CUSTODIRE IL DIO DELLA PACE NEL CUORE

Lc 2, 16-21 – Solennità di Maria Santissima Madre di Dio

Commento per lavoratori cristiani

Siamo in compagnia della Vergine Madre, Regina della pace. Ma quale pace invochiamo e quale pace può intercedere, la fanciulla di Nazareth, in un mondo ferito e straziato da secoli, tragicamente attraversato, ieri e oggi, da bufere di violenza e di odio? Quale pace ha conosciuto lei, nella notte di Betlemme, negli anni della maternità, quando già da bambino il figlio è divenuto segno di contraddizione e altre mamme hanno patito il grido straziante dei propri piccoli uccisi? Quale pace, poi, possiamo desiderare e sperare noi, ogni anno più consapevoli di far parte di una umanità dal cuore duro, egoista e aggressivo?

Restiamo lì, accanto a lei. E cerchiamo di capire, o forse di sentire una brezza nuova. Sì, perché di brezza si tratta, come quella di Elia, dopo che i frastuoni sono finiti, anche quelli che camuffavano Dio da giustiziere e vendicativo.

La pace che porta Maria fa poco rumore. Ce ne accorgiamo perché attorno alla culla di Betlemme di chiasso se ne fece probabilmente tanto. Non era poi così isolata, quella mangiatoia, se molti erano già lì quando arrivarono i pastori, tanto da poter ascoltare stupiti i loro racconti angelici. Probabilmente Giuseppe aveva cercato aiuto, e la voce di un nuovo nato era corsa tra le comitive di pellegrini. Un fanciullo che viene alla vita non lascia comunque indifferenti: sarà presto un figlio di Abramo. Qualche zelane levatrice si sarà fatta viva a dare i suoi consigli da esperta alla giovane venuta dal nord. E poi la frenesia di una vita da carovanieri, l’ansia del censimento, le grida, le faccende quotidiane.

In mezzo a tanto subbuglio, per Maria esiste prima di tutto e soprattutto il corpicino del suo bambino. E quel volto che rivela il volto dell’Altissimo. Mistero di intimità, umana e divina. La benedizione del Signore di Israele raggiunge l’animo e la vita di questa sua figlia, divenuta sua Sposa, nell’incontro di sguardi con il piccolo, Figlio di Dio fatto figlio dell’uomo.

La pace nasce lì: quando vi è un riconoscersi reciproco, quando due persone si restituiscono uno sguardo per dirsi senza parlare chi sono l’uno per l’altra. I volti che si incontrano sono spazio di relazione, sono dignità vissuta e confermata. Gesù, senza saperlo ancora, consegna a Maria tutta la sua bellezza – ogni mamma è più bella nei giorni del parto -, la sua dignità e identità di donna, la sua importanza di creatura. La pace è questione di cuore: quando il cuore sente di ricevere il diritto di esistere e di amare, ecco che sperimenta la sorgente della pace.

Nella confusione dei viandanti, Maria riconosce il mistero nato con il figlio. E così riconosce anche i pastori come strani custodi di una buona novella. Diventano loro stessi angeli, messaggeri: ecco la dignità, il valore di creature che si aprono alla relazione con l’Onnipotente. Maria ‘serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore’.

Nel silenzio, lei custodisce l’evento di salvezza, così concreto da ridondare di gioia e di stupore negli animi di tutti. La pace è sinonimo di gioia. Nasce quindi nell’intimo, non nelle azioni esteriori. Si rivela però nelle scelte concrete, che hanno radice da dentro. Altrimenti è sterile, anzi è falsa.

Così Maria ci indica la strada. La pace è questione di custodire, instancabilmente, spesso contro corrente, lo spazio che merita Dio nella propria vita. Pure nella confusione; e più ancora, pure nella tragedia, quando una spada trafigge l’anima. Pure nell’inferno, della persecuzione, della guerra, della morte che si semina. Custodire, proteggere, difendere a tutti costi il Dio bambino in noi: così ci insegna un’altra giovane ebrea, Etty Hillesum, dentro il dramma dell’Olocausto.

Questa custodia permette a Dio di essere nostro custode. Questa relazione cercata, dopo averla desiderata, fa di noi tabernacoli di pace, come lo è stata lei, la Vergine Madre, sempre.

Costruiamo allora, in questo anno che inizia, una stanza nuova, o liberiamo quella che nel nostro intimo ci abita, perché possa trovare dimora l’Altissimo che si fa piccino. Se la pace abiterà così in noi, se il Custode troverà custodia in noi, allora la sua ombra rigenerante si allargherà dalla Vergine Sposa a noi, per renderci germe di speranza. E l’inferno sarà vinto, perché troppo grande è per Dio la nostalgia di ogni suo figlio per lasciarlo, solo, ardere eternamente della Sua assenza.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA PAROLA CHE VIENE

Lc 3, 1-6 – II domenica di Avvento C

Commento per lavoratori cristiani

 

La Parola di Dio viene nella storia! La Parola di Dio continua a plasmare la creazione! La Parola di Dio orienta il cammino dell’umanità!

Questo unico grande mistero viene annunciato oggi a coloro che si pongono in ascolto di ‘una voce che grida nel deserto’. È il deserto del cuore dell’uomo e delle relazioni tra le persone, deserto di ieri e di oggi. È il deserto che anela vita, acqua, speranza. In questo deserto un uomo dà voce al grido silenzioso di ogni uomo. Giovanni è l’anima nostra più profonda, assetata e arida, che grida verso l’alto, e alimenta l’attesa.

