affermare la propria indiscussa autonomia. Si ritrova meno uomo, se non riesce ad assumere ogni dimensione dell’esistente, anche quando questo gli sfugge nella sua verità. Perché l’uomo è dato a se stesso, non c’è nulla da fare! Ma allo stesso tempo custodisce un appello di autorealizzazione che non può sradicare da sé!

E allora patisce, soffre, urla, suda sangue! Forse è proprio questa la necessità: bisogna che tu, o uomo, o Figlio, ascolti e assecondi il desiderio immenso di diventare uomo davvero!

Dove sta la chiave? Quale la risposta? Cosa attutisce o ‘porta a compimento’ la ricerca?

‘Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà’ (22,42).

Ecco la via: donarsi totalmente all’unico che è Tutto. Senza ridimensionare il desiderio, ma trasformandolo in relazione. Senza evadere alla necessità, ma riconoscendola come volontà di un Altro. Non è il fato, né la casualità a portare il Figlio sulla croce: è la scelta consapevole di assecondare il desiderio di essere tutto del Padre. Che la Sua volontà diventi la mia! Che nell’essere in due diventiamo uno!

Così la via che si svela è percorribile anche da noi. Si tratta di far divenire nostro desiderio ciò che il Padre vuole. Così il dolore e l’offerta intessono nuovi ricami che ricuciono gli strappi del cuore: non siamo più affannati a rivendicare indipendenza per sfuggire all’inevitabile morte, ma ci troviamo abbandonati con fede alla cura amorevole di Colui che rimane accanto e dentro il nostro quotidiano sacrificio. La Sua presenza, umanissima e divina, consola e asciuga le nostre lacrime, che pur tuttavia continueranno a cadere. Perché, per chi desidera vivere, è necessario piangere.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

POLVERE DI STELLE

Gv 8, 1-11 – V domenica di Quaresima C

Commento per lavoratori cristiani

 Ma perché gli scribi e i farisei se ne sono andati tutti? Perché di fronte a un gesto di misericordia, che desidera arrivare a tutti, loro scappano? Sarà la vergogna, l’imbarazzo, lo smacco inaspettato a far sì che la compassione abbia una simile potenza di disarmo?

Gesù scrive con il dito per terra. È il dito del Creatore, lo stesso dito che fece le stelle del firmamento (cfr. Sal 8,4). È il dito di un artista: con le dita si fanno i dettagli, si curano i particolari. L’uomo, invece, era stato plasmato dalla terra con la mano di Dio. Ora Gesù tocca nuovamente la stessa terra, e ne ridefinisce le sfumature. Davanti ha una donna lacerata: è la Sposa caduta nel peccato, è l’infedeltà all’Alleanza che ha ferito l’umanità prediletta. E Gesù, come Sposo fedele, la sfiora con la delicatezza dell’Amante, di colui che sistema le ciocche di capelli spettinate e carezza le rughe di dolore. Il dito di Gesù non si limita a restituite dignità a chi ha sbagliato, ma rende più bello il volto di chi è sprofondato nella bruttura. Con l’argilla era stato fatto l’uomo, impastato dai palmi di Dio. Con la polvere, a cui l’uomo deve tornare, Gesù modella la preziosità dei lineamenti, feriti nella loro vulnerabilità, e per questo di nuovo aperti all’amore.

Il dito di Gesù è lo stesso che toccherà le piaghe di Tommaso incredulo. Perché se all’apostolo focoso sarà dato il privilegio di allungare la mano per metterla nel costato del Risorto, questo gesto poi non gli sarà più necessario. E allora sarà il dito di Gesù a carezzarne lo stupore, a risanare la spaccatura della diffidenza, a ricucire lo strappo di chi non ha avuto fiducia. Lo stesso dito, dunque, che alla polvere oggi dona un profumo di stelle. Il firmamento torna a brillare nella carne e nel cuore di una donna, che ha sbagliato, ma che Dio non ha smesso di amare e di cercare.

E allora ci si chiede, addolorati come Gesù: come si può fuggire di fronte a tanto amore?

Nella festa del perdono senza misura e della misericordia che oltrepassa la legge, perché va al cuore della legge, ci riconosciamo anche noi, spesso, farisei terrorizzati dall’amore. Ci spaventa poter essere coinvolti in una vertigine che non controlliamo. Ci spiazza l’invito a lasciarci travolgere da un fiume di grazia che viene da Lui e di cui noi non siamo proprietari, ma destinatari prediletti. Ci fa’ tremare le gambe la tenera carezza di un dito che ci sfiora, più potente di ogni imposizione violenta e di ogni giudizio minaccioso.

Quanto avrà desiderato, il cuore misericordioso di Gesù, che almeno uno di quegli uomini, assieme alle pietre, lasciasse cadere a terra il muro dell’orgoglio e magari anche le ginocchia irrigidite, per poi vedersi rialzare, accanto alla donna, ad una nuova dignità! Quanto avrà sofferto il Signore per non aver potuto abbracciare nella nube del perdono anche le membra dure degli esperti della Legge, così che tutta la comunità potesse trarre profitto dalla trasfigurazione dei suoi capi!

Ogni uomo e ogni donna, oggi, sono chiamati a stare nel mezzo, a rimanere ben in vista, davanti allo sguardo di Dio. Sono occhi benevoli e benedicenti, ma sono anche penetranti come spada che raggiunge le giunture dove avvengono le nostre scelte importanti. Sono occhi che bruciano le scorie e restituiscono purezza di vita. Ogni uomo e ogni donna, oggi, può decidere di non fuggire al crogiuolo dell’amore.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Go to top