Articoli filtrati per data: Dicembre 2017
Lunedì, 25 Dicembre 2017 10:16

IL MISTERO DELLA GIOIA

Lc 2, 1-20 – Solennità del Natale del Signore

Commento per lavoratori cristiani

 

“Vi annuncio una grande gioia” (Lc 2,10).

È la gioia la protagonista vera di questa santa notte. Alla gioia vogliamo dare tutta la nostra attenzione, al suo mistero che si compie. La gioia è compimento dei nostri desideri, risposta alla nostra attesa. Per tutto l’Avvento l’abbiamo ricordato: c’è da desiderare qualcosa, c’è da attendere qualcuno, perché possa realizzarsi il mistero della gioia.

E chi stavamo aspettando? Un bambino… e con lui, il dono di uno sguardo nuovo, di una logica diversa. Perché l’evento del Natale, già da chi l’ha vissuto, può sempre essere guardato con occhi ben differenti tra loro, con sguardi addirittura contrapposti.

C’è chi guarda come quelli della casa, quelli che non seppero fare spazio al piccolo. Non c’era alloggio, infatti, per lui e per i suoi giovani genitori nella parte anteriore dell’abitazione, dove riposavano di solito le famiglie. E chissà, trattandosi della città di Davide, antenato di Giuseppe, forse c’erano anche dei loro parenti lì con loro. Certamente, non era un luogo isolato, anzi. Ci doveva essere molta confusione e, nel fondo della tipica dimora ebraica, lo spazio per le bestie, e la mangiatoia. Da lì saliva il tepore del fiato degli animali, e scaldava corpi affaticati. Poco calore, però, avevano i cuori. La gente, lì dentro, era distratta, quasi indifferente. Il vagito del bimbo non suscitò particolare attrazione. Forse era normale, forse l’insignificanza dei bimbi cominciava fin dalla nascita. Più probabilmente, c’era da stare lontano dal sangue di una madre partoriente, per non diventare impuri.

Così, lo sguardo di chi è indaffarato e frenetico nella preoccupazione di un censimento, di un conteggio, di un calcolo si irrigidisce, magari dentro schemi apparentemente benedetti: ‘Cosa può venire di buono da Nazareth?’. Betlemme non è città grata ai Galilei. Ecco lo sguardo autoreferenziale di tanta brava gente di oggi. Semplicemente occupata in mille faccende santissime, affannata su questioni importanti e fondamentalmente incapace di vedere il dettaglio, di cogliere la traccia, di lasciarsi sfiorare dall’inedito.

C’è invece, dall’altra parte, chi sta all’aperto, nella notte, come i pastori, complici inattesi degli angeli e del loro giubilo. Anche i pastori sono al lavoro, sono occupati. E sono anche ai margini, loro già impuri perché hanno a che fare con le pecore. Forse per solidarietà con la Vergine Madre non avranno timore di avvicinarsi subito. Ma prima c’è un passaggio da non perdere: i pastori lavorano, certo, ma non sono distratti. Anzi, la loro arte è proprio quella di custodire, e quindi di vigilare. Hanno dunque uno sguardo attento, pronto, fine. Scrutano, vanno in profondità dentro le ombre, allenati a non dare per scontato che sia tutto favorevole quello che intravedono, ma nemmeno tutto un pericolo. I pastori sanno percepire i segnali e scoprire gli indizi, perché hanno occhi e cuore aperti. Il tutto, per la premura di vegliare il proprio gregge. Sono esperti di cura, per questo hanno uno sguardo disponibile, aperto alla novità. E un cuore – questo soprattutto – disposto a stupirsi!

I pastori sono abituati alle stelle, ecco il segreto. Raramente chiudono del tutto gli occhi, meno ancora si guardano ansiosi l’ombelico. C’è da tenere lo sguardo allerta e la fronte alta, anche se messi da parte dalla società. I pastori alzano gli occhi, nelle notti fredde d’inverno e in quelle tiepide della primavera. Lassù, quando la luna non li abbaglia di riflessi solari, hanno imparato a riconoscere le stelle. Sono quasi più esperti dei magi, raffinati studiosi. E le stelle (‘sidera’ in latino) sono la fonte del desiderio. I pastori le vedono, ma non le possono acchiappare, tanto meno possedere. Dunque ne sentono la presenza certa e allo stesso tempo l’indicibile mancanza.