Impressiona la concretezza del tempo descritto. I potenti della storia di allora sono specchio dei potenti di oggi; i libri ricordano gli imperi e i regni della terra, che ieri come ora pretendono di dominare e comandare. Anche la religione ufficiale afferma il suo diritto al potere nei nomi di coloro che manderanno in croce la Parola fatta carne. Nella storia si succedono persone e nomi, regni e domini. Passano, lasciando scie di violenza e di sofferenza.

Ma la Parola rimane, perché non si stanca di venire. La fedeltà della Parola è l’insistenza a voler entrare nella storia, per orientarla verso una logica nuova, per indicare la direzione giusta.

Anche il creato, fatto dalle dite amorevoli del Creatore, ha bisogno di continuo rimodellamento. La terra tutta e la natura sono il grande tempio dove si svolge la storia. La casa comune, che rischia di divenire cumulo di macerie, grida con l’uomo il suo gemito, la sua ansia di liberazione.

E la Parola viene, e rimane. Non perché si stabilisce quale irremovibile conferma di un progetto precostituito, ma perché continua a plasmare, a trasformare, a ricreare. La bellezza del creato è il suo cammino per i sentieri dell’amore. La fedeltà della Parola è il movimento lungo le vie dell’armonia da tornare a cercare, a costruire, ad abitare con passione.

E nella storia, nella creazione, cammina l’uomo, camminiamo noi. Il nostro cuore si specchia nella sofferenza delle creature, ed è trepidante ed ansimante dentro le alterne e dolorose vicende dei popoli. Oggi la Parola ci invita ad alzare, con la voce, anche lo sguardo. Ci converte verso coloro che soffrono, verso l’umanità schiacciata dagli egoismi, verso il fratello da vedere, riconoscere e amare.

È peccato terribile di ieri e di oggi lo sguardo accecato dai propri interessi, il petto gonfio dei propri titoli e delle proprie rivendicazioni, la voce spenta quando si tratta di consolare chi soffre. È peccato che esige conversione e perdono la sottile catena di sospetto che si insinua nelle valli oscure del nostro animo, e l’orgoglio menefreghista che si inerpica sui monti del nostro egocentrismo.

La Parola, fedele, mai doma, instancabile, viene ancora. E chiede ospitalità nei nostri cuori. Chiede il permesso del lavoro artigianale e delicato, paziente e doloroso di disinnescare le bombe sepolte sotto le nostre paure e di raddrizzare i tortuosi pensieri ispirati alla vendetta.

La Parola di Dio venne e viene, per farsi grido fra i popoli: grido di comunione, grido di giustizia e di misericordia, grido di pace. Quello che noi non sappiamo più nemmeno chiedere, perché forse abbiamo esaurito voce e fiato, la Parola ce lo restituisce come intimo e coraggioso inno alla speranza.

Grida, uomo nel deserto, grida dal più profondo di te stesso: la salvezza di Dio è vicina! E tu la vedrai!

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

DOMENICA XXXII – B

Due povere vedove, due grandi donne, sono le protagoniste della Parola di Dio di questa domenica, la vedova di Sarepta, che dà da mangiare al profeta Elia, e la vedova che Gesù fa notare ai suoi discepoli nel tempio mentre essa dà in offerta le due uniche monetine che ha.

SAREMO SALVATI DALL'AMORE

DOMENICA XXV - B

Un secondo annuncio della sua morte e resurrezione fatto da Gesù ai discepoli, come leggiamo nel brano del vangelo di questa domenica, raggiunge di nuovo anche noi discepoli di oggi, per riportarci una volta di più al mistero centrale del vivere cristiano. In questo mistero di morte e di risurrezione ci immergiamo in ogni celebrazione eucaristica e anche in ogni azione quotidiana, quando la viviamo in Gesù. Nel testo di Marco si dice che Gesù è consegnato agli uomini, cioè a tutta l'umanità. Oggi come allora l'umanità vive il dramma di uno scontro sempre in atto del male contro il bene, dell'empio contro il giusto, come è descritto nella lettura del libro della Sapienza. Chi decide di stare dalla parte del bene è da tanti non compreso, avversato, deriso.  In certe casi persino perseguitato fino al martirio. Nella logica di chi fa il male a volte si ravvisa una empietà che non è solo umana, ma demoniaca. La lettura della lettera di Giacomo parla di una lotta  che avviene anche all'interno delle comunità ecclesiali nelle forme della gelosia e della contesa a danno della sapienza che viene dall'alto, portatrice di pace, di mitezza, di misericordia, di sincerità. Paolo inoltre ci insegna a riconoscere dentro noi stessi una contraddizione spesso inevitabile tra il nostro desiderio di bene e l'istintiva inclinazione al male (cfr Rm 7,14-25). Tutti noi insieme siamo quindi l'umanità alla quale Gesù si è consegnato per salvarci. Tutti siamo salvati da Gesù. È la buona notizia che Gesù continua a dare a noi suoi discepoli perché noi la diamo al mondo. Niente dovrebbe trattenerci e distrarci da questo annuncio. Invece spesso come i primi discepoli perdiamo il tempo a interessarci d'altro. Di cose a cui attribuiamo una importanza che non hanno e  che ci distolgono dalla vera priorità di seguire Gesù fino fondo entrando nel mistero del suo patire e del suo amare. Gesù ci vuole smascherare: Di che cosa state parlando? Che cosa c'è nei vostri pensieri e nei vostri cuori? Per che cosa spendete le vostre energie? - chiede a tutti noi. Le sue domande, a cui fanno eco in forma insistente quelle di papa Francesco in questi tempi di grandi urgenze,  ci strappano dal nostro silenzio e ci obbligano a darvi una risposta. "Il primo sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti", dice perentoriamente Gesù. I piccoli, i poveri, gli indifesi, i dimenticati, quelli che non contano, devono essere abbracciati, come ha fatto Gesù nel suo emblematico abbraccio al bambino posto nel mezzo. In quell'abbraccio c'è molto di più di un invito a imitarlo. È indicato il senso più profondo della nostra fede. Nell'abbraccio ai piccoli abbracciamo lo stesso Gesù e lo accogliamo nella nostra vita, diventando come lui. E in lui abbracciamo e accogliamo il Padre suo e nostro e entriamo decisamente nella dinamica d'amore della vita trinitaria. Per questo amore, vissuto nei tanti abbracci che possiamo dare e ricevere ogni giorno in Gesù, vivremo nella certezza che l'umanità intera sarà salvata dall'amore.

