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Mercoledì, 27 Giugno 2018 00:16

MATURARE UNA SANA UMILTÀ

«Rendete piena la mia gioia rimanendo unanimi e concordi» Filippesi 2,2

 

San Paolo inizia la lettera ai Filippesi ringraziando Dio per la comunione che esiste nella Chiesa e dopo chiede loro: rendete piena la mia gioia, rimanendo unanimi e concordi.

Segnala i doni che la comunità già possiede: consolazione in Cristo, consolazione nell’amore, comunione nello spirito, affetto profondo e misericordia. Questi elementi sono preziose virtù che già possiedono. Per questo Paolo dice loro che "se già possedete queste cose, non vi resta che riempire del tutto il mio cuore di gioia avendo lo stesso amore e rimanendo unanimi nello stesso sentire".

A Filippi, nonostante la buona accoglienza del Vangelo, c’erano segnali di discordia e per questo li esorta all’unità e alla concordia. Ciò non diminuisce la gioia fiduciosa che pervade tutta la lettera. Però lascia pure in chiaro che l’unità non si realizza che attraverso il camino del servizio. E in questa materia ciascuno deve sentirsi chiamato personalmente.

Paolo non usa nessun argomento filosofico per spiegare che devono deporre l’ambizione per il bene di tutti. Per questo presenta un argomento evangelico: Gesù è arrivato alla spogliazione totale, Lui che, essendo Dio, si fa uomo. Se voi non siete capaci di spogliarvi delle vostre opinioni, se non siete capaci di cedere, non avete capito la persona di Gesù, che ha fatto una spogliazione assoluta di se stesso nella sua vita. Cercare l’interesse degli altri lo ha portato a spogliarsi della sua posizione. Questo atteggiamento di Gesù Cristo indica al cristiano il modo con cui deve vivere il suo servizio.

In questo modo introduce il tema di questo capitolo, che è l’umiltà. Dice loro: già che vivete in comunione, non fate nulla per competizione né per vanagloria. Fate tutto con umiltà: Non credetevi superiori agli altri, cercate l’interesse degli altri prima del vostro, guardate e trattate tutti quelli che vi circondano come superiori a voi stessi.

L’umiltà è una virtù difficile e, come ricorda il Papa Francesco, non gode di molta stima ai giorni nostri; giusto perché si estromette Dio dalla nostra vita ed è il nostro ‘ego’ che occupa il suo posto. La proposta per crescere nell’umiltà è la carità, come ci ricorda don Ottorino, qualcosa che “che costa sempre e tanto, e bisogna essere disposti ognuno di noi a pagarne tutto il prezzo anche per gli altri. La carità sia il segno della fecondità del vostro lavoro. Carità silenziosa, benigna, che sa comprendere, scusare, aiutare. Carità che sa anche riconoscere i propri sbagli e sa chiedere perdono.” (Lettera 609) 

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Guardando la nostra vita, vedere come stiamo vivendo la virtù dell’umiltà. Aiutarci nel gruppo/comunità a fare qualche passo verso una sana umiltà, che ci aiuti a vivere la carità comunitaria.

 

Papa Francesco

Non è facile maturare questa sana umiltà

La sobrietà e l’umiltà non hanno goduto nell’ultimo secolo di una positiva considerazione. Quando però si indebolisce in modo generalizzato l’esercizio di qualche virtù nella vita personale e sociale, ciò finisce col provocare molteplici squilibri, anche ambientali. Per questo non basta più parlare solo dell’integrità degli ecosistemi. Bisogna avere il coraggio di parlare dell’integrità della vita umana, della necessità di promuovere e di coniugare tutti i grandi valori. La scomparsa dell’umiltà, in un essere umano eccessivamente entusiasmato dalla possibilità di dominare tutto senza alcun limite, può solo finire col nuocere alla società e all’ambiente. Non è facile maturare questa sana umiltà e una felice sobrietà se diventiamo autonomi, se escludiamo dalla nostra vita Dio e il nostro io ne occupa il posto, se crediamo che sia la nostra soggettività a determinare ciò che è bene e ciò che è male. (Lettera Enciclica "Laudato si'" n. 224)

Pubblicato in Impegno di Vita

LA NOSTRA MISSIONE È DA DIO AI FRATELLI PER PORTARLI A DIO

“Ora questa mia gioia è piena”  - Gv 3,29

 

Gesù, dopo essere stato battezzato da Giovanni Battista, annuncia l’arrivo della Buona Notizia del Regno di Dio. La gente comincia a seguirlo e alcuni si fanno suoi discepoli. Sorge allora una tensione tra i discepoli di Giovanni e quelli di Gesù circa la ‘purificazione’, cioè circa il valore del battesimo. I discepoli di Giovanni Battista sentivano una certa invidia e andarono a parlare con Giovanni per informarlo sul movimento di Gesù. 