Nella notte i pastori, voglia o non voglia, sono immersi nel mistero della vicinanza del cielo, che si fa compagno con le luci fioche e costanti delle stelle, e assieme della sua lontananza, perché irraggiungibile. Così abitano sempre dentro l’icona del loro cuore, del cuore di ogni nuovo. Perché così siamo noi: in noi coesiste l’intuizione di una presenza consolante e penetrante, e allo stesso tempo la nostalgia di non capirla né mai poterla possedere. È il mistero della vita, mistero dell’umanità. Chi ci abita senza sfuggirlo sta nell’anticamere del mistero della gioia.

Infatti i pastori riconoscono che il canto degli angeli è per loro. Non solo lo vedono, ma percepiscono l’appello. Altri, pur vedendolo, forse sarebbero tornati distratti alle proprie occupazioni, ai propri numeri, ai propri schemi. I pastori siamo noi, quando rinunciamo a ‘far tornare i conti’! La vita vera, la vita intima, la nostra vita è soprattutto pienezza, che però non elimina la mancanza. È infatti un traboccare verso l’altro, non uno stringere dentro i nostri confini. La vita in noi è esuberante, perché viene dal desiderio, ci spinge fuori: ed è così che rimane il nostro limite, mentre allo stesso tempo sperimentiamo l’oltrepassare la rigidità dei programmi.

La vita, insomma, è relazione. Nell’andare oltre noi stessi, diventiamo noi stessi. Come Maria, che porta il mistero in sé e, come ogni madre, lo sente parte del proprio corpo, ma sa bene che in realtà non potrà mai possederlo. L’altro non è mai mio, mentre nell’andargli incontro e nell’accoglierlo egli fa che io sia sempre più me stesso. Più è intimo l’incontro, più è profonda la consegna, più nel perdersi ciascuno si ritrova.

Da qui sgorga la gioia: dal divenire ciò che siamo! Tu e io, dunque, abbiamo bisogno di accorgerci gli uni degli altri, percorrendo vigilanti le notti dell’esistenza dove la solitudine non è sinonimo di isolamento, bensì di desiderio e mancanza. Dunque, di opportunità di incontro.

E Tu, Gesù, Signore, più di ogni altro ci manchi. Eppure Tu, proprio Tu, vieni.

Rendici grembo che ti accoglie, per lasciarci riempire di gioia. La gioia di riconoscere il nostro infinito desiderio ricolmo della tua traboccante Presenza.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

Pubblicato in Lavoro
Mercoledì, 20 Dicembre 2017 17:44

EDITORIALE: CORRESPONSABILI PERCHÈ?

Carissimi,

ci sono idee e principi che guidano la storia e sono radicati in essa a tale profondità che ci vogliono generazioni per modificarli. Uno di questi è l’idea di una Chiesa, diciamo, a gradini, con un vertice e varie fasi discendenti fino a una base anonima, ampia e dipendente dal vertice. Tant’è che quando i media parlano della Chiesa, tutti pensano al papa, ai vescovi e ai sacerdoti. Pochi pensano ai milioni di cristiani.

Povero Gesù, come è stato frainteso. Lui è venuto, come dice il Concilio, per “santificare e salvare gli uomini costituendo di loro un popolo, che si fondesse in unità”. I credenti in Cristo, infatti, sono stati rigenerati dallo stesso Spirito per mezzo dell'unico Battesimo. Sono pertanto un corpo solo, papa, vescovi, preti, fedeli, aventi come dignità peculiare "essere figli di Dio" e quindi "fratelli" tra di loro.

Il Concilio Vaticano II ha riaffermato questo principio, presentando la Chiesa come “popolo di Dio”, dove tutti godono della stessa meravigliosa dignità di “figli”, immersi nel vortice d’amore della famiglia trinitaria. Davanti a questo non c’è alcuna dignità umana che tenga. Cosa infatti può esserci di più sublime che l’essere figli di Dio?!