don Luciano Bertelli

Il campo minato

C’era una volta un campo minato. Ai suoi confini  stava scritto a grandi lettere “Pericolo di morte, campo minato”.

Era un campo come tutti gli altri, avrebbe potuto essere la gioia per il divertimento di bambini e adulti, invece era pericoloso, estremamente pericoloso!

Per questo, abbandonato da tutti, lo infestavano erbacce di tutti i tipi e vegetazione disordinata e selvatica.

Una notte una lepre saltò in aria su una mina che, esplodendo, la ridusse il mille pezzi e il prato, che in fondo era buono, pianse lacrime amare, ritrovandosi così pericoloso e funesto.

Guai per tutti attraversarlo, guai calpestare il suo terreno: sarebbe esploso in modo straziante!

Un giorno si avvicinarono a lui degli strani personaggi. Lo trattarono con estrema cautela e delicatezza come si fa con un malato grave. Lo perquisirono palmo a palmo, lo liberarono dalle mine, disattivandole e tirandole fuori una ad una dal terreno. Fu un lavoro molto duro. Di tra gli arbusti il prato non perdeva d’occhio quegli uomini che, tutti tesi, lavoravano con la fronte imperlata di sudore.

Un bel giorno fu portata a termine la bonifica, le erbacce e gli arbusti furono tagliati, il “campo minato” divenne un bellissimo prato e si fece una grande festa. Per giorni e giorni la gente lo riempì di canzoni e di balli. Poi ritornò ad essere un campo normale. Non più pericoloso, fu arato e seminato e produsse grano e frutti.

Tolti i cartelli, non era più famoso per la sua pericolosità; era diventato un campo come tutti i campi che lo attorniavano.

Così si addormentò, lasciando che il lavorio della vita lo rendesse sempre più bello e fecondo, cioè un campo meravigliosamente normale.

Chi fa saltare in aria chiunque lo incontra è un campo minato, fa paura certo, si fa rispettare, ma nessuno si fida di lui…
essere un campo normale fa trasalire di gioia sia che sia pieno di messi, sia che sia un prato o un giardino incantevole per tutti...

don Matteo Pinton

E SE…INVECE….?

Secondo il Vangelo del Figlio prodigo

 

1. Se Caino invece di uccidere suo fratello per invidia, felice, perché il Signore aveva preferito il dono del fratello più debole e fragile di lui, l’avesse invitato a prendere una pizza insieme, lodando Dio per la sua bontà…?

2. Se il servo dell’unico talento, invece di accusare il padrone come esoso, piangendo, avesse ammesso la sua negligenza, offrendosi a servire gli altri servi più generosi di lui, incurante dei sorrisini dei più bravi, premiati e promossi, pieni di beni, ma senza affetto e misericordia…? Da che parte sarebbe il Paradiso?

3. Se i lavoratori delle prime ore del mattino, invece di lamentarsi avessero organizzato una festa di ballo con gli ultimi, invitando anche il padrone della vigna, riconoscenti per la sua magnanimità…

4. Se nel pranzo di festa per i poveri di strada, quello trovato senza veste nuziale, forse perché, data la confusione, voleva anche lui approfittare di mangiare qualcosa, senza neanche conoscere il motivo della festa, invece di tradire il proprio interesse di profittatore, avesse riconosciuto la magnanimità del re, gli si fosse prostrato davanti chiedendo con umiltà quello che gli altri avevano ricevuto senza domandare…cosa sarebbe successo?

E se gli invitati con quelle goffe vesti nuziali, portate sopra i loro stracci cenciosi, invece di accoglierlo, avessero fatto osservazione al re per la sua misericordia, qualora lo avesse portato vicino a sé, ultimo diventato primo, in una festa tutta donata, e avesse riservato attenzioni particolari, proprio a lui, intruso dell’ultima ora… e non paghi, una volta terminata la festa, l’avessero aspettato fuori e riempito di  botte pieni di invidia e di gelosia?  Da che parte sarebbe il Paradiso?

….    ….   ….   ….   ….  