La risposta di Giovanni ai suoi discepoli è una bella risposta, che rivela la grandezza del suo animo. Giovanni aiutò i suoi discepoli a vedere le cose con maggior obiettività. Si servì di tre argomenti: a) nessuno riceve niente se non ciò che gli stato dato da Dio. Se Gesù fa cose così belle è perché le ha ricevute da Dio (v. 27). Invece di invidia, i discepoli dovrebbero sentire gioia. b) Giovanni afferma di nuovo di non essere lui il Messia, ma appena il suo precursore (v. 28). c) alla fine si serve di un paragone tolto dai festeggiamenti in occasione delle nozze. In quel tempo in Palestina, il giorno delle nozze, nella casa della sposa, i così chiamati “amici dello sposo” aspettavano l’arrivo dello sposo per poter presentarlo alla sposa. In questo caso, Gesù è lo sposo, il popolo è la sposa e Giovanni è l’amico dello sposo. Giovanni dice che nella voce di Gesù ha riconosciuto la voce dello sposo e ha potuto presentarlo alla sposa, ossia, alla gente. In quel momento la gente lascia l’amico dello sposo e segue Gesù, perché nella sua voce riconosce la voce dell’Atteso. Per questo è grande la gioia di Giovanni: una “gioia piena”. Giovanni non vuole niente per sé. La sua missione consiste nel presentare Gesù alla gente. 

Anche per noi sentire “la gioia piena” di annunciare Gesù ai nostri fratelli, sarà la Parola che ci accompagnerà come impegno di questo mese. 

Don Ottorino diceva che noi dobbiamo sentirci i delegati di Dio per amare i fratelli. Per farlo, per prima cosa dobbiamo essere noi “amici” di Dio, uniti a Lui e, partendo da questa intimità con Lui, andare ai fratelli per ricondurli a Dio, che è nostro amico. 

E ricordava che in questa missione siamo solo “strumenti” di Dio. E ciò che il Battista dice nella frase finale e che riassume tutta la sua missione: “Bisogna che lui cresca e che io diminuisca”, è anche il programma per tutta la Famiglia di Don Ottorino, per tutti coloro che vogliono seguire Gesù e annunciarlo. 

Pertanto, durante questo mese ci impegneremo a continuare ad annunciare Gesù con la nostra vita, però rinnovando in noi la coscienza di essere messaggeri mandati da Dio, dopo esserci incontrati con Lui. 

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di vita di questo mese?

Annunciare Gesù con la nostra vita e le nostre parole, imparando ad essere solo dei messaggeri, come il Battista, e non ad annunciare noi stessi.

 

Don Ottorino

La nostra missione è da Dio ai fratelli per portarli a Dio

Girando ed avvicinando sacerdoti ed amici mi accorgo sempre più della necessità del deserto. Solo se i sacerdoti saranno capaci di unirsi realmente a Dio, potranno sollevare i fratelli. Troppo spesso si incontrano sacerdoti tra i fratelli che sperano di arrivare a Dio. La nostra missione è da Dio ai fratelli per portarli a Dio. Con i fratelli, poveri con loro, soffrire con loro, aiutarli in tutti i modi, ma sempre come delegati di un Dio col quale abbiamo comunanza di vita, di pensiero e di azione. L'eresia di oggi è il rendere la nostra missione come una assistenza sociale, intelligente, studiata, organizzata, caritativa (filantropica), umana. Il piano della salvezza è di Dio e solo di Dio. Noi siamo i poveri strumenti. Siamo grandi solo quando siamo piccoli. Perdona questo sfogo fraterno. Sforzati di essere quello che Dio ti ha pensato e aiuta i fratelli a mettersi in orbita col piano divino. Sapessi quanto fuoco può produrre un santo!... Le anime aspettano inconsciamente dei santi. Perché non essere tali? Con semplicità, con gioia, con audacia, in forma moderna, ma santi... cioè uomini che credono, che amano, che sudano, che cantano, che sanno soffrire e morire per Cristo e per i fratelli. 

(Lettera 414, 5 febbraio 1971)

Pubblicato in Impegno di Vita
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