Qualunque ministero nella Chiesa, pertanto, assume semplicemente il ruolo di “servizio”. Il Papa è servizio, i Vescovi sono servizio, preti, diaconi, catechisti…, tutti sono servizio, e contano solo e finché sono “servizio” all'interno dell'unica Chiesa. Tutti cioè devono vivere in contatto personale e continuo, anzitutto con Dio Padre, e poi con i fratelli; devono cioè continuamente incontrarsi con Dio per ricevere, e andare ai fratelli per dare. Che cosa? Tutto quello di cui costoro hanno bisogno e che trova solo in Dio la sua sorgente, nulla trattenendo per sé, neppure l’onore per il ruolo esercitato, ma solo la gioia di essere strumenti di amore e di grazia.

Finché non arriveremo a questa coscienza comune, non saremo la Chiesa di Gesù. Una volta affermato questo, viene scontato parlare di “corresponsabilità”.

Quando una parrocchia va male, si è tentati di cercare la colpa nel parroco, nei preti, o nel vescovo. È proprio vero? E tu che te ne stai in disparte, magari a soppesare criticamente tutte le scelte che si fanno, pensi forse di presentarti davanti al Padre eterno, bello bello, magari immaginandoti seduto tra i giudici per valutare l’operato del parroco? E se nel tuo ambiente di lavoro, di divertimento, di studio, non arriva l’annuncio del Regno, potrai ancora invocare la responsabilità dei preti?

Via dunque i gradi di responsabilità e di dignità nella Chiesa. Ognuno è chiamato ad immergersi nel "servizio" che gli è proprio. Se di diversità si vuole parlare  questa sta solo nei doni ricevuti e nel luogo dove Dio ci ha posto. Ognuno quindi impegnato per la propria parte a rendere santo lo stesso corpo, la Chiesa, vivendo questa intrinseca profonda corresponsabilità, fondendosi in unità profonda con gli altri battezzati e in piena comunione con Cristo, anima e centro di ogni cuore e della Chiesa intera.

Trovo appropriato qui ricordare un "ordine" lasciatoci da don Ottorino: "Non datevi pace finché sopra la terra ci sarà uno che non ami Dio con tutto il cuore". 

Pubblicato in Famiglia
Venerdì, 15 Dicembre 2017 16:06

Unità nella Carità 4-2017

Pubblicato in Unità nella Carità
Venerdì, 08 Dicembre 2017 15:31

MARIA, DONNA PIENAMENTE VULNERABILE

Lc 1, 26-38 – Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Commento per lavoratori cristiani

 

Da Dio, tutti noi siamo stati ‘scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità’ (Ef 1,4). In Maria questa promessa si è compiuta già in pienezza. Per noi è un cammino ancora in atto, mai del tutto realizzato su questa terra. E tuttavia è il cammino, non la meta. È necessario interiorizzare questo dettaglio non secondario, per non correre il rischio di stazionare ben lontani dalla Promessa, che viene da Dio e non da noi, ed ha dunque il timbro della certezza, la garanzia del compimento. Se si confonde il cammino con la meta, si rischia anche di piazzare Maria così lontano da noi da percepirla come il modello irraggiungibile e quindi – nonostante i moti devozionali delle nostre emozioni – l’estranea alle nostre scelte.

Maria non è la meta, è il cammino. In lei si compie la pienezza dell’umanità qui e ora, non domani. E lei dal Cielo può esserci vera compagna di viaggio perché sulla terra ha incarnato la totalità della nostra condizione, al pari del Figlio, essendo però lei semplicemente e meravigliosamente creatura.

C’è infatti una certa idea distorta di Maria che ha trasformato il privilegio dell’Immacolata concezione in una specie di assicurazione contro la fatica e il dolore. Sembra quasi che l’essere stata preservata dal peccato originale le abbia regalato una condizione di assoluta indifferenza rispetto ai travagli della carne e dell’anima umana. Un po’ avrebbe supplito la tragedia di un Figlio da accompagnare alla morte ingiusta e tremenda, appeso a una croce e diffamato come il peggiore dei delinquenti. Il dolore del Figlio diviene il dolore della Madre. Questo è vero. Ma è vero anche tanto altro, che viene prima di quella terribile ‘spada’ che trapassa il cuore della Vergine.