E se invece una volta buttato fuori, passati i primi momenti di ribellione, sentendosi perduto, si fosse fermato, nell’ombra, sotto il portico della casa e, come Lazzaro, avesse ascoltato i canti e le danze delle nozze con nostalgia, rammaricandosi di non essersi presentato come si deve? E quel cane che gli si avvicinò, dapprima sospettoso e poi amichevole tanto da lasciarsi accarezzare? Strano davvero… 

Si dice che gli venne da piangere e col pianto sfogò le sue contrastanti emozioni, donandogli una calma interiore che conciliò il sonno. Col cane accovacciato accanto si addormentò senza darsi conto che la festa con l’alba era finita. Nessuno si era accorto di lui. Fu svegliato da una mano che gli aveva dato una scrollatina alle spalle. Il re il persona lo stava svegliando. Quando si rese conto che era proprio lui, impacciatissimo tentò di scusarsi… ma il re lo precedette domandandogli:

-       Che cosa fai qui? Lo disse non come rimprovero ma con dolcezza…

-       Avevo fame, e poi quando mi hai cacciato fuori, mi sono disperato e non potendone più  mi sono seduto spalle al muro per sentire la gioia della festa.

-       Vorresti stare qui con me a tenere in ordine la fattoria?

Il pover’uomo non sapeva cosa dire… Il re prese il suo imbarazzo per un assenso gli indicò gli strumenti di lavoro e se ne andò…

Riavutosi dalla meraviglia, il poveraccio tentò di fare qualcosa…Non abituato al lavoro, faceva del suo meglio…

Ma la sua meraviglia arrivò al colmo quando sul mezzogiorno fu invitato a pranzare con il re… e così ogni giorno e ogni sera… col tempo si abituò a questa fortuna…una fortuna costante che lo rendeva sereno e familiare del re.

Degli altri non si seppe più nulla… Mangiato e bevuto per bene, ritennero le nozze come un sogno da raccontare nella loro miseria, a differenza dell’altro che viveva della fortuna di essere trattato come un figlio.

Che sia questa la grazia?

E se passando gli anni, invecchiando, avesse cominciato ad uscire e ubriacarsi… e alla sera cominciare a tornare tardi…Cosa farebbe il re? Avrebbe chiamato suo  figlio e avrebbero trattato la questione. Il re, certo, sarebbe stato del parere di allontanarlo. Ma rimase felice  che invece il figlio  gli avesse fatto notare che se lo avessero abbandonato sarebbe morto di stenti e pensando a quello che già il padre fece per lui, si sarebbe impegnato di andare a riportarlo a casa ogni qualvolta si fosse attardato troppo.

 Ogni mattino seguente il servo piangeva per l’errore fatto, chiedeva perfino di essere legato o rinchiuso. Ma non lo fecero mai… Il figlio affrontava ogni sera l’ambiente delle cantine della città, tra i sorrisi ironici degli altri poveracci, che sembravano dirgli: - bell’affare hai fatto prendendoti in casa quello straccio di uomo…lo dicevamo noi…!?- E continuò ad accompagnarlo a casa. A chi gli chiedeva quante volte l'avrebbe fatto, fino a sette volte? Rispondeva fino a settanta volte sette!

Alla fine lo assistette accanto al suo pagliericcio nell’ultimo respiro della sua vita…

E la casa sembrò più vuota per tutti…

Anche un povero disgraziato può riempire di vero paradiso una vita.

5. Nel pranzo con il fariseo il paradiso era tutto dalla parte della peccatrice, come dalla parte  dell’adultera, come dalla parte del ladrone crocefisso con il Signore.

6. Se Giuda invece di disperarsi fosse corso da Maria, e avesse pianto tutta la vita; come si dice, abbia fatto Pietro, tanto da avere due piccole fosse sul viso provocate dalle copiose lacrime versate per avere tradito il Signore…

7.E se Gesù invece che morire come vittima fosse sceso dalla croce e avesse incenerito i suoi nemici...?  Come cristiani come mai abbiamo scelto molto spesso questa via?

Come mai ci siamo armati, giudichiamo, emarginiamo, non accogliamo…

E la cananea che aveva più fede degli osservanti ebrei, il centurione pagano che aveva dimostrato più fede di tutto Israele, il pubblicano che diventa figlio di Abramo più degli altri, la peccatrice che ama di più dei farisei, che giudicavano lei e Gesù, il ladrone che va subito in Paradiso…? Che fine faranno? Hanno la sola speranza della morte e della risurrezione di Gesù…e non è poco…per fortuna…

don Matteo Pinton

IL MONDO HA FAME

Gv 6, 1-15 – XVII domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Siamo in piena estate, le notizie dei telegiornali non disdegnano le tradizionali carellate di gossip delle vacanze dei vip. A Milano continua la maratona dell’EXPO, dove il tema del cibo è messo bene in mostra, con sfilate di potenti e scambi affascinanti di culture non solo culinarie.

E intanto, le tragedie degli ultimi del mondo non terminano, anzi sembrano acuirsi con maggiore drammaticità. Ci entrano nelle case e negli occhi le immagini dei disgraziati esuli del Mediterraneo, a volte stravolti ma sopravissuti, altre – tante – volte giunti alla inesistente terra promessa senza più fiato da dare.

E folle di disgraziati si ammassano presso altre innumerevoli frontiere del mondo, verso nazioni che spesso diventano mete vecchie e nuove di illusorie fantasie di salvezza. Gli stati erigono muri e barriere di difesa. O forse sarebbe meglio chiamarle per nome: di discriminazione! Mentre scoppiano le bombe, muoiono gli innocenti anche a casa loro, senza distinzione di stato sociale e di religione.

