LASCIARSI TOCCARE PER IMPARARE A TOCCARE

Mc 1, 40-45 – VI domenica del tempo ordinario – Anno B

Commento per lavoratori cristiani

Un volto sfigurato, delle vesti strappate, un grido angosciato che mescola paura a speranza: ‘Se vuoi, puoi sanarmi!’. L’incontro con il lebbroso, per Gesù, è preludio della Sua passione. Nell’uomo drammaticamente ferito nel corpo e nello spirito, straziato dal male che segrega e deforma l’immagine di sé, Dio riconosce il proprio figlio bisognoso del Suo grembo misericordioso.

Oggi la Parola riassume in appena 6 versetti tutto il mistero della redenzione. Ascoltando la voce dell’umanità oppressa, come un tempo nei campi di lavoro d’Egitto, l’orecchio e il cuore di Dio si struggono di compassione, e le viscere materne del Padre si muovono attraverso le mani del Figlio per immischiarsi con la sorte della sua creatura amata. Gesù tende le dita, che hanno plasmato le stelle, per rinnovare la meraviglia del Principio, e crea di nuovo, questa volta assumendo su di sé le conseguenze del peccato che ha stravolto la bellezza delle origini. Gesù tocca, e toccare, se da una parte è dare, è sempre e comunque anche ricevere. Dio, in Lui, dona gratuitamente la salvezza che l’uomo lebbroso ha invocato, e allo stesso tempo si impregna dell’impurità, secondo la Legge promulgata sul Sinai. Gesù diventa maledizione, perché si compia la promessa della benedizione!

Il prodigioso scambio avviene: la gloria dell’Altissimo attraversa di nuovo ogni fibra della carne e dell’anima dell’uomo, mentre la sua miseria diviene debolezza nel corpo donato dell’Onnipotente incarnato. La lebbra del peccato è vinta, ma lascia le sue tracce sul Corpo di Dio. Sarà il corpo crocifisso e poi risorto a portare con sé le piaghe per sempre, indicando così che nell’eternità mai più potrà avvenire che il Maligno insidi la vulnerabilità della creatura. E intanto questo Dio, che desidera ardentemente evitare di essere frainteso dai nostri proclami stonati, che sogna di non essere più confuso con una genia di imbroglioni che camuffano la fede di magia e superstizione… questo Dio patisce l’esclusione e l’emarginazione al posto nostro.

Egli, che ha spinto lontano da sé l’uomo per educarlo alla libertà più autentica – come una madre che insegna al proprio bambino a camminare, rinunciando a sorreggerlo ogni istante –, è stato a sua volta cacciato fuori dalla città, a migrare nelle periferie, habitat naturale degli scarti dell’umanità. È lì, fuori dalle mura di Gerusalemme, che resterà appeso per amore, ma che per lo stesso amore scardinerà definitivamente i sigilli della morte. Ed è lì, dove cedono i legami della Legge e si superano i confini che trattengono la relazione, che possiamo incontrarlo anche noi oggi.

Fuori dalle piazze della visibilità e dell’esibizionismo, nel nascondimento e nell’ordinarietà della via, si compie ancora la kenosis di Dio. Possiamo conoscerlo davvero, a patto che scegliamo di lasciarci toccare e di toccare a nostra volta. In un certo senso, c’è bisogno di permettere all’altro di contaminarci di tutto se stesso, perché inizi veramente a svelarsi a noi il volto di Gesù, vero Dio fatto uomo, anzi, fatto scarto di umanità.

Nessuno, dunque, osi parlare di Dio, o presumere di conoscerlo, se non si è ancora sporcato le mani sfiorando la carne e l’anima lacerata di un povero. Nessuno pretenda di riconoscerne la voce o di individuarne i tratti, se non ha ancora scelto di uscire dalle cornici delle proprie convinzioni e dei propri pregiudizi per guardare negli occhi e patire con i disperati che gridano cercando accoglienza e comprensione.

Sia allora una rinnovata occasione per decidere di scendere gli abissi dell’umanità sfigurata questa Quaresima che si avvicina, e che non si stanca di porci di fronte alla passione di un Dio tanto innamorato della Sua creatura da farsi contagiare della sua sofferenza e della sua mortalità, per restituirle la gioia di scoprirsi, invece, chiamata a vivere per sempre.

Padre Luca Garbinetto

Pia Società San Gaetano

Last modified on Domingo, 11 Febrero 2018 13:36

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