Maria, infatti, nell’essere preservata dal peccato, ha ricevuto in dono l’opportunità di fare i conti… senza sconti con la propria umanità. Quella tutta intera, quella pienamente vulnerabile, quella che ci fa penare ogni giorno, nei nostri trambusti interiori. Proviamo a comprendere, ragionando dall’esperienza.

Immaginiamo una qualsiasi situazione che ci turba, nelle nostre giornate in famiglia o al lavoro, quando si crea un conflitto o una tensione con qualcuno. Ciò nasce sempre dal fatto di sentirci ‘toccati’ nel nostro amor proprio, nel nostro bisogno di esercitare un pizzico di potere, nella fame di autostima che ci abita, nel vuoto di affetto che cerchiamo di riempire mendicando comprensione. E quando siamo sfiorati nella nostra fragilità, ci difendiamo: con la fuga, con l’aggressione, con l’indifferenza. Comunque, ci camuffiamo da ricci o da piovre, da orsi o da lupi. Quando il nostro egocentrismo prende il sopravvento, allora si tramuta in egoismo e superbia, con tutte le sfumature del caso. È il peccato. Un immediato espediente per evitarci di fare i conti con l’abisso di sofferenza che la nostra povertà ci restituisce tanto spesso quando siamo in relazione con gli altri.

Il peccato, in fondo, è questo: un tentativo inizialmente efficace di scappare dal dolore della nostra incompiutezza. A volte funziona a lungo, ma è sempre una maschera della nostra debolezza. Ci fa credere di essere forti, persino autosufficienti. Mentre non lo siamo. Il peccato è una bugia che ci uccide nella nostra umanità più profonda. Prima o poi ne paghiamo il prezzo.

A Maria è stato dato in dono di non cedere a questa seduzione ingannevole. Ma questo vuol dire che in ogni situazione, anche le più ordinarie, così simili alle nostre, lei ha fatto i conti ‘in toto’ con il misterioso peso della propria vulnerabilità. Perché anche Maria aveva bisogno di affetto e di stima, anche lei cercava umana comprensione e desiderava amicizia e reciprocità… E non sempre li ha ottenuti come se li aspettava, nemmeno da Gesù! Tutto questo non è peccato. È semplicemente vita, vita vera, vita intera. Maria non è stata preservata dalle lotte delle relazioni quotidiane. Anzi, si è immersa ancora di più nell’abisso del proprio cuore, facendo i conti con l’incertezza della ricerca e con la progressiva faticosa e affascinante chiamata ad accogliere se stessa e a viversi in pienezza.

Il privilegio, dunque, non è stato un impermeabile contro le infiltrazioni degli affetti e dei dolori. È stato invece il dono di stare costantemente in relazione con l’Emmanuele, dentro di lei, davanti a lei, attorno a lei. Così Maria è stata donna tutta intera, donna veramente piena. Piena di umanità, perché piena di Grazia. E l’altro nome della Grazia è la Presenza di Dio nella relazione. Dunque Maria Immacolata ha soprattutto camminato, è divenuta Immacolata avendone ricevuto in dono il germe. Il seme di un amore totale che, morendo, si è trasformato passo a passo nell’albero della sua vita donata, portando frutti abbondanti nel giorno a giorno. Per questo anche ora, dal Cielo, lei può continuare a camminare con noi, e ci indica soprattutto la Via: il suo Figlio Gesù, che vuole venire e nascere ancora nella nostra vulnerabilissima umanità. Gesù, Presenza che non ci abbandona.

Padre  Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

 

Pubblicato in Lavoro

NON PRETENDETE DI AVERE PER FRATELLI DEGLI ANGELI

Perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te (Gv 17,21)

La citazione, che ci accompagna durante questo mese, è parte della preghiera di Gesù per i suoi, però, ampliando l’orizzonte, prega il Padre: Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola (v. 20),chiedendogli: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.