Non possiamo che guardare a questa immensa folla, oggi, mentre Gesù guarda quella ‘grande folla’ che ‘lo seguiva… perché vedeva i segni che compiva sugli infermi’ (v. 1). In quella gente assetata di un gesto di speranza e di cura, Gesù vede anche noi e questa nostra umanità ferita dei giorni nostri. Siamo lì con loro, e gli occhi allora non possiamo e non dobbiamo chiuderli. Il mondo soffre, e molto. Soffre perché ha fame e sete di giustizia. E continua ad avere fame e sete di pane e di acqua materiali, oltre che spirituali.

È vero, non sono i soldi che risolveranno il problema. Filippo lo dice da economo un po’ tirchio, ma realista. Gesù lo ripete, con un altro stile, però: senza nascondersi dietro la scusa, senza rinunciare alle proprie responsabilità, senza abbattersi e ritirarsi di fronte alla sproporzione del dramma.

Gesù è disposto a pagare di persona. E desidera coinvolgere anche i suoi discepoli nella stessa logica, nella stessa rivoluzione. No, non sono i soldi che risolveranno il problema: i soldi si possono usare anche per comprare armi e per costruire barriere. Ma è la mentalità nuova che compirà il miracolo.

La mentalità di un ragazzo, fresco e pulito come ancora se ne trovano per le strade del mondo. La trasparenza della gioventù va custodita, va amata come un valore necessario alla bellezza del mondo. Un fanciullo, forse un poco ingenuo, mette a disposizione tutto quello che ha, senza trattenere neanche una briciola per sé. Avrebbe avuto senso garantirsi almeno la propria pagnotta: avrebbe forse dato un tono di sicurezza ai suoi genitori, se erano lì presenti. Invece lui dà tutto, disposto a perderlo. Paga di persona, come farà Gesù. Gesù impara dai piccoli.

La purezza di questo dono rende gli occhi di Gesù ancora più teneri. Nel mezzo del sudore della gente, tra tanta stanchezza che lo circonda, oltre il sospetto dei suoi più vicini collaboratori, egli vede la bellezza del creato. C’è ‘molta erba in quel luogo’, segno che il Padre Creatore non si è dimenticato di dare un poco di ristoro a chi è ‘affaticato e oppresso’ (cfr. Mt 11,28). Dio è umile di cuore, come i piccoli. Per questo la folla, che è come un gregge senza pastore, può sedere e trovare ristoro. Il riposo della creazione si rinnova. Ma questa volta Dio non contempla più da solo la meraviglia delle sue creature. Ora insegna anche a loro la via per divenire figli e figlie: è la via della condivisione e della solidarietà, che nasce dal germe del dono. Chi desidera vedere con gli occhi di Dio e imparare a contemplare, deve lavarsi al collirio della gratuità. Chi desidera amare con il cuore di Dio, deve svuotare il proprio e liberare le mani da ogni attaccamento che ne appesantisce le idee.

Così furono saziati. Tutti. E oltre ogni aspettativa. Così ne avanzò tanto, di pane e di pesce, da poter sfamare un altro popolo, il popolo che è la Chiesa. Così la povertà del trattenuto si trasforma nella sovrabbondanza del dono. Profezia commovente - come si è commosso il cuore di Dio in Gesù - di un mondo davvero rinnovato, della vera Terra promessa.

Guardiamo all’unico popolo di oggi, che ha fame, tanta fame di pace e di riconciliazione, di vita e di speranza. Guardiamo con gli occhi e il cuore di Dio, disposti a dare tutto quello che a noi tocca perché si realizzi la comunione annunciata dall’Eucaristia. Guardiamo con la logica del servo, perché è l’animo trasparente e umile del piccolo, e non la corona altezzosa del re, che salverà il mondo.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

OGNI TANTO FA BENE SPAZZARE LA CHIESA!

Gv 2, 13-22 – Festa della Dedicazione della Basilica Lateranense

Commento per lavoratori cristiani

Gesù ha una passione: suo Padre! E di suo Padre gli sta a cuore tutto, come ogni figlio che si è scoperto amato dal suo genitore e lo custodisce in ogni sua cosa. Del Padre, Gesù cerca la compagnia e annuncia il Regno che viene. Del Padre compie la volontà in ogni istante e ama frequentare i suoi prediletti: i poveri. Del Padre, Gesù ama la casa, il tempio di pietre e sudore che ne raccoglie i figli stanchi ed oppressi.

Per i poveri di Israele, tornati stremati dall’esilio, il tempio significava infatti la fedeltà di Dio, la provvidente sua presenza che non svanisce nonostante le dure prove della vita, la signoria su tutta la storia. È fra i poveri di Israele, gli anawim, che Gesù scopre come anche il Padre ha una passione, che sono proprio loro: i derelitti del suo popolo, coloro che non hanno altro a cui appoggiarsi se non la roccia di Yahvé.

Ecco perché per Gesù il tempio è la casa del Padre suo: perché è il luogo in cui i prediletti del Padre suo sperano ancora di trovare ristoro e speranza, nel mezzo di una esistenza in cui la violenza e il sopruso segna così spesso una sorte triste e dolorosa per gli ultimi della terra. Il tempio, come casa del Padre, esiste per restituire all’umanità un ordine giusto, per richiamare alla fraterna condivisione, per ripristinare la solidarietà che è frutto della compassione. Nel tempio, l’uomo, posto di fronte alla memoria viva del suo Dio che è Padre e della comunità dei suoi fratelli, è richiamato alla verità di se stesso e della propria religione: ‘religio’ significa legame, non separazione; vincolo, non distacco; relazione, non isolamento. Nel tempio, l’assemblea convocata non ammette discriminazioni e classi: le uniche classi che esistono sono quelle del servizio, e chi più è in vista più è chiamato a essere servo.