Qui appare la grande preoccupazione di Gesù per l’unione che deve esistere nelle comunità. Unità non vuol dire uniformità, ma rimanere nell’amore, nonostante tutte le tensioni e tutti i conflitti; l’amore che unifica tanto da creare tra tutti una profonda unità, come quella che esiste tra Gesù e il Padre. L’unità nell’amore, rivelata nella Trinità, è il modello per le comunità.

La ricetta, che ci rivela Gesù, è geniale. Si tratta di rimanere uniti gli uni con gli altri, però, allo stesso tempo, con Gesù. Questa unione progressiva, di crescita permanente, che costituisce una sfida per la nostra vita quotidiana, alimenta e, allo stesso tempo, fortifica la nostra unione con Gesù e, pertanto, con il Padre. Così è l’unione che ci rende più forti, più grandi, più vicini a Gesù.

È questa unione con Gesù e i fratelli che dobbiamo cercare. Senza gli altri non è possibile nessun avvicinamento a Gesù; senza gli altri non c’è comunità, non c’è Chiesa, non c’è cristianesimo. È proprio meravigliosa la sfida che ci propone Gesù. Non c’è altro modo di rispondere al suo amore che amando i nostri fratelli e, amando loro, amiamo Gesù. Ci costa crederlo e, soprattutto, viverlo.

Don Ottorino ci ricorda che non possiamo pretendere che i nostri fratelli siano angeli, che non abbiano difetti, che non sorgano difficoltà. Ciò che dobbiamo fare è crescere sempre più nella carità verso gli altri, cercando di accettarli come sono, senza diventare censori critici degli altri. Proprio la carità è messa alla prova quando dobbiamo sopportare la mancanza di carità degli altri.

E ci ricorda qualcosa che facilmente dimentichiamo: neppure noi siamo angeli. Abbiamo difetti, mancanze, cosicché anche gli altri devono fare lo sforzo di accettarci come siamo. Si tratta pertanto di costruire insieme l’unità nella carità, per essere testimoni nel mondo.

Terminando l’anno, possiamo rivolgere una preghiera al Padre per tutta la Famiglia di Don Ottorino, trovando il tempo per ricordarci di tutti i fratelli, le sorelle, gli amici e le amiche: una preghiera di ringraziamento per la strada percorsa e, allo stesso tempo, una richiesta perché ci aiuti a vivere il carisma dell’unità nella carità.

Come vivere, allora, la Parola dell’Impegno di Vita di questo mese?

Terminando l’anno, esaminare il camino fatto: sono riuscito a crescere nel mio essere famiglia, nella stima del fratello e della sorella che vivono accanto a me, nel passar sopra ai piccoli problemi e apprezzare ciò che Dio mi regala?

 

Parola di don Ottorino:

 

Carità è saper sopportare la mancanza di carità degli altri

Qualche volta noi esigiamo la carità nella comunità e non facciamo niente per portare la carità: cioè, in altre parole, critichiamo la comunità perché nella comunità non c’è la carità e ci dimentichiamo che, appunto, la carità è saper sopportare la mancanza di carità degli altri. Il Signore ci ha detto di avere la carità, non di fare i censori degli altri. Anzi ha detto: “Non giudicate!” Ecco la carità che sopporta, che comprende, che chiude gli occhi e lascia passare, che prende il fratello da una parte e gli dice una parola, e se è necessario fa la correzione fraterna. Mettete in preventivo di trovarvi in un ambiente dove non manca la carità, ma dove ci sono dei fratelli che hanno dei difetti: la storia è diversa! Vorrei farvi capire che non si può pretendere di avere per fratelli degli angeli; per fratelli avete degli uomini, e ricordatevi che siete uomini anche voi, e non siete angeli. Perciò la carità è accettare per fratelli degli uomini, ricordando che siamo uomini; allora è possibile la carità! Questo volevo sottolinearlo perché noi miriamo in alto, ma ricordatevi che porteremo sempre i piedi e i piedi camminando fanno un po’ di puzza. (Med. 26 agosto 1967)

Pubblicato in Impegno di Vita
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