Ecco perché è necessario difendere il tempio dalla logica commerciale, che fa di tutto una questione di prezzo e di compravendita. Come se si potesse vendere e acquistare la dignità di essere figlio del Dio a cui il tempio rimanda, fratello dell’uomo che si inginocchia a venerare il Padre!

La logica del mercato, purtroppo, si insinua terribile nella mentalità religiosa anche oggi. C’è chi spende energie e ricchezze nel mal uso della lingua e nell’ambizione di comando. Ma è anche un tempo in cui si sentono disprezzare le istituzioni e i palazzi, e che in realtà rinvigorisce subdole gerarchie di potere in gruppi autoreferenziali e spesso alla mercé di qualche leader narcisista. La compravendita delle cose dello spirito e l’apparente innocuità di fasulle pratiche di benessere è un’altra tentazione insidiosa come la bilancia dei mercanti del tempio, che non si lasciava scappare nemmeno la decima sul comino e la rucola.

Oggi, per Gesù, restituire alla casa del Padre la sua giusta dimensione significa certamente fare verità sull’autentico edificio che ne accoglie la Parola di Vita. La Chiesa, che Egli ha voluto come continuatrice della sua missione nel mondo, è l’assemblea convocata attorno al vescovo, in comunione con il suo presbiterio e i suoi diaconi, in cui ogni battezzato vive, annuncia e celebra la propria affascinante identità di figlio e fratello. È una famiglia che abbraccia la terra fino agli estremi confini, unendo le tante comunità sparse ovunque e presiedute nella carità dal vescovo di Roma – di cui oggi ricordiamo la dedicazione del tempio. È una comunità gerarchica e fraterna, che ha bisogno estremo di simboli, e per questo ama la bellezza, che è sinonimo di gratuità. I sacramenti sono l’inno alla gratuità di Dio, che spande l’abbondanza della Sua Grazia in coloro che lo accolgono come Padre, e continua a diffondere l’inesauribile vitalità sgorgata dal cuore squarciato nella passione del Figlio Gesù.

Difendere la dignità della casa del Padre, anche nelle sue necessarie incarnazioni storiche, significa dunque restituire ai suoi poveri il diritto di sentirsi comodi dentro il tempio. Che sia una piccola cappella delle terre di prima evangelizzazione oppure un garage delle grandi periferie cittadine; che sia la decorosa chiesa di una parrocchia tradizionale oppure l’affascinante bellezza di un’opera d’arte di sfoggio antico: ciò che conta è che i poveri, prediletti dal Padre, si riscoprano lì dentro membri di diritto della Chiesa. Perché lì riconoscono e celebrano con tutti i fratelli di essere al centro dell’attenzione tenera e compassionevole dell’intera famiglia, non come puri destinatari di elemosine, ma quali vivi e vivaci protagonisti e costruttori di futuro.

A volte non bastano gli anni che scorrono a rendere sufficientemente accogliente e calda una comunità cristiana, perché si insinua il virus della divisione, della critica, dell’invidia. Lo zelo appassionato del Figlio torna quindi a far memoria per noi che si può sempre ricominciare a fare pulizia, a rimettere ordine, a ripulire gli scalini dell’onore e del merito. A tal scopo, prendere in mano la scopa e contribuire, con umiltà, a risistemare i banchi e le sedie del nostro tempio serve a volte molto di più che preparare una ricercata omelia o leggere una sontuosa meditazione sulla diaconia della Chiesa.

Ad ogni pastore del gregge di Yahvé, a ogni appassionato cercatore della volontà del Padre, a ogni instancabile custode della gratuità, l’augurio di fare questa ordinaria esperienza fianco a fianco con la più semplice delle figlie della Chiesa.

 

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'ECONOMIA DELLA SALVEZZA

Mt 20, 1-16 – XXV domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Strana economia, quella di Dio. Bisogna forse ammettere che se un padrone, in una qualsiasi città del mondo, gestisse la sua azienda come il padrone della parabola raccontata da Gesù, probabilmente non avrebbe molto successo nel mercato. Soprattutto con i tempi che corrono.

L’intraprendenza di questo Signore, che non sta mai fermo ed esce a tutte le ore a cercare lavoratori per la sua vigna, si mescola con una prodigalità più simile agli sprechi del giovane figlio della parabola lucana (cfr. Lc 15, 11-32), che a un saggio e parsimonioso amministratore di impresa. E, si sa, sono gli sprechi che rovinano le aziende!

Eppure sta proprio in questa sprovveduta generosità la novità controcorrente. Senza che si possa liquidare l’irragionevolezza di Dio con un commento astratto e disincarnato: ‘ma qui Gesù parla per immagini di cose spirituali; la realtà del mondo è un’altra!’. Non è così. Gesù ci invita a incarnare uno stile nuovo e coraggioso proprio nella vita di tutti i giorni, dove l’economia – la ‘gestione della casa’ – ha  e deve recuperare un proprio significato umano e spirituale, unica via per una reale trasformazione dei rapporti tra i popoli verso una convivenza pacifica e buona.

Notiamo un dettaglio non insignificante. Di fronte al paradosso di un padrone che paga a tutti gli operai lo stesso salario, nell’attento rispetto della legge di Israele – che comanda di non lasciare passare la notte senza aver dato al povero bracciante ciò che gli spetta (cfr Dt 24,14-15) -, i lavoratori della prima ora – poveri anche loro, ma non per questo esenti dai morsi dell’egoismo – non se la prendono con i propri compagni, ma mormorano direttamente verso il padrone.

In altre parabole lo sfogo di rabbia cade sui compagni apparentemente più fortunati di loro (cfr Mt 18, 23-35). Ma sembra, appunto, più uno sfogo che un affrontare il vero problema. Di che si tratta? Del nostro rapporto con il Padrone, con Dio stesso. È proprio lì il guaio. Dio è concepito come un padrone rigido, incasellato nella logica del ‘do ut des’, percepito come un avversario a cui spillare compensi. Chissà come si saranno rammaricati, i nostri lavoratori della prima ora, di non essersi nascosti furbamente – come forse avranno fatto i loro compagni, pure fannulloni, che fino alle cinque si sono guardati bene dal farsi trovare in piazza… -, visto che più importante della dignità del lavoro sembra essere il salario…!

Ebbene, la guerra tra poveri, lo scontro tra compagni, l’incapacità di vedere nell’altro un fratello, l’insistenza a percepirsi in competizione anziché in carovana: tutto questo nasce da una immagine di Dio stravolta e sconvolta. Guardiamolo meglio, questo Dio, che invece sorprende a ogni piè sospinto.

Innanzitutto è un ‘padrone di casa’ (20, 1). Non un possidente terreno che fa lavoro di ufficio, freddo e distaccato, o che si gode i proventi della sua vigna seduto su un divano. Dio restituisce all’economia la sua intima natura domestica. Dio abita in casa, cioè ama i rapporti famigliari, preferisce stabilire relazioni calde, ha il volto di un padre che non rinuncia a godere della vita feriale e del fuoco del focolare. Come non intravedere il cuore appassionato del padre che divide il patrimonio tra i figli, desideroso soltanto di… paternità?

Questo Padre è mattiniero e intraprendente. Non se ne  sta chiuso fra le sue mura sicure e comode, mandando altri a sbrigare le faccende. Dio – ama dirci papa Francesco – è costantemente in uscita. Viene a cercarci. Instancabilmente. Cerca le persone, i suoi figli perduti. Cerca l’uomo, non cerca né il guadagno né il profitto. Cerca me. Sembra proprio scordarsene, di come va la vigna. Dio da costantemente una nuova opportunità, fosse pure dell’ultima ora. Sembra davvero ardere dal desiderio di una famiglia grande, formata da tutti coloro che restano impantanati nelle piazze dei condizionamenti sociali e nei crocicchi delle proprie paure (cfr. Mt 22,1-14).

Dio, poi, rovescia le prospettive. Parte dagli ultimi. Paga coloro che hanno lavorato meno tempo. I lavoratori della prima ora non si accorgono del privilegio. A Lui, infatti, interessa solo che i suoi dipendenti si accorgano di essere figli. E i figli, più stanno con il loro Padre più godono del calore di casa. Dio non tratta tutti allo stesso modo, è vero. Questo lo lascia intendere Lui stesso, con la sottile ironia di Gesù. Dio predilige gli ultimi, perché in loro può manifestare appieno la propria  prodigalità, lo spreco del suo amore. E per questo fa di tutto affinché tutti si riscoprano ultimi, o lo diventino, scendendo dal piedistallo dell’orgoglio. Figliolanza e ‘ultimità’ sembrano esperienze inseparabili…

Anche a coloro che si incaponiscono nel farsi avversari del Padre, nel coltivare la logica della contrattazione anziché dell’alleanza, Dio non toglie il regalo della sua amicizia. Appare qui l’assurda lotta dell’uomo, che si fa invidioso non del fratello, ma di Dio stesso. È il peccato originale, l’insinuazione del serpente: ‘Non vedi che puoi essere anche tu come Dio?’ (cfr Gen 3, 1-5).

Certo. Dio, il Padre, vuole farci come Lui. Ma Lui non è come pensiamo noi. E se davvero desideriamo lasciarci coinvolgere e trasformare dalla luce del suo volto, è una gara di bontà quella a cui siamo chiamati. ‘Farete opere più grandi delle mie’ (cfr Gv 14,12), ci promette Gesù. Ma soltanto se riscopriamo in noi quell’immagine del Dio buono, che ci ha fatti ‘cosa molto buona’ (Gen 1, 31). Nulla a che vedere con l’ingenuità. Chi sceglie la logica dell’economia di Dio avrà cura della casa dell’uomo, la creazione intera, con la purezza di una colomba, ma anche con l’astuzia di un serpente. La tenerezza fraterna e la grinta del lavoro giornaliero si intrecceranno come mirabile sintesi dell’uomo di Dio, che lo Spirito unifica nell’integrazione degli opposti.

E così gli ultimi saranno… i figli e diventeranno fra loro fratelli. Come non può funzionare un’economia di famiglia?

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

LA CON-VERSIONE DI GESU'

Mt 15, 21-28 – XX domenica del tempo ordinario A

Commento per lavoratori cristiani

 

Non c’è dubbio: il modo di comportarsi di Gesù, davanti a questa donna Cananèa, è davvero strano. Per chi ha in testa l’immagine di un Messia dolce e accomodante con tutti, si ha quasi l’impressione di ricevere un pugno nello stomaco. Per qualcuno, questo Gesù risulta addirittura irritante. E sembra abbastanza forzato cercare di giustificarlo alludendo a un presunto insegnamento che egli volesse dare alla donna o ai suoi, come per ‘provarli’ nella fede.

Diciamoci chiaramente che non ci capiamo granché. E forse è proprio in questa disarmante umanità che percepiamo con maggior intensità la presenza di un mistero irraggiungibile. Sì, pare proprio che Dio si riveli nella sua divinità non nascondendosi, ma immischiandosi tanto profondamente nella nostra umanità da risultare addirittura sconcertante.

Sembra persino più comprensibile una umanità segnata dal dolore e dalla sofferenza che Dio, in Gesù, porta su di sé. È una sua scelta di amore, è il segno tangibile della sua prossimità alla nostra miseria. Risulta certamente una rivelazione inimmaginabile, seppure pennellata di annunci sottili nei testi di Isaia e degli altri profeti.

Ma questo Messia che ‘fa soffrire’ una donna, per di più straniera e lacerata dalla disperazione… Questo Messia che si arrocca nelle posizioni quasi tradizionaliste del giudaismo che lo ha formato, ma al quale ha dato più volte dure spallate di rinnovamento… Questo Messia che appare quasi scorbutico e arrogante, che ‘non le rivolse neppure una parola’, quasi ad alimentare la tragedia dell’indifferenza e dell’esclusione… Questo Messia ci fa tanto male!

Chissà… se da un lato potremmo presumere di farci paladini dei diritti della donna straniera che chiede pietà, dall’altro rischiamo di fare la figuraccia degli apostoli. Come loro, infatti, siamo facilmente capaci di assumere il partito dei più deboli, ma probabilmente più perché la smettano di fare confusione che per amore. A volte ci sbrighiamo a dare una manciata di spiccioli a chi chiede l’elemosina per evitare di doverci fermare a scambiare due chiacchiere fastidiose. C’è anche chi non disdegna di mettersi un poco in mostra con un gesto caritatevole…

Ma questo Messia, così scostante e duro, ci fa male proprio per questo? Ci da’ davvero fastidio il modo in cui tratta una povera donna? O forse siamo inconsapevolmente coinvolti dal fatto che, non raramente magari, anche noi ci sentiamo trattati così da Lui?

L’incontro con questo Gesù ci scombussola forse perché ci piacerebbe di più avere davanti un Salvatore a nostra misura. Uno che, quando gli chiedi qualcosa, subito te la consegna. Uno che, quando gli si presenta un bisogno, immediatamente lo gratifica. Uno che, senza indugi e con un gran sorriso, risolve i problemi e sforna soluzioni sullo stile di un mago con la bacchetta magica.

Gesù, invece, non è così. La sua umanità – quella vera, non quella che noi gli proiettiamo addosso – è piena e perfetta perché appella instancabilmente a una relazione. E a una relazione autentica. Gesù prende sul serio il suo essere uomo, il mondo in cui vive, il volto e la storia di chi incontra. Ciò significa evitare di banalizzare i rapporti. L’incontro non è questione di facili approcci e di concessioni allo stile ‘usa e getta’, purtroppo tanto di moda tra noi oggi. La relazione si costruisce, accettando l’incognita e la diversità, livellando le asperità, subendo i contrasti, recuperando novità dai conflitti e dalle sorprese.

Sì, la relazione è anche sorpresa. L’altro non è programmabile e gestibile a proprio uso e consumo. Né Gesù… né la donna Cananèa! Che sorprende il Messia, che stupisce il Maestro! Splendido: Gesù, Uomo – Dio, accetta la sfida della sorpresa, e se anche conosce bene il cuore degli uomini, ciò non significa che li abbia già tutti incasellati dentro uno schema preconfezionato. Gesù, giudeo della sua epoca, viene educato alla novità della Nuova Alleanza immergendosi nell’avventura di relazioni che non sono predestinate e ovvie. Da un lato le cerca, con coraggio e apertura – chi lo avrebbe costretto, sennò, a ritirarsi proprio in zona pagana? Dall’altro non le programma, e la sua disponibilità impara a riconoscere la presenza creativa della persona. Di una donna, persino, straniera ed emarginata, mezzo straziata dal dolore.

In fondo, abbiamo davanti, nel Vangelo di oggi, una concretissima esperienza spirituale. Se ciò accade anche nelle relazioni umane, in cui siamo chiamati a lasciarci sorprendere e con-vertire – cioè, a farci volgere verso l’altro -, proprio come è successo a Gesù, tanto più questo avviene nella preghiera che matura e cerca autenticamente il volto di Dio.

Dio non rientra nei nostri schemi. Dio non soddisfa le nostre aspettative. Dio non banalizza l’umano, né rifiuta di considerare la serietà del dolore e della diversità. Dio sorprende, sorpassa, precede.

Dio tace, per farci fare un passo verso la Parola. Dio si nasconde, per spingerci a muovere con rinnovato vigore. Dio risponde, ma a modo suo, perché possiamo imparare la sua lingua: l’amore.

Oggi una donna Cananèa ci è modello e testimone di fede. Non la fede della legge e della lettera, bensì la fede dell’incontro. Oggi il Maestro e il Messia si lascia con-vertire da una piccola del Regno. A noi l’opportunità di abbracciarne lo stile, di tosta misericordia, seriamente umano e per questo fortemente divino.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

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